FINCHE’ MORTE NON VI SEPARI!

DYING FETUS – Reign supreme (Stati Uniti 2012)
“Reign Supreme” segue il portentoso “Descend into depravity” del 2009 e una flessione c’è stata, non siamo agli stessi livelli visto che qualche piccola parte convince meno, anche se poi la terrificante pappa è sempre la stessa ma il punto è proprio questo. I Dying Fetus fanno sempre lo stesso brutal in modo encomiabile solo con alcuni tempi in meno ipertecnico – schizoidi e qualche riff in più sempre molto ben cadenzato. Magari per un rilancio sarebbe consigliabile una qualche minimissima concessione melodica come è avvenuto per l’ottavo e nono pezzo, “Revisionis past” e “The blood of power”. A parte ciò, non sapete cosa è il brutal death? Ascoltatevi per cortesia i Feto Morente! E tanto per citarne uno, il migliore, il loro “Stop at nothing” del 2003!  
5/6
NILE – At the gate of Sethu (Stati Uniti 2012)
E vabbe’ i Nile hanno stufato! Ma per dirla tutta ai loro numerosi detrattori di questa ultima faticaccia, e una volta frettolosi loro elogiatori, tra i sette album di questo combo del Sud Carolina non è che ci sia né un album così memorabile né così distinguibile. Tutti sono molto simili benché a loro va riconosciuto il merito di suonare un gran bene, come pochi, con originalità e grandi conoscenze tecniche e di avere avuto la capacità di riportare in ambito metal estremo suoni che ricordano quelli tipici mediorientali e diciamo “egizi”. Il tempo passa per tutti e la facile ripetitività è dietro l’angolo allo stesso modo per tutti, così “At the gate of Sethu” non sarà un capolavoro ma attenzione a buttar giù troppo in fretta i Nile! Attenzione!!! 
5/6      
CADAVERIC CREMATORIUM – One of them (Italia 2012)
Piaccia o meno ma in Italia c’è ed è piuttosto vivace la scena brutal death – grind. A promuoverla ci sono anche i bresciani Cadaveric Crematorium che lo fanno dal 1996, e sono tra i migliori a farlo. “One of them”, quarto loro cd, sarà pure una copia di altri maestri d’oltreoceano, e di fatto lo è, però è un discreto dischetto dove c’è la giusta commistione tra velocità e qualche pausa, dove la tecnica c’è ma è proporzionalmente ben usata in favore dei pezzi. “They’re back” è la canzone che meglio spicca in questo album. Si può dire che i Cadaveric Crematorium “sono tornati” piuttosto bene con questo “One of them”!
4,5/6
NACHTMYSTIUM –  Silencing machine (Stati Uniti 2012)
Black sperimentale da risperimentare e da rivedere per questi americani messi sotto contratto dalla Century Media. Le idee sono diverse eppure questo album sembra non riuscire a decollare mai veramente, tra incerti accostamenti black in alcuni momenti quasi punk, sottofondi industrial, e un po’, chiamiamolo così, di rock.
3,5/6
DEW SCENTED – Icarus (Germania 2012)
Nono cd per questi crucchi che imitano i Vader di oggi e specialmente di una volta. Poveretti, l’impegno ce lo mettono pure ma sono stati sempre uno dei gruppi più bistrattati di sempre. Accettabile il loro death – thrash se ascoltato però in pillole, un loro album preso per intero è invece sempre troppo.
4/6
A FOREST OF STARS – A shadowplay for yesterdays (Inghilterra 2012)
Terzo tentativo di black – folk da parte di questi inglesi che mettono assieme una candida voce femminile, qualche istante ambient, sonorità in qualche tratto pinkfloidiane, un pianoforte, un pizzico di sinergia alla Arcturus, sviolinate, un po’ di stravaganza alla Peste Noire e appunto del black. Un miscuglio dove la prima idea che balena nella loro testa viene collegata ad un’altra senza la dovuta elaborazione. Molto meglio il precedente e ispirato “Opportunistic thieves of spring” del 2010 perché questa volta la sensazione è quella di ascoltare qualcosa di appiccicaticcio.
3,5/6
THE FACELESS – Autotheism (Stati Uniti 2012)
Death veloce, tecnico e progressive dalle sonorità americane con assonanze deathcore e con passaggi ispirati non dalle loro brillanti menti ma da altri, più precisamente dagli arcinoti ormai Opeth, quelli della penultima fase, e dai quali prendono a piene mani. Buon album ad oggi, da domani, sbaglierò, ma cadrà nel calderone della sovrapproduzione commerciale musicale metal.
4,5/6
GRAVE – Endless procession of souls (Svezia 20012)  
C’era una volta il death… e il death di una volta c’è ancora! Nulla di nuovo da quando Ola Lindgren fece ritornare in vita i Grave con “Back from the grave” nel 2002, la solita scuola death quella di cui fa parte da tantissimi anni, un nome, un monumento nel genere mai abbastanza menzionato, perché con lui il death era per davvero un sacrificio “umano” e una reale passione. Questa è gente che si faceva 200km magari solo per andare al negozio più rifornito della Svezia per poter acquistare qualche fanzine o cd death all’epoca introvabile o scambiare qualche cassettaccia demo. Era la fine degli anni Ottanta – inizi dei Novanta. La vecchia scuola death straccia tanti nuovi adepti se non altro per sincerità e sentimento ma per molto altro ancora.
4,5/6

DESASTER – The arts of destruction (Germania 2012)

