METALLO NON METALLO: Chiedi Chi Erano I Rush – Storia di Amore-Odio Per Un’icona ( A.Costanzo)

Si può dire parecchio dei Rush se non altro perché, al contrario di moltissimi altri gruppi-icona, non lasciano indifferenti.
Ok, forse non possono essere inseriti nel metallo tout-court ma di certo moltissimo metal idolatrato, specialmente in ambito prog, ne è derivato in maniera filiale e devota. Un nome per tutti? I Dream Theater i quali, al di là di qualunque giudizio qualitativo, hanno ereditato una simile capacità di spaccare in due l’audience tra fan oltranzisti che si inginocchiano di fronte a qualunque release del gruppo e ne conoscono ogni nota, e detrattori ferocissimi.
Sebbene oggi siano quasi ovunque nominati con quella sorta di strano rispetto che sembra dovuto per forza alle band che si sono formate prima del 1980 (il che porta alla sopravvalutazione mefitica di moltissimo prog e hard rock d’annata, ma questa è un’altra storia…), i Rush sono per molti un pomo della discordia. Una band che divide molto più dei benevoli e altalenanti Iron Maiden (che nonostante le parecchie sòle rifilate agli ascoltatori, rimangono una sorta di intoccabile monumento), Metallica, Zeppelin o Sabbath. 
Prendete un qualsiasi fan della band. Identificatelo dalla maglietta che riporta la copertina di 2112 e dalla pinguedine avanzata, la codina di cavallo, la pelata incipiente e l’aria di chi ha ascoltato troppa musica (e vi
garantisco che i fan dei Rush sono esattamente così, li ho visti con i miei occhi); vi decanterà la bellezza poetica dei testi di Peart, come il suo drumming sia il migliore nell’universo (falso, ma apparentemente dogma), come tecnicamente i Rush siano imbattibili e avanti coi tempi e come il loro stile sia imitato e mai eguagliato da ogni band prog moderna. E l’amore viscerale che vederete nei suoi occhi sarà simile a fervore religioso.
Ora prendete un canadese qualsiasi che è stato sottoposto all’ascolto del periodo “radio friendly” dei Rush per troppo tempo. Vi risponderà che i Rush sono una piaga, ascoltati dai peggiori nerd musicali del pianeta pari, in quanto a mancanza di sostanza, forse solo ai Police. Vi narrerà della sensazione di nausea che si prova ad ascoltare “Tom Sawyer” sparata a tutto volume sulle più orrende stazioni radio di soft rock e di come sia impensabile che una band simile venga apprezzata da chiunque non sia una persona priva di gusti musicali.
Chi ha ragione?
Entrambi. 
Il mio approccio col trio iniziò quando acquistai una polverosissima e maltrattata copia del loro esordio senza titolo datato 1974 ad un mercatino dell’usato. Un amico appassionato di prog e parecchio nerd mi aveva fatto ‘na capa tanta riguardo a questi Rush imponendomi svariati ascolti del tribute a loro dedicato da artisti che stimavo moltissimo nel mio ardore giovanile, come Devin Townsend o James Murphy. Quindi ritenni necessario informarmi.
La prima impressione fu di assoluta ripugnanza perché avevano optato per un vocalist che pareva un Robert Plant in versione Alvin And The Chipmunks. Dov’era la tanto decantata tecnica strumentale? Questo era giusto un rockettino anni 70 senza neanche troppi riff memorabili, a parte quello veramente massiccio di “Working Man”. Bah.
 
Ma non mollai: proseguii con gli acquisti e ben presto capii che i Rush erano una band in mutazione perenne. Dal rock zeppeliniano degli inizi si mossero verso strutture sempre più complesse, pur mantenendo una sorta di forma canzone semplice e immediata (cosa che ai loro discepoli è sempre mancata).
Assieme a questa mutazione perenne, suddivisibile almeno in quattro fasi, si portarono dietro quel costante alone di stranezza un po’ naif che li rendeva impossibili da inquadrare e allo stesso tempo difficilissimi da amare al 100%.
Questa stranezza, che già spuntava tra le note del tanto decantato “2112” (comunque uno di quei dischi tremendamente sopravvalutati, invecchiati malissimo), esplose a pieno nella loro fase ottantiana che li rese inascoltabili per molto tempo, a me e a molti dei loro detrattori.
Con i suoni plastificati e smussati del periodo, con quel look rinnovato alla Talking Heads, le copertine sempre più rarefatte, la marea di synth’ e la batteria di Peart ridotta a suonare come una drum machine non era così difficile immaginare come li si potesse odiare.
Senza il graffio del loro sound più vecchio o quello che avrebbero ritrovato in futuro, era facile intuire che dietro quel “qualcosa” che li rendeva speciali c’era anche tanto “cheese” per dirla all’americana. Quei testi che parlavano di metafore pacifiste e neo hippie, quei toni un po da fantasy intellettuale dei poveri, quelle melodie super semplici e un po’ noiose… Insomma, li mandai a cagare. 
Ma poi arrivò la fase novantiana con Counterparts, Test For Echo e Vapour Trails e la loro rinnovata voglia di testare nuovi terreni. Suoni più rabbiosi, canzoni con le palle come “Stick It Out” , energia che faceva impallidire i ragazzini. Li amai sul serio.
La summa di questa relazione tempestosa fu quando, per celebrare il loro trentennale, i Rush decisero di fare una serie di date live dove avrebbero suonato trenta e più pezzi estratti dal loro intero catalogo, nulla escluso. Tre ore e passa di esplorazione dell’universo Rush con tanto di video introduttivo del papà di Ben Stiller!
Io ero là e mi esaltai. Cantai i pezzi a squarciagola. Ammirai la tecnica della band, con Geddy Lee che riusciva ad essere un frontman coinvolgente pur maneggiando basso, tastiere e microfono contemporaneamente (alla faccia di tante altre statue del rock).
Ma al momento dell’esecuzione di cose come “The Spirit Of Radio”, sia io che i miei compari di concerto alzammo i tacchi e andammo a pigliarci qualche birra. No, grazie.
Alla fine il rispetto e l’amore ci sono. Ma questo non vuol dire che debba ascoltarmi anche una versione eterna di Tom Sawyer.  
(Andrea Costanzo)