RITORNO AL FUTURO PER FAST EDDIE CLARKE!

 

C’è un film che si intitola “Lo Spaccone” in cui Paul Newman interpreta un talentuoso ma irrequieto giocatore di biliardo che tutti chiamavano “Fast Eddie”. Lemmy aveva visto quel film e così, alla fine di un concerto a Manchester lo presentò dicendo: ‘Signore e Signori, “Fast” Eddie Clarke!’. Alla gente piacque molto e anche a lui. Da allora rimase così…

Nonostante i dissapori passati e l’uscita non proprio amichevole dai Motorhead, i rapporti tra il chitarrista e il signor Kilmister sono fraterni ed Eddie non si arrabbia se quando lo chiamano, gli mettono davanti quel “Fast”, anche perché lo rispecchia ancora: “veloce” come il suo stile, come la musica che ha contribuito a definire in quei pochi

fondamentali album con cui i Motorhead scalarono le classifiche inglesi, in barba a tutti i manager che agli inizi erano scappati via dopo averli ascoltati per mezza canzone; e anche a tutti quegli spocchiosi e ottusi giornalisti della laccata rivista “Sounds” che li avevano votati come “migliore peggior band del pianeta”, nel 1975.

Diventarono la Rock’n’Roll band più satura, violenta e pesante di sempre, ma quella musica immortale non fu un parto unigenito. C’erano voluti una mamma e un papà per scrivere “Iron Fist”, “Aces of Spade” e “Overkill”: Lemmy è la mamma che mai ha abbandonato la sua creatura, Eddie il papà, che invece a un certo punto se ne andò di casa sbattendo la porta e si rifece una famiglia: i Fastway. Oggi lui dice di seguire con molta attenzione le vicissitudini dei Motorhead e di fare il tifo per loro, come un vecchio padre che ha scelto di continuare a sbirciare le vicende del suo figliolo, con affetto profondo ma senza reclamare i suoi diritti. Sarebbe davvero squallido. E inutile.

I Motorhead erano diavoli, nel 1981. Incantavano le platee con la potenza, la frenesia dei ritmi, i volumi insostenibili. Anfetamina in musica. Non a caso, il nome allude al consumo smodato di quella droga, la più energetica che ci fosse in giro. Anche se poi all’inizio si chiamavano Bastards. Cambiarono nome perché secondo il loro primo manager, Doug Smith, con quel nome non avrebbero mai avuto accesso a trasmissioni dorate come Top of The Pops. Una motivazione ridicola per lasciar perdere Bastars e passare a Motorhead, ma col senno di poi bisogna dare atto a Smith di averci visto lungo. Fu lui a capire subito il potenziale nichilistico di quei tre scellerati che quando non suonavano si picchiavano e quando non facevano una di queste cose erano troppo sbronzi anche solo per camminare. Tanto più che nel 1980, suonarono sul serio a Top of the Pops, ma chissà se se lo ricordano.

“Fast” Eddie, in quegli anni, divenne un modello per centinaia di ragazzini che iniziavano a strimpellare la chitarra tra i quali, senza dubbio, c’erano anche gente come James Hetfield e tutta la progenie del Thrash Metal della Bay Area; per non parlare del calderone delle grandi speranze, in gran parte disattese, della New Wave of British Heavy Metal.

Clark insegnò qualcosa a tutti quei giovani tipacci. Purtroppo i discepoli non riuscirono a tramandare la lezione, ma questo è un altro discorso.

Una delle caratteristiche fondamentali di Clark non era la tecnica, anche se notevole per gli anni in cui suonava nei Motorhead, il suo vero punto di forza era il cuore. Oggi lui stesso è costretto ad ammettere che i giovani ormai dominano il proprio strumento in modo impressionante, ma sono più interessati al suono e alle mega-produzioni, invece che al sentimento che dovrebbero nutrire e far uscire fuori con le note.

Ma cosa vuoi Eddie, è passato tanto tempo, le cose sono cambiate. Te ne sei reso conto tu per primo quando sei tornato in corsa con la tua seconda band. Il Music Business è cambiato, al punto che un disco ancora prima di uscire l’hanno già sentito tutti; al punto che, ancora prima di aprir bocca in un intervista, le agenzie hanno già informato il mondo su quanto tempo ci sia voluto per incidere l’album, su chi ci suoni e su dove è stato registrato, chi vi è coinvolto.

