Uriah Heep – Un passato di Demoni e Stregoni

 

Sono stati i Thin Lizzy, gli U.F.O., i Trapeze, MC5 e tanti altri a ispirare gente come Steve Harris e Biff Byford per la loro musica. E i Saxon, i Maiden a loro volta hanno insegnato la lezione a James Hetfield e Dave Mustaine; così via fino ai Faith No More e i Sepultura che una notte in cui si sbronzarono insieme finirono per compiere un danno di cui oggi non vanno tanto orgogliosi: i Korn. Devo continuare? Non sono uno di quelli che piangono dietro alle vecchie glorie del passato; non sempre, almeno. Sono fiducioso e credo che non sia il metal a invecchiare e morire, ma noi, quelli prima di noi e anche coloro che verranno dopo. Chi ci criticava perché sentivamo i Testament, sventolandoci in faccia i dischi dei Led Zeppelin e King Crimson e informandoci che il rock era bello e finito orma; adesso sono ancora lì che biascicano (ormai sdentati) di quanto fosse bello Woodstock e di quanto fosse ganzo Zappa. Succede la stessa cosa anche oggi. Uomini prossimi alla quarantina prendono a schiaffi giovani fans di Bring Me the Horizon o Trivium con i vinili degli Exodus o un cd dei Pantera dritto tra i denti, di taglio. Sdangh! Anzi, Sdangher!
Per capire quello che esce oggi bisogna sentire quello che usciva ieri, non tanto perché poi non si gridi al capolavoro di fronte a un disco clone di un gruppo clone ma così da renderci conto che la musica buona c’è sempre stata e sempre ci sarà. Per stabilirlo occorre solo il tempo. Ovvio che in questo momento sembra uscire solo roba merdosa e destinata al dimenticatoio ma aspettiamo e tiriamo le somme tra dieci, quindici anni. Ho trovato articoli di gente che diceva la stessa cosa nel 1975. Cazzo, un anno straordinario, siori! E c’erano quelli che si lagnavano che prima era meglio ancora. Chi si lagna di continuo dicendo che fa tutto schifo e che non c’è più nessuno che abbia qualcosa da dire, in fondo, mi fa solo una gran pena, sono dei poveri autistici persi nel proprio deserto che incolpano il deserto di farli sentire autistici. Non so se fili questa frase, a me pare di sì.
 
