SOME KIND OF MONSTER: IL MOSTRO DORELLI

Non parliamo deIl Mostro” di Roberto Benigni, ma di un film del 1977 e non per rilevare un capolavoro rimasto sommerso negli archivi polverosi del cinema italiano, il film di Luigi Zampa, con Johnny Dorelli protagonista, ha un taglio televisivo e come giallo, perché in fondo di questo si tratta, è un mezzo disastro: lo spettatore è in grado di capire chi è l’assassino dopo neanche dieci minuti dall’inizio. Va detto però che le vere intenzioni del regista e degli sceneggiatori sono altre e assai più bellicose.
C’è una critica sociale tremenda, uno sguardo così cinico e disgustato che messo in faccia al povero Dorelli: sciupato, con la sua boria da crooner ormai spenta e del tutto priva di quei sorrisi che hanno allietato le serate televisive di milioni di italiani, quando la TV raccontava le fiabe della buona notte ai propri spettatori e la guerra era ormai alle spalle. 
Dorelli non sorride, ghigna, impreca e insulta tutto e tutti, sospinto in avanti dal rancore e dall’affetto per un figlio depresso e malato di film violenti. 

Entrambi se ne vanno al cinema a vedere La morte cammina con i tacchi alti” di Luciano Ercoli;citazione a modello di un genere che fa uscire Dorelli in una tremenda invettiva sull’industria dello spettacolo, la sua volgarità a buon mercato e tutti i beoti che se la pappano inconsapevoli. Le sue tirate contro la gente idiota, contro le persone anziane ipocrite e lagnose, contro la società tutta, colpevole di essere regredita a uno stato naturale selvaggio dove solo chi fa paura e chi ha i denti acuminati può sopravvivere; la disastrata storia d’amore con la moglie, il matrimonio fallito e un lavoro (quello del giornalista scandalistico che scrive gialli sotto falso nome per arrotondare lo stipendio) accrescono il suo odio per tutto e tutti. Il figlio assorbe i piagnistei paterni in modo acritico, fino a spingersi a commettere degli omicidi per offrire al padre la possibilità di ottenere uno scoop e così quel riconoscimento sociale che lui tanto supplica al caso

 
In tutto questo però l’assassino è il prodotto di una società immorale che genera nuovi mostri privi di sensibilità, incapaci di capire ciò che è bene e ciò che è male. Per tutto il film il vero mostro in fondo è proprio il giornalista Dorelli che riceve in anticipo dall’assassino i nomi delle sue future vittime e invece di avvertire la polizia si fa trovare pronto sul posto con la macchina fotografica e il registratorino per le dichiarazioni di eventuali testimoni. È lui che sfrutta la follia omicida di un pazzo per scalare ai piani alti del giornale in cui scrive, per fare la grana, vendicarsi dei colleghi e i superiori che l’hanno sempre trattato come una merda. È lui che arriva a suggerire all’assassino, senza rendersene conto, un disegno diabolico da realizzare a colpi di lama. Anche il figlio del direttore del giornale è un mostro, perché sfrutta la morte del proprio padre per vendere ancora più copie dei suoi quotidiani.  E via così degenerando sempre più in una società di sciacalli e iene.
Molti hanno liquidato il film come un ritratto esagerato dei media italiani delle coppie separate, arrivando a rendere l’Italia ancora più schifosa di quello che è nella realtà, dove non si salva proprio niente e nessuno. Era il 1977 e tutti si cacavano addosso soltanto a girare per le strade dopo le 8 di sera. Il Mostro era troppo pesante per gli spettatori già abbastanza provati dalla vita vera. Insomma, Dorelli così incazzato e perfido era troppo. 

Già Sordi che rapisce e sevizia giovani teppisti.  

Di lì a poco Manfredi si sarebbe messo a sparare nel bellissimo “Il giocattolo” di Giuliano Montaldo. 
Insomma, quell’aria di dubbio, terrore e disperazione sembrava ammorbare ogni cosa, ormai. Tutto era troppo nero, troppo senza speranza anche nei film. 
Forse negli anni ’70 non esisteva un personaggio così incancrenito dall’arrivismo e dalla foga di denaro come Dorelli ne Il Mostro, ma oggi sì. Basti pensare a Corona e al suo assalto spregiudicato al mondo dello spettacolo con ricatti e azzardi che vanno oltre ogni limite morale. E con lui c’è una fauna sempre più fitta di starlettine che non si limitano più a vendere il culo dietro le quinte ma lo mettono all’asta su internet. Lungi da me fare una tirata da veliardone alla fermata del tram. Non è per questo che tiro in ballo certi animali mediatici orfani di un cinema che possa inscenarne la tragicità insita se davvero c’è, ma è solo per scagionare un film che è stato messo da parte, liquidato con un’alzata di spalle e che invece racconta l’oggi e nessuno mi leva dalla testa che raccontasse anche ieri e l’altro ieri. Non è un caso che Tullio Kezitch abbia denunciato nel lavoro di Zampa un fuori tempo massimo, dicendo che sarebbe andato a pennello al tempo del dopoguerra, quando i giornali cercavano i lettori con titoli sensazionali e spesso fasulli. E il rapporto padre-figlio, apparentemente unica oasi di affetto e speranza intorno a tutto il mare di letame che bolleggia e scorreggia attorno a esso, è la culla da cui viene nutrito e allevato il mostro del titolo, l’assassino che avvicina le celebrità chiedendo un autografo. 

Alla fine il ragazzo riesce pure a far uccidere la madre e scaricare su di lei tutte le colpe. Solo il padre scoprirà la verità, trovando le foto di tutte le vittime, dentro casa, durante il trasloco in un’abitazione più grande e costosa. E sulle foto c’è un autografo delle stesse e qualche macchia di sangue. 

“Dicevano che l’assassino era un tipo molto alto perché tutti venivano colpiti alla testa, dall’alto. Ma se ti avvicini a LORO e chiedi un autografo, ecco che ti sorridono e chinano il capo davanti a te” 

L’ultima scena, con Dorelli annichilito, che non sa se piangere, urlare, picchiare la testa contro il muro, mentre realizza di essere lui il vero colpevole di tutti quei delitti, di essere stato lui ad aver sbagliato descrivendo al figlio un mondo che vedeva dalla angusta finestra delle sue delusioni e del suo fallimento umano e sociale. Lui era il mostro colpevole del il più grave di tutti i fallimenti, quello del genitore. Ecco, mentre è lì e non sa più cosa dire e il figlio continua a chiamarlo “Papà… papà… papà…” con una voce sospesa sulla paura, la confusione di quando un figlio realizza che tu non sei contento di lui e implora una parola, di non essere lasciato solo nel silenzio, ebbene confesso che ho avuto difficoltà a tirare il fiato, perché sono un papà e forse anche io sono solo un altro mostro e come tale non mi ci sento per niente.
(Francesco Ceccamea)