L’ATTACCO DEI CLONI: AIRBOURNE

Non ce l’ho con gli Airbourne, né con chi li ha ribattezzati “ i nuovi AC/DC”. Io ce l’ho con tutti quei critici che hanno scritto recensioni entusiastiche a un plagio sistematico che non avveniva fin dai tempi dei Kingdom Come. Questi tipi non si limitano a copiare una canzone dei fratelli Young (che poi significherebbe copiarle tutte), qui si cerca di ripetere quei suoni, quella filosofia porcellona e profondamente goliardica che era, ed è, ancora degli unici, inossidabili AC/DC. Testi degni di uno scolaretto di seconda media e l’attitudine sorniona di chi è lì per fare quello che il proprio istinto gli dice di fare, ovvero dello sporco,
nudo e crudo Rock ‘n’ Roll. Yeah, baby! Che Lemmy sia con noi! Questo discorso poi io non dovrei nemmeno farlo con chi ha passato i trenta o i quaranta, ma con quei pischelli estasiati da questi cialtroni: vi stanno prendendo per il culo e ve lo meritate! Non è come ascoltare gli ultimi Hardcore Superstar, che hanno proprio smesso di provarci rifacendo spudoratamente i L.A. Guns o Mötley Crüe; loro almeno infondono a quei riff l’energia che gli originali non riescono più a dare, e quindi un po’ di godimento c’è. Nel caso degli Airbourne le cose non stanno così, perché Angus e Malcolm gli cacano in testa a occhi chiusi e dalla cima del Pirellone, con tutti gli anni di Rock sul loro peloso groppone scozzese.
La cosa che mi stupisce è come mai i veri AC/DC non li abbiano ancora spediti in tribunale. Insomma, questi non sono una band alla AC/DC, questi sono una cover band degli AC/DC che ha deciso di cambiare i titoli alle canzoni, invertire un paio di riff, dare una mescolatina alle parole e farcisi pagare sopra i diritti. Non discuto la bravura o l’energia, ma il concetto. Cosa insegnano ai ragazzini? Copiate e non cercate di essere niente che non sia già esistito? Bel passo avanti da quando il Rock diceva: scopate, bevete e ammazzatevi! Almeno lì c’era il nichilismo, la voglia di uccidere tutto e tutti. Ammazza la vecchia, cazzo. E invece queste pecore Dolly (tanto per rimanere in terra di Scozia) del Rock in quale scenario ci sprofondano? In un faxsimile coatto, sterile, smidollato. Negli anni ’60 c’erano le guerre al comunismo, i gobbi al potere e gruppi che si chiamavano Vanilla Fudge che scalavano le classifiche facendo cover dei Beatles, ma queste cose non accadevano. Oh, no!
Quando gli AC/DC iniziarono la loro carriera, non volevano somigliare a nessuno. Volevano suonare, incidere dischi, girare il mondo con la propria musica, divertirsi e fare tutto quello che i Led Zeppelin, i Deep Purple, i Black Sabbath, gli Uriah Heep, gli Who e altri ancora facevano già da diversi anni, ma senza mai “rifare” qualcuno, chiaro?
E poi, tutto l’hard rock dopo il 1975 deve qualcosa agli AC/DC. Dai Mötley Crüe ai Saxon, Def Leppard, Guns ‘n’ Roses fino ai Metallica del Black Album. Tanti nomi minori hanno quasi sfiorato il plagio stilistico (Kix, Fastway, Krokus) e persino i Darkness hanno scopiazzato alcuni dei riff di Malcolm Young. Gli Airbourne però si sono spinti troppo oltre.
Il problema poi non è quello di copiare e basta: tutti copiano, anche i più grandi di tutti.
I Doors copiavano tutto da chi era venuto prima di loro e così via gli Zep, i New Trolls e i Pink Floyd. Bisogna saperlo fare, però. Te lo direbbe qualsiasi Lucignolo.
I Darkness hanno copiato, ma qualcosina di particolare ce l’avevano, erano retrò a un livello negazionistico molto briccone. Justin Awkins però aveva una voce “alla” Mercury, non “come” Mercury e nel loro primo disco c’erano le canzoni vere, non un concentrato di Killer Queen e Bohemian Rapsody come nel blob citazionistico di Mika. Era da tanto che non si sentiva qualcosa di così vivo nel Rock ‘n’ Roll, il che è tutto dire. “I Believe in a Thing Called Love”, “Black Shuck”, “Love is only a Feeling”, “Stuck in a Rut” e così via, salivano in alto nelle classifiche, tra Backstreet Boys e Coldplay, Madonna e i sempiterni U2. Wow! Persino Tony Blair disse di adorarli perché gli ricordavano i tempi del college. Era abbastanza per odiarli?
È ppurato quindi che Awkins non è certo Freddy Mercury come front-man, tanto meno Gary Moore come chitarrista, ma suona e canta come uno che sa davvero cosa significhi esprimere qualcosa con un assolo e con la voce. Soprattutto è un cantante con i coglioni, anche se spesso sembra che glieli strizzi qualche specie di Mister T messo lì a bella posta. Intendiamoci, “Permission to Land” non era certo un nuovo “Van Halen I” e non valeva un rutto dei Whitesnake pre-parruccotti, ma oltre alla patina ’79-’81, un minimo di creatività e di cuore, c’erano eccome.
