FATAL REPORT – PAOLO DI ORAZIO Love Gone il debutto italiano Kiss Iron Maiden 1980

 
 
Oscillando sulle clamorose imprecisioni di un massiccio articolo pubblicato da «Il Monello», voglio portarvi seriamente indietro nel tempo fino al 1976, anno del vero sbarco dei Kiss sulla nostra terra. Per quel che riguarda il mio personale nozionismo, invece, il punto di partenza è poco più incerto, supponendo che l’albetto in questione, prima di cadermi sotto il naso, abbia vagabondato qualche mese dalla sua uscita in edicola nella casa di un amico che, come me, si dopava di fumetti. Altri riferimenti precisi svaniscono nel nulla di un pezzo firmato R.C., per la rubrica massiva “Io proprio io”, super-bio-dossier della settimana: di più non riesco a focalizzare.

Impreparato al colpo, mi ricordo che sedevo sul divano del mio amico e i piedi non mi toccavano terra mentre sfogliavo questo «Monello» in procinto di rivelarsi messianico. Impattai duramente in un articolo zuppo di foto pazzesche, di un gruppo che mai avrei immaginato di vedere su carta e sentire su vinile. I nerd, allora ventenni, avevano probabilmente avuto coraggio di addentrarsi tra i concept sanguinari di Alice Cooper. Ma era difficile conoscere un fan di Alice Cooper, anzi, in verità vi dico che non l’ho mai trovato. A portata di mano, magari, qualcuno perduto dietro i visionarismi dei Genesis; o i gai con la i, più diffusi e tormentati, estremisti del pop porno, che viaggiavano veramente su altre dimensioni nell’incanto sorcino di Zerolandia. Ma una band conciata come i Kiss no, era davvero improbabile concepirla.

 

Gli esami su roba fuori di testa massima li avevamo superati coi fumetti Marvel, o Kriminal e Satanik (per non citare Jacula, «Oltretomba», Wallenstein), o assistendo alle sparatorie tra calabresi e zingari sotto casa. Ma una roba come i Kiss no.

Cosaerano? Un film? Un fumetto in carne e ossa? Un musical teatrale? Un gruppo di folgorati mentali? Musica horror? Grazie a mia sorella, fino allora mi ero cibato di hard rock indiretto: Deep Purple e Led Zeppelin (ma anche Bowie, Santana, Pink Floyd, disco dance nera e bianca, colonne sonore), nient’oltre. Il punk ancora non aveva tsunamato tra di noi, questo lo ricordo, l’onda anomala non ci aveva travolti, quindi dovremmo essere attorno a inizio 1977 e io menavo tamburi da un bel po’ con l’intenzione di diventare un batterista come Ian Paice.

Guardando sul «Monello» una foto in bianco e nero di Gene Simmons, piuttosto sfocata, e un altro live shot della band con Paul Stanley a centro palco, ebbi una vaga idea sonora della band (poi confermata dai segnali horrordoom di God Of Thunder – avevo sentito parlare dei Black Sabbath dagli adulti del circondario, ma preferii rimandare l’incontro). Insomma, ci precipitammo in tram con gli amici a via Cavour (zona casini del 14 ottobre, indignados-black bloc, per intenderci), in un piccolo negozio di dischi e cassette per tossici della musica, tra usato e importazione rock. Il proprietario era una specie di Marty Feldman coi capelli lunghi, magro come un’acciuga e minacciosamente silenzioso. Acquistai una copia sciupata di Destroyera 2.700 lire, unico esemplare disponibile della band. Il capellone me lo cedette con un ghigno strabic-snob, come se avessi chiesto le Saila a un pusher.