Tutto questo preambolo per dire che oggi mi va di tornare indietro e mettere le mani sul mio vecchio giradischi, attaccare la spina e far suonare un classico che ha generato tante band e canzoni non sempre buone, ma che resta un indiscutibile momento che non si sporca mai, invecchia bene, come Dorian Grey.
Ecco che me lo rigiro tra le mani e mi impolvero le dita. La copertina, disegnata da Roger Dean, segue i suggerimenti della musica, non di quei cinque alcolizzati allo sbando che erano gli Uriah. Le canzoni lo aiutarono a dipingere quello scenario fantasy così hippie e cavernicolo insieme, con il tizio barbuto che sembra un Gandalf appena uscito da un armadio di una donna del ventesimo secolo. Quella cover ispirò tanta gente, forse più delle canzoni all’interno del disco. Non esagero.
Il disco è un tassello decisivo per l’Hard & Heavy, come direbbe Beppe Riva. Peccato sia ignorato. Quasi tutta la grande musica Rock del passato lo è. Capirai, sono tutti troppo persi a cercare di capire Lulu invece di ascoltarsi Demons & Wizards. Questo disco è inciso nei solchi della memoria vinilica di vecchi rockers bacchettoni e piagnoni, oltre che nella mente foruncolosa di spocchiosissimi bimbiminkia che la sanno lunga (wikipedia alla mano) e scrivono recensioni “anziane” su Debaser. Sono questi i custodi della grande musica Rock e ne tengono a distanza i buontemponi come e meglio di un terribile cerbero.
Uriah Heep. Forse non hanno mai avuto il vero successo dei loro consimili Purple, non tanto però per la mancanza di canzoni mostruose come Smoke on the Water o Child in Time. Le canzoni infatti c’erano. Cacchio, pensate a Return to Fantasy! Straordinaria, no? E nemmeno per via della scarsa avvenenza dei membri della band. Anche i Black Sabbath erano bruttini, per dire. I cambi di formazione? Forse quello sì, ma anche i Purple hanno fatto entra ed esci per molto tempo, cambiando in Mark II, Mark 5, Mark 12. Secondo me è solo perché si sono scelti un nome di merda che fa pensare a un tizio triste e mezzo ubriaco, con un grosso basco e due baffoni sporchi di cioccolata, o ancora peggio, a una specie di ilarità cistitica, ma questa forse è troppo contorta anche per i più malati di voi. Il brutto è che non lo scelsero nemmeno loro, ma un produttore imbecille: prima si chiamavano Spice e di certo non avrebbero combinato granché pure con quel nome, ma se bisognava scegliere un personaggio di Dickens, io li avrei chiamati Philip Pirrip. Suona già meglio no?
Comunque gli Uriah sono tra coloro che hanno smaltito la pesantezza del sound Purpleiano, accelerato le ritmiche, spinto ‘oltre’ il discorso sonoro di Lord e Blackmore. Però non cominciamo, cacchio, loro non erano come tanti hanno sempre pensato una copia sfigata dei Profondo Porpora. Erano una band con un proprio stile, un bagaglio di storie e melodie meravigliose che solo loro avrebbero saputo scrivere. Più o meno.
Non è stato facile per me scegliere un disco che li rappresenti, perché questi vegliardi baffuti che si spinsero con le zeppe fino al 1983, sono riusciti a creare una serie di lavori di così alto livello da mettere in imbarazzo anche conoscitori più scafati e spavaldi di me. Qualcuno mi ha risposto citando due titoli insieme: “Salisbury” e “Demons & Wizard”. Io sceglierei il secondo, ma solo perché è l’album con più elementi propri del Metal, sia musicali che tematici. In embrione c’è la fantasy e il dark che poi userà Ronnie James Dio (sempre pace all’anima sua) per raccontare di come si catturano gli arcobaleni e cose simili; in embrione c’è anche l’epica commovente che solo i Blind Guardian sapranno farci riscoprire. Qui però gli arcobaleni ospitano demoni e quando senti Traveller in Time non pensi a un tedesco unto che mangia wrustel e crauti in qualche squallido auto-grill. (Non ci posso fare niente se Hansi Kursch mi ispira quest’immagine)
Il titolo del disco si riferisce esplicitamente alla magia e, in effetti, sembra di finire nelle spire di un incantesimo fiabesco, ma si rimane imprigionati e felici per il sempre dei suoi 39 minuti e rotti. Non c’è un solo momento in cui possiate rimpiangere di aver abbandonato le bombe al Napalm dei Sodom o le cavalcate dei Maiden per questa terra magica e folle. Forse sì, ma saranno due o tre minuti in tutto, o che cavolo! Abbiate pazienza, tanto poi tornerete alle vostre guerre nucleari, tenendo a mente questo disco come un altro possibile rifugio dove leccarvi le ferite di battaglia. Brani comunque possenti, al di là delle apparenze. La prima, “The Wizard”, semi-ballad con esplosione anthemica (come odio questa parola), è tutt’altro che un inizio fragoroso e trita-budella nello stile di quel valido esempio di proto metal, “Summertime Blues” dei Blue Cheer (pace anche alla loro di anima). E poi “Traveller in Time” e “Easy Living”, che pare una versione più danzereccia di “Picture of Home”, tanto per dare ragione a quei caproni di cui sopra. Continuerei a dirvi di un brano per volta, ma che palle, mica siamo su True Metal! Sappiate solo che siamo nella terra del Rock tondo, pieno e indivisibile, quando non esistevano i sottogeneri e tutto era libero, easy, sperimentale ma pure fragoroso, pesante, poetico e osceno, ermetico ed esplicito e poteva trattarsi sempre dello stesso gruppo. Se lo si dice a un ragazzino di quindici anni non riesce a crederlo possibile, ma è così. Negli anni ’70, la musica era più embrionale rispetto a oggi che il Rock ormai è segmentato e inscatolato, pronto a essere inseminato in una vulva indie e ripassato nella lava mp3 da riversare poi in Ipod nani per poveri, poveri pischelli sprovveduti!
Ma qui divento un vecchio rincoglionito anche io, mi lascio andare ai miei sfoghi di malinconico rompipalle e dico che il popolo del Rock oggi non va più tutto insieme a vedersi dei nuovi Rolling Stones, perché non ne esistono dei nuovi Rolling Stones e perché non esiste più nemmeno un popolo del Rock. C’è chi da una parte va a spappolarsi il cerebro con i Sonic Youth e chi invece si maltratta il petto con i Manowar. La fregatura che abbiamo subìto è tutta qui, è la tematicità, il supermercato del sapere, dove ognuno ha il suo ripiano da esplorare e finisce per mangiare sempre le stesse cose, incancrenendosi in una forma di ignoranza temibilissima: la specializzazione. Nessuno è più ignorante dell’esperto. Io mi offendo profondamente quando mi definiscono con quella parola. E fareste bene a incazzarvi anche voi, se vi capitasse, metallerz dei miei coglioni! Auto-ghettizzati e felicissimi di esserlo.
Vi assicuro che a distanza di anni, dischi come Demons & Wizard, che per carità, non stiamo parlando di In Rock o Absolutely Free o Machine Head, Led Zep IV, Masters of Reality, ma di un gioiellino più piccolo, fa comunque riflettere su come il popolo del Rock si sia indebolito, diviso dal mercato in tante piccole platee che si odiano.
Il Rock è eterno, tutta l’arte vera lo è: eterna e miracolosa, e questo album ne è un esempio. Ascoltatelo, dimostra ancora la freschezza di quando nacque. Il punto però è che anche dischi che stanno uscendo ora, tra vent’anni saranno freschi come adesso. Sono sicuro che il primo album dei Ghost o magari il nuovo degli Ahab, suoneranno ancora nuovi e limpidi, tra cinquant’anni. Per dirlo però bisogna aspettare, invecchiare, cercando di non diventare sordi, nel mentre.
Ah, quasi dimenticavo un’altra cosa sugli Uriah Heep. Se qualcuno vi dice che uno dei loro dischi migliori è Abominog, non credetegli. Abominog fa schifo!

Wizards And Demons – The Official History Of Uriah Heep – 2007 – (2 Dvd + Libro)