Nonostante il titolo e le foto sempre arrabbiate, quello dei navigati Desaster, al settimo album dalla loro prima unione che risale al 1988, è un allegrotto thrash – black tedeschissimo (più thrash che black). Non venderanno questa gran cifra di copie, eppure sono ideali per fare un bel tuffo nel passato tanto che ogni loro riff sarà pure stato scritto 10, 100 mila volte ma i loro pezzi lo stesso risaltano che è un piacere. Per capirci si ascolti il decimo pezzo, “Beyond your grace” e un sorriso di soddisfazione ve lo strapperanno di sicuro.
4/6 

DEATHSPELL OMEGA – Drought (Francia 2012)

Visionari, introversi, dissonanti. “Paracletus” del 2010 aveva rappresentato una netta svolta in complicatezza per i Deathspell Omega, confermandoli tra i più interessanti quanto contorti nella particolare e curiosa scena black francese, di sicuro una delle migliori. Solo che questo mini cd di 21 minuti non è che lo aspettassi certo con trepidazione così come avviene per ogni loro produzione.   
4/6  

MASTER – The new elite (Stati Uniti 2012)

Il 1983 e il 1984 fu un periodo magico che vide la nascita di gruppi quali i Master, Massacre,  Vader, Morbid Angel, Executioner poi Obituary, Krabathor e Mantas che l’anno dopo si trasformarono in Death. Tra i Master e il trio Morbid Angel, Obituary e Death ce ne passa, però è indubbio che Paul Speckmann era, meno lo è ora, un punto di riferimento della scena death metal anche se i suoi album non hanno mai brillato né in originalità né in composizione. Nel 1990 uscì il loro primo cd omonimo in studio, tipicamente in quello che oggi è comunemente definibile il vecchio stile death ed oggi come sempre i Master utilizzano quello stile, non potrebbero certo fare altro.
Preferibili dal vivo per gli altrettanto loro tipici sporchi tempi medi, comunque sono arrivati dignitosamente al decimo album, sei dei quali pubblicati soltanto dal 2002. Sempre più prolifici, sempre più uguali, sempre smaccatamente e fastidiosamente americani nel modo di atteggiarsi, di suonare, in tutto e per tutto, eppure la nuova uscita, similmente alle altre, se la cava e sarebbe perfetta come colonna sonora per un film di Rob Zombie. L’attempato Speck non farà parte della nuova elite però…
4,5/6      

EVOCATION – Illusions of grandeur (Svezia 2012)

Gli Evocation sono di quelli che non ce la fecero. Non ce la fecero ad emergere dalla scena underground death svedese nei primi anni Novanta. Nacquero nel 1991 e pubblicarono solo due demo, dopodiché hanno rimesso i cocci assieme per ripresentarsi nel 2007 con il primo debutto vero e proprio dal titolo di “Tales from the tomb”. Da lì in poi non si sono fermati, rifacendosi del tempo perduto e pubblicando 4 cd in sei anni. “Illusions of grandeur” è un album molto furbetto, molto commerciale che segue il filone del notissimo “Slaughter of the soul” degli At The Gates del 1995. Al terzo pezzo ascoltato di seguito, ci si stanca a meno che non siate dei novizi giovincelli del genere. Quindi questa quarta prova risulta essere molto melodica, subito molto orecchiabile quanto molto scontata, in ogni caso abbastanza piacevole.
4/6   
   

ILLDISPOSED – Sense the darkness (Danimarca 2012)

Decima prova per questi danesi dalla lunga storia iniziata nel 1991 e dalla grande ironia. Siamo di fronte ad un death ben cadenzato dal ficcante vocione filtrato, con suoni molto potenti e dai passaggi molto metal, diretti e semplici. Gli Illdisposed che finalmente decidono di abbandonare sciocchi accompagnamenti tastieristici e melodie che non si addicono loro, presenti invece nelle loro ultime pubblicazioni, saranno anche un gruppo di secondo piano eppure sono dei fautori di un death divertente al quale dovrebbero aggiungere solo qualche accelerazione in più.
4,5/6     

BECOMING THE ARCHETYPE – I am (Stati Uniti 2012)

Premessa – non credo di essere il più adatto a recensire una loro uscita, ecco perché non ci vado giù pesantemente. Svolgimento – ci sono tre motivi per cui non li sopporto moltissimo: 1) sono ferventi cristiani… un difetto non da poco 2) qualche anno fa parlando con un ragazzotto iniziato da non molto tempo al death metal mi fece il loro nome, peccato che non sapeva chi fossero neppure i Pungent Stench; nel mentre mi guardava dal basso verso l’alto come a dire che ascoltavo gruppi che non conosceva perché ormai superati… ma anche perché era più basso di me di una metrata 3) i Becoming The Archetype fanno death – core melodico, anzi lo facevano ora sono molto metal – core e fanno parte dell’ondata del nuovo (diciamo poco) death che circola da qualche anno. Tre buoni motivi no? Sono dei professionisti questo è indiscutibile, sono piuttosto bravi tecnicamente ma i loro pezzi mi sembrano tanto artificiosi, industriali, di plastica e in certi momenti mi sembra di sentire i Linkin Park in versione pseudo – death. Conclusione – fosse per me a quest’ora avrebbero cambiato lavoro… da un pezzo.
s.v.

BLUT AUS NORD – 777. Cosmosophy (Francia 2012)  

Con loro si comincia sempre male per il nome che scelsero nel lontano 1994. Sono francesi ma usano un nome in tedesco… storpiato! A parte la grammatica “777. Cosmosophy” è il terzo capitolo che inizia con questa combinazione numerica post – satanica, e l’abbandono completo del black si fa evidente. Finiscono le idee black, e non è che ne abbiano mai avute di geniali, e si buttano su una musica che appare più ambient, specialmente space – rock dall’orientamento psichedelico, nuove idee che peraltro andrebbero ridefinite ma che non sono niente male. Gli anni passano per tutti e tutto cambia.
s.v.

(Flavus)