 

La copertina era uno sballo, e l’ascolto fu una metamorfosi che produsse lo scisma tra me e il mondo intero.
Le mie tendenze horror (già dragate coi fumetti di Zio Tibia e «Il Corriere della Paura») acuirono; la mia fascinazione per il rock duro prese una strada autonoma e senza ritorno; e lo spasmo batteristico divenne una determinazione di vita. Mia sorella e i miei amici, più espertoni e istituzionali, storsero il naso («I Kiss, monnezza!»): quella storia del trucco in faccia urtava i coglioni di chiunque. Mia madre iniziò a girare con le mani alle orecchie ogni volta che Detroit Rock City decollava dopo il geniale audioracconto di apertura che tutti, oggi, trattori e detrattori dovrebbero recitare a memoria. Iniziai a lavorare come ufficio stampa italiano per i Kiss (ma loro ancora non lo sanno), acquistando, ritagliando e archiviando qualunque cosa uscisse su carta stampata, anche la foto più piccola, il più stitico trafiletto. La monomania del ritaglio si estese anche alle cinerecensioni (ancora conservo articoli su King Kong, Guerre Stellari, Profezia, L’Esorcista, Alien e altro), e proseguì per gli anni a venire. A scopo benefico, mio padre mi aveva iscritto nel frattempo alla scuola media privata di un quartiere più chic (forse sperava che il suo cucciolo sociopatico cultore di fumetti, orrori, tamburi e musica casinara perdesse prima o poi la via di casa). Dovevo fare un’ora e mezza di autobus, e questo mi portava a transitare per i dintorni di palazzo Chigi, tra una linea e l’altra. A parte il disagio psicofisico, scoprii per fatti miei al centro di Roma una cosa da sogno che si chiamava Disco Boom, mega-negozio in via del Tritone che importava vinili rock nuovi di zecca, inglesi e USA di gente mai vista, recensita o nominata in giro. Il guaio più grosso era poi rappresentato da due edicole strategiche, potenziate con periodici stranieri di musica che «Ciao 2001» e «Rockstar» a confronto erano fanzine disegnate a mano. Lo stoccaggio dei dischi e degli articoli sui Kiss subì un incremento gigantròfico, sulla scia editoriale di pubblicazioni mensili americane e britanniche, «16» e «Rockline» in testa, e altre rivistone monografiche di cinema e musica che sembravano concepite in un altro pianeta (di cui non ricordo le testate, in seguito a immorale smembramento delle pagine che mi occorrevano).
 
La linea editoriale di «16» possiamo definirla semplicemente geniale. Consuetudine del mensile era dedicare per un intero anno solare copertina, quarta di copertina, tutte le sue pagine, più un prelibato poster pieghevole 605x205mm (certo, dietro potevi trovare megaritratti di gentaglia come Scott Baio, John Schneider o Tommy Shaw degli Styx sui pattini, raramente Farrah Fawcett… compromessi della nerd fever!), a una specifica band: cioè il mensile diventava per un anno la rivista della band. L’annata 1978 era dedicata ai Kiss e, naturalmente, a me. La seconda, «Rockline», era generica ma non meno generosa sulla band del momento e potevo farmi un’idea immediata del panorama rock mondiale. A conti fatti, il pubblico dei rotocalchi musicali di tutto il mondo conosceva le fidanzate, la dieta alimentare o se qualcuno dei quattro mascherati destroyers – fino ai loro album solisti – indossava lenti a contatto o arco plantare. Gli sputi del punk non mi avevano nemmeno sfiorato, dei Police non una sirena in lontananza, dalla nave madre di Alien ancora nessun segnale localizzabile, ma nel frattempo raccoglievo chili di carta dei Kiss e la discografia completa 1973-’78, nonché un’apertura cognitiva sul rock di tutto il mondo che nemmeno Ernesto Assante. 
 

 

Il primo disco pubblicato dal quartetto ultraglam che acquistai in tempo reale fu proprio Dynasty. Abituato a ben altre tunes della band, a questo punto i ricordi della mia passione accelerano di un anno fino al tanto atteso concerto italiano del 29 agosto 1980 a Castel sant’Angelo.
Forse perché, dopo aver visto finalmente Alien da clandestino (era vietato ai minori) al cinema, i miei gusti estetici e filantropici da quattordicennerd con gli occhiali da vista a goccia subirono un immediato processo implementivo, e quindi non mi accontentavo improvvisamente più di nulla che fosse sotto un certo livello.
 

