THE VANISHED GALLERY: LA GLORIA SVANITA DEGLI ACROPHET

Gli Acrophet del Wisconsin iniziarono a sbattersi nel 1983, seguendo la strada indicata da Metallica ed Exodus. Le cose non erano facili neanche un po’ ma loro credevano seriamente nella musica e vi si dedicavano come una religione. Dal Wisconsin si trasferirono nell’epicentro del sisma che stava scuotendo il mondo, la Bay Area, ma, forse per lo svantaggio iniziale della posizione o magari per la sfortuna di non avere qualcuno che credesse sul serio in loro e gli facesse da manager evitandogli tanti casini, i poveretti finirono per sfibrarsi parecchio tra privazioni, incazzature e prove forsennate, fino quasi al punto di mollare tutto quanto.

Sbam! 
Resistettero e nel 1987 gli amici del paesello organizzarono un viaggio in pullman per andare a vedere che fine avessero fatto, trovandoli ancora chini sugli strumenti o intenti ad appiccicare sui pali del telefono dei volantini scritti col pennarello, nella speranza che qualche debosciato in più andasse a passare la serata in uno dei locali puzzolenti di S. Francisco dove si esibivano di solito. Il contratto arrivò quando ormai le etichette ne offrivano praticamente a chiunque suonasse quel tipo di musica. Il Thrassssssshhhhh Medol!

Lo firmarono senza neanche leggerlo tutto e ci si ubriacarono sopra fino a vedere San Biagio su una motocicletta con dei cocomeri al posto delle ruote, tentando con tutte le loro forze di illudersi, almeno una sera, godersi la sensazione di avercela fatta, di aver dato un senso a tutti quegli anni di tribolazioni. 
 Smaltita la sbornia ricominciarono i dolori.

Tentarono, di questo bisogna dar loro atto, provarono eccome a farsi largo nella sempre più asfittica mischia di band Thrash che arrancavano in direzione del carro dei vincitori, passato di lì da circa due anni. Il carro poi, sarebbe quello del burattinaio (Master! Master!) tanto per capirci e la maggior parte di questi pinocchietti fece una brutta fine quando i cancelli di quel paese dei balocchi si chiusero, una notte del 1991. Cazzo, alla faccia del povero Collodi, buon’anima, ma è più o meno così che finì. Furono trasformati tutti in ciuchini e rispediti a lavorare nelle vecchie fattorie buzzurre da cui avevano tentato di fuggire. 

Gli Acrophet, dopo il contratto, si accorsero che non era cambiato nulla: non avevano nessuno che gli facesse un po’ di assistenza, nessuno che si occupasse di trovargli posti in cui suonare o che si sforzasse di fargli pubblicità. 
Riuscirono a incidere due album prima di scoppiare nell’indifferenza generale, sia dell’etichetta che li produceva, sia della gente che li doveva subire nei locali pidocchiosi di sempre. Corrupt Mind (1988) e Faded Glory (1990) fallirono entrambi. Gli Acro decisero quindi di lasciar perdere tutta quella storia e chiuderla lì. Nessuno di loro riuscì a combinare più nulla in campo metal, a parte il batterista Jason Mooney, che si avvicinò, in ben due occasioni, a diventare il nuovo drummer degli Slayer (‘stocazzo, no!?), sia nel 1996 che nel 2003. Davvero una “bella” consolazione, non credete?
La critica non li trattò molto bene in quegli anni e non li tratta granché bene nemmeno ora che è tempo di ristampe e riscoperte continue, nonostante ci sia tutto un affamato esercito di recensori internettati giovani, dilettanti ma illuminati o di bocca buona, fate voi.

I due dischi degli Acrophet sono stati rimessi in circolazione con grande perplessità degli addetti e misurata soddisfazione degli appassionati tutto sommato interessati all’acquisto ma per nulla entusiasti di questa band incazzosa e potente (certo) come però lo furono un po’ tutti, ai bei tempi andati dell’ eavitrashmedol
Ascoltandoli possiamo riconoscergli una modesta vena creativa, certo, ma uno stile non così debitore ai “grossi nomi”. Pezzi di pochi minuti, compressi e per nulla decorati di velleitarie genuflessioni alla musica barocca o allo sperimentalismo buffonesco di Overkill o Annihilator, per intenderci. Indole Hardcore/Punk per niente cazzona e festaiola. Avrebbero meritato qualcosa di più e di certo ci sarebbero riusciti se non avessero dovuto spartire la piazza con gente tipo i Nuclear Assault o i Dark Angel.

Il discorso vale per entrambi i lavori pubblicati: sono buoni, nella media, anche se nel secondo album c’è un sensibile miglioramento della tecnica e della scrittura, oltre a una produzione più pulita che forse contribuì ulteriormente alla scomparsa. 

Dal 1989 in poi i dischi Thrash finirono per assomigliarsi tutti, fino a morire nell’anonimato, poco prima che l’avvento dei Machine Head e la loro paffuta e coglionesca metallusità da quattro grani non illudesse tutti ad aprirsi al futuro e chiudere definitivamente sul passato. Nel 1990 le produzioni erano ormai piatte e omologanti. Se era difficile distinguere gente come i Testament dagli Exodus, figurarsi la confusione in cui vennero risucchiate tutte le altre povere banducole così poco dissimili tra loro già per natura. In un mondo perfetto le label avrebbero dovuto scegliere con oculatezza, concedere una possibilità anche a gente come gli Acrophet, perché no, trovargli un produttore vero e dei soldi veri per riuscire a riportare sul nastro tutta la loro fragile personalità anarchica e raw, invece di raccogliere in modo indiscriminato tutto il thrash che trovavano per strada, mescolandolo con il trash, irrimediabilmente. E infilare una marea di poveri disgraziati sognatori su una catena di montaggio che virava dritta agli inceneritori.

Ma così fu e così sia. Amen.