Eh, caro Eddie, le cose sono molto cambiate, e in peggio. Questo è un tempo di “auto-paganesimo”: le persone credono in un solo dio, loro stesse, e non c’è più spazio per eroi come Hendrix o Morrison o Lemmy, Churcill o Guevara, ridotti a fare le “sacre sindoni” su milioni di magliette per giovani incolti. E tu offri a un mondo così il nuovo album dei Fastway e qualcuno sentendosi illuminato scrive che sembra il prodotto noioso e anziano di un anziano noioso. Prendi e porta a casa Eddie, ma cosa ti aspettavi? I più magnanimi e rispettosi verso un “nonno” del metal, denotano una certa genuinità nella proposta e citano qualche brano tanto per far vedere che il disco l’hanno sentito sul serio, per ben due volte, prima di liquidarlo nel trita-rifiuti dell’archivio recensioni. C’è chi gli da un bel 7 di incoraggiamento e confessa di farlo perché tu gli susciti una certa tenerezza foriera.

Ma a te non importa, forse non hai nemmeno più voglia di provarci, vuoi solo levarti lo sfizio di suonare ancora, scrivere musica, perché tanto è tutto lì: “Quando arrivi al primo posto, puoi guadagnare così tanti soldi da permetterti di sfasciare una Rolls Royce al giorno e sniffare intere piantagioni di coca. E dopo aver sperperato tutti i tuoi soldi, avere gli spiccioli sufficienti per affittare una catena di bordelli e andarti a prendere qualche bella malattia venerea da curare con la penicillina. Ma quello non vuol dire niente, è la parte più trascurabile del tutto. Il bello è salire sul palco, ricevere gli applausi e quando tiri fuori un nuovo riff e te ne innamori, ecco che ti pervade un senso di eccitazione, lo stesso di quando avevi quindici anni e sognavi di dominare il mondo con la tua musica. È tutto lì, il meglio che puoi avere. Ma Bisogna passarci e uscirne vivi per capirlo davvero”.

Anche Eddie ha preso la sua bella razione di Inferno e pure lui per poco non c’è andato a stare prima del tempo. C’è ancora gente che nelle interviste vuole sapere di album che lui nemmeno ricorda. Gente che ama quei dischi, anche se per lui sono come figli di amplessi dimenticati. Dischi vissuti come fornicazioni stonate. Anche se lui era quello che stava scopando, aveva la mente così confusa che gli sembrava solo che qualcuno stesse facendo un gran frastuono impedendogli di dormire in pace.

“Per me, il meglio dei Fastway è il primo omonimo e “All Fired Up”, che è carino e mi piace anche adesso, ma poteva venire meglio. Il resto è da dimenticare. O per lo meno io ho fatto proprio così, l’ho dimenticato.

E “Dog Eat Dog”? L’ultimo parto della ormai stanca fertilità creativa di Eddie?

“Che ci crediate o no è quello che avrebbe dovuto essere il terzo disco dei Fastway, onesto, bluesy, roccioso e che punta al sodo: il filo diretto tra i primi lavori e il presente”

Vero Eddie, ma alla fine dicono tutti così, quando esce un nuovo album. “Questo è il miglior lavoro mai prodotto dalla mia band. Il più bel disco della mia vita!” E’ però solo una frase di lancio a cui ormai non crede più nessuno e anche se l’artista è convinto con tutto se stesso che sia la verità, si inganna lui per primo. L’ultimo lavoro dei Fastway infatti è un disco modesto, insignificante e piuttosto deprimente. Inoltre somiglia poco o nulla allo stile di quella band riesumata dalla terra dei morti. È passato troppo tempo.

E’ non è perché i collaboratori che hai scelto non sono all’altezza dei vecchi. Non ci prendiamo in giro, neanche se fosse tornato il vecchio Dave “il rosso” sarebbe accaduto nulla di sconvolgente, con la sua voce che era un misto tra la lascivia di Bon Scott, la sensualità blues di Robert Plant e la ruvidezza di Noddy Holder.