Avevo un maglioncino di lana («Magari stasera fa freddo», pensò bene mia madre), una sorella scettica e il suo fidanzato al seguito. Lui era odioso, ben pettinato, saccente, pantaloni stretti strizzapalle e, di conseguenza, aria da cazzo perennemente calata sul volto. Detestava i Kiss, ma almeno portò in casa Ted Nugent (per farmi sentire su Cat Scratch Fever «… come si suona la batteria», pensate un po’), Grand Funk Railroad e Made In Japan dei Deep Purple. Questo stronzetto pre-Ottanta si presentò in famiglia sotto falso nome – infatti mi chiedevo di chi fosse quella firma che lui aveva nervosamente cancellato con la Bic sulle copertine dei suoi dischi mediante furbi ghirigori (aaah!) neri e bleu – e una pistola d’ordinanza (poliziotto-nel-cruscotto della sua alfetta bianca) che non si sa mai.

 
Va be’. Arrivammo al castello verso le 19, credo, e c’era molta gente, nel giorno ancora acceso. Trovammo posto ai piedi di un albero, mentre la folla affluiva senza sosta sullo spiazzo dove risiedeva il palco. Era appena uscito Unmasked, album che confermò sia l’andazzo pop di una band maturata nel rock duro, conosciuta all’improvviso con un imbarazzante pezzo semi-dance; e confermò la voce, alle talpe più esperte come me, della avvenuta benedizione discografica per Gene Simmons di Giorgio Moroder, e di quella con e senza discogra di Diana Ross sempre per Simmons; il quale probabilmente doveva essersi annoiato troppo con Cher e le sue plastiche (frivolezze pescate dal biblico «16») e convertire il dopolavoro linguale per gettare le basi ispiratrici dell’ipnoerotico Upside Down.

Da I Was Made a Castel sant’Angelo era quindi trascorso un anno di kissomania generale. Le riviste italiane avevano ingrassato i miei caveau, tra disprezzo e scetticismo. C’era chi, nei mercatini dell’usato del centro, allestiva una bancarella di foto di musicisti rock: la sezione dedicata ai Kiss c’era, e proponeva soprattutto foto di foto (poster e dettagli ben inquadrati di vario iconografico su stampa), in una sorta di eMule ante-litteram. In ogni caso, l’attesa era straordinariamente fervida, anche se i miei amici ormai punkizzati e devoti a Police, Clash, Queen e brit prog (gli stessi che oggi, quasi 50enni, ammettono senza problemi e con onestà di critica che invece, i Kiss, erano fikissimi – come si cambia, ragazzi, quando cadono i capelli!), mi querelavano da tempo per la mia scelta trash-divinatoria dei pupazzetti del rock. Nessuno volle venire a vederli, tranne un flower-power oriented tra noi, sbattuto in carcere a ceffoni per un kilo di hashish comodamente trasportato nella sella del suo Boxer Piaggio (in altra sede concertistica). Lui andò con altri amici freakettoni, in sala fumatori e io restai in famiglia.

 
Avevamo grosse aspettative, da quella seratona. Io speravo di sentire Love Gun, Makin Love, Detroit, God of Th, Strutter, 100,000 Years e tutte quelle hit che infuocavano gli «Alive» I e II, oramai scorticati sul giradischi. Poi c’erano quegli Iron Maiden che avrebbero aperto il concerto, ma chi li conosceva? Neanche si leggeva bene il nome sui manifesti che tappezzavano Roma. Magari fanno due canzoni e se ne vanno, non possono farci aspettare troppo.

