Metallica: Justice Team!

1988, ero all’alba della mia carriera di cuore borchiato e sullo scaffale dei dischi (all’epoca ne bastava uno…) accanto ai vinili di Madonna e alle colonne sonore dei film di Stallone, cominciavano ad affacciarsi timidamente gli album degli Iron Maiden. Un tipo mi fa: “Ma i Metallica li conosci?” E io: “Di nome, ma non li ho mai sentiti“. E allora lui il giorno dopo mi porta la cassettina di “Ride The Lightning” e me la inocula nello zaino, tutto tronfio. Ci rivediamo tempo dopo e lui, come fosse una domanda retorica: “Allora?” E io: “Mmmm….eccco…..devo dire….ecco…..no, fanno troppo casino, non riesco ad ascoltarli, mi dispiace!” E lui: “Ma che caz@#][*§°!!!?
Consideriamo che all’epoca “Stranger In A Strange Land” mi pareva la macelleria più sanguinaria che mente umana potesse concepire, e quell’improvvisa esplosione di doppia cassa veemente (vabbè, è Ulrich, ma io ero un’anima innocente), quelle grida scorticate, quella chitarra così grossa e netta, quella sedia elettrica in bella mostra in copertina, mi avevano mandato in frantumi il cervello.
Resi la cassetta al tizio, ma in realtà nei giorni a seguire ascoltai con impegno la copia che mi ero fatto; senza dir niente a nessuno, ancora e ancora e ancora… Si trattava di abituare l’orecchio. Infatti, dopo “Ride The Lighnting” venne …And Justice For All, il mio secondo disco dei Metallica. E fu come dover ricominciare tutto da capo. Già perché se “Ride The Lighning” mi era costato fatica, ma alla fine me ne ero impadronito, …And Justice era tutta un’altra roba, un disco infinitamente più complicato, arrovellato, scervellato, incastrato. Però ci avevo preso gusto e nel frattempo erano arrivati in casa mia pure Anthrax, Suicidal Tendencies, Metal Church e tante altre facce brutte brutte. Domai pure “…And Justice For All“, ne studiai, memorizzai, assimilai ogni riff, ogni cambio di tempo, ogni strofa, ogni bridge, ogni chorus, i 4 di Frisco non avevano più segreti per me e sbrigai con relativa facilità anche le pratiche “Kill’em All” e “Master Of Puppets“, a quel punto mi ero fatto la scorza.
 
In molti diranno che su “…And Justice For All” Hetfield canta da schifo, che la produzione è orrida, che il basso non si sente, che Ulrich è un cerebroleso (a prescindere dal disco) e la batteria pare un set di fustini di detersivi, che le canzoni sono delle lungagnate inutilmente intricate, eccetera. Può essere. Magari è tutto vero, però una volta che hai metabolizzato – in totale purezza – un disco, anche la successiva scoperta dei suoi 8257 eventuali difetti non riesce a scalfire l’affiliazione emotiva che oramai si è stabilita tra te ed esso. E’ come essersi fatto tatuare “viva la figa” in ideogrammi giapponesi e solo dopo scoprire che in realtà il tatuatore ti ha scritto “a mi me gusta el calippo” (perché il giapponese non l’hai mai saputo leggere); oramai quel tatuaggio lo hai avuto sotto gli occhi per anni, lo conosci in ogni minimo dettaglio, in qualche modo ti rappresenta e niente e nessuno te lo potrà smontare (anche se, chiaramente, il tatuatore è un uomo morto).
 
Io posso anche darvi ragione sul fatto che “…And Justice” abbia i suoi difetti e magari non sia il momento più alto della carriera dei Metallica, ma intanto tutto ciò è soggettivo; inoltre io non son qua a dimostrare che quello sia il miglior disco dell’universo, ma semplicemente a rivendicare che per me ha un significato enorme, è parte costitutiva della mia crescita musicale, un mattone fondamentale, senza il quale non avrei potuto intraprendere la mia esplorazione del thrash metal. Non a caso il tipo di thrash che ho sempre preferito è il cosiddetto “techno thrash” della Bay Area, ovvero quello che più ha mutuato dai ‘Tallica di “….And Justice” la propria ragione sociale.
E questo spiega anche perché il disco immediatamente successivo al “biancone”, mi avvilì come neanche l’abbandono del porno da parte di Selen. Il Black Album, tutto nero (sembrava dovesse essere la cattiveria fatta vinile…..sese), prese una sola canzone di “….And Justice” e con tutti quei riff fece una intera track list, e qualche riff avanzò pure! Come si poteva passare da “Dyers Eve” a “Nothing Else Matters” e “The Unforgiven“? Era chiedere veramente troppo, una cazzo di pretesa del cazzo! E dopo una decina di ascolti, nei quali mi ripetevo che erano i Metallica e che quindi il disco mi “doveva” piacere, gettai la maschera e mi arresi all’impossibilità di sopportare quello strazio. In tanti si sono fatti bastare “Enter Sandman” (e in pochissimi lo hanno confessato), mentre smerdare “…And Justice” tutto a un tratto è diventato figo, chissà perché, ma è diventata una moda.
 
(“Mmmmmh, fammi pensare un attimo…….no vabbè, le ballad facevano effettivamente cagare dai!”)
 
A me che i Metallica non sapessero, in realtà, suonare bene non è mai importato molto, so solo che senza quel disco non avremmo forse avuto buona parte del thrash, e che quel climax fu così intenso e gravoso per la band stessa che l’unica catarsi possibile fu il Black Album. Quindi alla fine potremmo essere contenti tutti, no?! Io ho avuto il mio album preferito dei Metallica e voi avete avuto il vostro supercalifragilistichespiralidoso Black Album. Su, andate a cantarvela: So Close, No Matter How Faaaaaar (con Kirk tenero tenero che fa l’elemosina al reduce del Vietnam)…….buahuahuahuahuahuahuahuah!
Marco Benbow