 
Gli Airbourne invece sono il Male. Perché oltre alla musica stessa, manca la personalità.
Negli AC/DC c’erano due fratelli chitarristi, entrambi geni, Malcolm nella composizione e Angus nell’espressione; io li metterei tutti e due in fila con Hendrix, Blackmore, Page, Iommi e Beck. Negli Airbourne invece cosa c’è? Un certo Joel O’Keeffe che come voce mi fa pensare non a Bon Scott, quanto al dignitoso derivato Dave King dei Fastway. Anche se Dave era comunque Dave e non un misto di Scott e Dan McCafferty. E per le chitarre non possiamo nemmeno parlare di stile, visto che sia lui che l’altro chitarrista, come si chiama… David Roads, si limitano a rifare in modo quasi maniacale le cose dei fratelli australo-scozzesi.
Mi ricordano un mio amico che suonava la chitarra. Si vantava di aver trovato a orecchio e imparato a memoria l’assolo di Blackmore su “Child in Time” nella versione live di “Made in Japan”. Me lo fece sentire e fu un’esperienza tra le più bizzarre della mia vita. Riprodusse esattamente ogni nota, i fraseggi abortiti, le piccole stecche impercettibili, le sbavature. Gli ci era voluto un anno per riuscire a farlo. Mi suonò quella decina di minuti di assolo senza una base sotto, quindi fu come ascoltare un qualsiasi chitarrista che svisa per dieci minuti mentre tu sei lì, seduto a romperti i coglioni. Quando finì non sembrava soddisfatto. Gli dissi cosa non andasse e lui mi rispose che aveva dimenticato le tre note al sesto minuto e quarantacinque, ma proprio non gli era possibile ricordare ogni passaggio perché non c’era abbastanza spazio nel suo cervello al punto da memorizzare tutto quanto l’assolo. La sua memoria era come la famigerata coperta troppo corta, se ricordava una certa combinazione di note, ne dimenticava un’altra. Un anno ci aveva messo. Gli chiesi perché l’avesse fatto. Era chiaro che neanche Blackmore ricordasse un terzo di quell’assolo. I dieci minuti di “Child in Time” gli servivano ogni volta per creare qualcosa di diverso, da condividere con quel pubblico pagante, di quella specifica sera. L’assolo era il momento di massima espressione per lui e di esclusiva fruizione per quel pubblico. Non si tratta di riascoltare “Smoke on the Water” suonata per la milionesima volta, ma una sequela di note che Ritchie avrebbe prodotto solo in quella serata, dettate dal suo estro incredibile e irripetibile. Ecco, irripetibile. Il mio amico era deluso da se stesso perché non era riuscito a rifare Blackmore per due note di fila, ma non doveva prendersela perché era una cosa umanamente impossibile, anche per Blackmore stesso.
Ecco, gli Airbourne e il loro secondo disco, “No Guts, No Glory” (al cui ascolto mi sono prestato diligentemente per ben quattro volte senza riuscire a ricordare una sola melodia o un riff) mi ha fatto sentire come quei dieci minuti interminabili in cui sentii quel matto del mio amico, mentre provava a ripetere la magia del genio di Blackmore la tale notte di tanti anni prima in Giappone. 
E’ vero che quando i Marillion uscirono sul mercato, tanti li schifarono scandalizzati perché sembravano i Genesis e che gli Uriah Heep parevano solo una copia dei Deep Purple in mi minore, ma col tempo, le differenze si sono viste o no? Per quanto Marillion e Uriah non abbiano mai posseduto la caratura di Genesis e Purple, oggi è innegabile il contributo che sono riusciti a dare alla storia del Rock. Io però scommetto il mio testicolo sinistro che nel caso degli Airbourne non avverrà la stessa cosa. Tra vent’anni non diranno che c’è una bella differenza con gli AC/DC.
Il primo album è riuscito a vendere qualcosa per via della curiosità che una spudorata operazione commerciale e anche perché in generale, le canzoni del debutto super reclamizzato dalla Roadrunner dal titolo ingegnoso “Runnin’ Wild” di sicuro davano la sensazione che questi giovani puzzassero davvero di sudore e di birra, come le vecchie band hard rock, come un certo pubblico reclama ancora. Il secondo album invece dimostra solo che oltre al divertimento di una buona cover band in un locale di periferia, questi Airbourne proprio non riescono a offrire niente. Se non sarà “No Guts, No Glory” il meritatissimo capolinea della loro carriera, allora mi brucio tutti i peli che ho sulle spalle. 
La bibbia di O’Keeffe e Roads.
  • Non tollero un paio di cose:1) che si riconosca qualche pregio a merde umane come i Marillion. Già facevano schifo i Genesis, figuriamoci la loro copia ghei dieci anni dopo.2) Gli Airbourne sono divertenti e non hanno pretese particolari, sono un po' come vari altri metallizzatori del suono AC/DC (Krokus, Kix, Rhino Bucket) degli anni '80.3) La critica esaltata, quella sì è da punire. I metallari, eterni bimbiminkia del "vecchio è bello anche se surrogato", ovviamente approvano.