Bene, poco prima del crepuscolo, per motivi oscuri, la marea umana (20mila unità, secondo stampa) inizia a scaldarsi alle nostre spalle. Urla, spintoni, botte. La rissa dilaga assieme a uno spettacolare lancio di bottiglie, zaini, urla e provocazioni a chiazza d’olio. La tensione esplode come un’onda di calore e arriva fino a noi tre, pur lontani dall’epicentro. Mentre mia sorella inizia a sentirsi male per la nebbia cannabis già propagata (lei non tollera nemmeno l’odore di cera o incenso in chiesa), quel cazzone del suo ragazzo scatta in piedi verso il mucchio inferocito col ferro in mano per rispondere alle minacce di qualcuno. L’odio di Kassovitz. Mia sorella gli corre dietro, io scatto dietro di lei ma vengo colpito alla nuca da una lattina di birra ancora piena. Tutto questo mentre vedo tecnici di palco montare in fretta e furia il set per il gruppo spalla (probabilmente gli organizzatori pensarono fosse la soluzione più rapida per sedare la massa girata di culo).

Tutto è pronto e cablato in pochi minuti, i primi faretti colorati si accendono e si allineano a bordo palco questi stranissimi capelloni. Non mi ricordo un saluto, una parola. Mi ricordo il crepuscolo e il cantante, brutale, animale grosso, punk, grezzo: sembrava uno del servizio d’ordine messo lì per spaventarci. I Black Sabbath e i Judas Priest non li avevo mai filati, causa la mia monogamia coi Kiss, ma ai primi tornanti distruttivi di Prowler, mi accorsi che qualcosa di ben più furioso della rissa di massa stava divorando l’aria del castello in modo mortale. Altro che antimateria di Dan Brown: quei cinque sconosciuti hanno cominciato a radere al suolo l’isteria collettiva, cantandoci e suonandoci addosso quel che di più nero, violento, viscerale, decadente e drammatico un corpo umano possa tirare fuori dalle mani e dalla bocca. L’immobilità del pubblico fu istantanea.

E sul forsennato caricamento pre-solo di Prowler, dieci volte più veloce di quanto di più veloce avevano eseguito i Deep Purple su Burn (You Fool No One), ricordo che mi voltai per vedere se ero il solo a morire d’infarto sotto quella guerriglia metal o se qualcuno ne godesse felice. La rissa era ormai un file chiuso e le espressioni sul volto della gente raccontavano un monocorde stupore da EECG piatto, sguardo spento: nessuno aveva mai sentito roba simile. Il pensiero collettivo era: «Ma chi cazzo sono e che cazzo stanno facendo, questi?». Lo percepivo, porca puttana, era concreto. Eravamo spaventati. Sì, ho scritto bene, non temete. Spaventati. Nessuno muoveva un muscolo, niente fischi, né applausi. Terrore sonoro puro. Remeber Tomorrow, Running Free, Phantom of the Opera, Iron Maiden, con quei cambi schizofrenici di tempo, la presenza scenica, la precisione ritmica fecero di quella serata la vera sorpresa. Tutto sapeva di paranoia urbana, violenza notturna, degrado civile. Phantomsapeva di horror, con quegli arpeggi da psychodèmoni dell’oscurità dai sub mondi lovecraftiani; basso e batteria, spesso impazziti su pattern in sedicesimi, mi facevano pensare alle battaglie asgardiane di Thor contro i giganti in armatura. Se non ricordo male, i ragazzacci suonarono anche Sanctuary (segnalato da un articolo dell’epoca come opener) e Transylvania. A fine scaletta, durata un maelstrom di minuti, il pubblico era sfinito e a me sembrava di aver fatto un viaggio astrale al centro di un territorio da incubo. A quel punto, non volevo vedere i Kiss, mi avrebbero disturbato quella incantevole sensazione sconosciuta. Soprattutto, avevo un brutto presentimento (del tipo: «Ho appena conosciuto una donna più figa della mia donna, e ora?»), dopo il battesimo di ferro fuso con gli sconosciuti inglesi. E al contempo, un nuovo prurito dominante: dovevo tornare al negozio di dischi in via Cavour e cercare quella roba violentissima.
 
Quando i Kiss, anzi Paul Stanley entrò da solo a balzelloni sul palco sculettando come zio Renato, la reattività del pubblico fu zero. I cavalieri britannici dell’Apocalisse avevano eseguito un elettroshock collettivo.