Però, visto che pensavi di aver chiuso,  è sempre una bella cosa questo ritorno.

Il tuo primo e ultimo lavoro solista “It Ain’t Over Till It’s Over”, ricordi? Lo ignorarono tutti e credesti sul serio di non avere più un pubblico, una carriera, un futuro nel mondo della musica. Ti sentisti finito. Ti restava un grande passato, glorioso quanto si vuole, ma niente futuro. Tutto alle spalle.

E mentre Lemmy continuava a fare la vita di sempre, a ubriacarsi, pippare cocaina, saltare da un palco all’altro in giro per il mondo, incidendo dischi con la prepotenza e la mancanza di argomenti di una schiacciasassi, tu eri a casa tua, lucido e stanco morto. Suonavi la chitarra e ogni tanto facevi qualche concerto commemorativo, ma ti sentivi più come un veterano che a volte viene invitato a presiedere a qualche celebrazione per la festa dei caduti o roba del genere.

Ma non è finita fino a che non è finita, giusto? Così diceva il tuo ultimo disco ufficiale. E infatti nel 1999, durante il concerto per l’anniversario della tua ex-band, salisti sul palco e tutto il pubblico, enorme, fuori di testa, gridava il tuo nome, ti implorava, ti venerava, come un grande della musica. Era la festa dei Motorhead, la festa di Lemmy, certo. Tu quasi avevi paura di non essere riconosciuto, lì nel mezzo, davanti al muro di amplificatori. Eri così emozionato che temevi di sbagliare e immaginavi di andartene tra i fischi e le risate. Al tuo ingresso sul palco invece fu tutta un’orgia fradicia di applausi, sudore e birra, un’ovazione panica interamente dedicata a te. Ed ecco che guardasti gli occhi da cavallo spaventato di Lemmy e ti perdesti per un momento a contemplare un fumo schiumoso uscirgli dal naso arricciato, uno sbuffo furente, diabolico. E poi la realizzazione che qualcosa ti si era riacceso dentro: una consapevolezza perduta, la determinazione di non dimenticarlo più. Guardavi il pubblico che ti incitava e le tue mani correvano come ai bei tempi, su quelle scale, quei riff facevano scattare avanti il cuore come non succedeva da troppo tempo. L’applauso finale e il tuo saluto non erano un addio, ma un arrivederci. quel pubblico era ancora tuo ed era il pubblico di chi è grande. Tu lo eri sempre stato, solo che ti eri dimenticato. Ma loro no. I tuoi fans ti vedevano ancora come quando correvi da una parte all’altra del palco suonando “Iron Fist”, con i tuoi lunghi capelli sporchi a svolazzarti dietro la schiena. Innalzato sopra quel pubblico, con la stazza possente di un fetido apache che dilaga il potere di Manitù, in quegli accordi selvatici. Quelle bocche spalancate gridavano di rimando, cercando di pregare con tutto il fiato che avevano il tuo nome.

 

Ecco cosa avevi pensato, prima di scendere dal palco. Stavi così bene. Non sapevi cosa avresti fatto, come ti saresti mosso, ma una cosa era sicura, non eri più lo stesso uomo che ci era salito quella mattina.

Come si sa però, un inizio è difficile, sempre e comunque, duro. Forse “Fast” Eddie non hai più l’età per ricominciare. Non tutte le mattine. Di certo noi lo ringraziamo per quanto ci ha dato fino a qui.

Ora puoi pure tornartene in pensione, che te la sei meritata. Non badare a Lemmy, è solo un vecchio pazzo pieno di cicatrici, un soldato drogato di guerra che preferisce sfidare la morte tutti i giorni piuttosto di appendere le armi al chiodo e attendere la morte in qualche ospizio.

Eddie, se proprio vuoi continuare a suonare con la tua band puoi farlo, divertirti, è un motivo sufficiente. Noi te lo auguriamo. Gli ultimi vent’anni non sono stati il massimo, lo sappiamo. Quindi, forza grande Eddie! Dacci dentro ancora un po’, se proprio non puoi farne a meno.(Francesco Ceccamea)