 

Il concerto dei Kiss non mi esaltò. Cioè le emozioni suscitate dal materiale visivo e sonoro degli Lp per due idilliaci anni di nerdismo non erano le stesse dal vivo. Forse era difficile mettere assieme in così poco tempo una passione virtuale e la circostanza oggettiva. Il coinvolgimento fu stranamente scarso. Molto strano. Non ero lontanissimo dal palco, quindi potevo seguire bene i miei idoli. La scaletta non mi piacque. Troppa roba di Unmasked e Dynasty, poi il brano più mocho dell’album solista di Ace (New York Groove, bah!) e il suo assolo pirotecnico con la Les Paul che volò in aria (alla stregua di Gene attaccato a un cavo) a scoppiettare come un cazzetto poco luminoso. Insomma, forse era meglio rimanere nell’ignoranza, nel ludibrio solitario del «magari esserci» (amici, tra l’altro, una lattina di birra sulla nuca fa malissimo).
Però mi sarei perso i Maiden.

 

Io credo che i Kiss siano davvero come sono sempre stati dipinti dalla stampa dal 1976 ad oggi: quelli che “li ami o li odi”. Io non li ho odiati, intendiamoci. Se li avessi visti dal vivo e non sul «Monello», credo che non avrei fatto ufficio stampa e mi sarei limitato a sborsare quattrini esclusivamente per i vinili poiché il grosso del loro repertorio è immortale. Da quegli anni, a cicli ripercorro la discografia ’73-’79 con il brivido di sempre (facendo una concessione bonaria a Dynasty). Gli album acquistati dopo il concerto, qualcuno bello (Elder, Creatures Of The Night, Alive III, Carnival of Soul, Mtv Unplugged, Psycho Circus, Kiss my Ass, If You wanted the best), non mi infebbrano e i restanti ’80-’90 non mi ispirano. Poi ho fatto la cazzata di prendere Assholedi Gene Simmons, disco-brutto come brutto è stato l’incontro che ho avuto con lui a San Diego, in occasione del Comicon, anno 2000. Mi sono avvicinato educatamente e lui ha reagito da cazzone, chiedendomi insistentemente di aprire il giubbotto per vedere se nascondevo una pistola. «Somigli a Bela Lugosi, mi fai paura. Tu vuoi uccidermi»… Diciamo che, col senno di poi, ho fatto bene a preferire alla fascia Kulick altre esplorazioni discografiche tra metal, grunge ed elettronica.

 

Tornando ancora una volta indietro, il primo Lp in vinile dei Maiden mi aspettava. Mai vista una copertina del genere. «Uno zombi pettinato punk in copertina?». La foto nel retro, coi cinque picchiatori in piena esecutività tra luci e fumoni sembrava scattata durante il concerto al Castello.
Quando la puntina del giradischi entrò nei solchi di Prowler, con quel missaggio un po’ da autoradio, al limite del monofonico, medioso e garage, cominciai a preparare istanza di divorzio dal carrozzone del rock and roll, e una primissima folata elettrometallica di NWOBHM spirò dalle mie Esb 100 watt ancora profumose di acquisto, per farmi la danza del ventre assieme ad altre sirene americane hard rock. Per inerzia, dato che le pratiche di cessazione matrimonio sono lente e sofferte, continuai a portarmi a casa ogni mese «16» e altre leccornie di stampa straniera per seguire la coda del ciclone Kiss, i quali però restituirono dopo le piogge dorate qualcosa di ancora più scarso, vagamente onesto, di Unmasked: quella strana ost The Elder

 Oramai ero al sicuro: a casa mia ricominciava a tuonare. Women and Children First, Fair Warning e tutti i Van Halen, High ‘n’ Dry, Def Leppard, Overkill, Motorhead, Strong Arm Of The Law, Saxon, Ted Nugent, Rainbow.

Finché mia madre tolse le mani dalle orecchie. Ci eravamo trasferiti nella galleria del vento, quello buono.
 
Il ritaglio di giornale che accompagna questa mia caotica testimonianza, ve lo consiglio caldamente nel caso fosse andato perduto tra i vostri archivi. Rileggerlo è uno spasso totale.