ANNIHILATOR: storia di un grande amore (che fu)

C’è stato un momento nel quale Jeff Waters avrebbe potuto fare e dire qualsiasi cosa, io l’avrei seguito ciecamente. Una sera, per dire, avrebbe potuto tranquillamente telefonarmi a casa e chiedermi un prestito di milioni, io avrei rapinato una banca solo per fargli un bonifico, e poi avrei scontato serenamente i miei anni di galera, senza rimpianti. Mi piaceva anche come uono, mi pareva fico, e volevo farmi la frangetta come la sua. Suppergiù questo accadeva intorno al 1993. Ma andiamo per ordine. Dopo la prima mirabolante coppia d’album, “Alice In Hell” (1989) e “Never, Neverland” (1990), gli Annihilator per me erano già assurti a miglior thrash metal band in circolazione. Un tizio che dopo “Master Of Puppets” e “Reign In Blood”, dopo la ferraglia tedesca e dopo la sublime arte della Bay Area, pubblicava un disco e metteva in apertura “Crystal Ann”, doveva essere uno con le palle quadrate, e fumanti. 101 secondi che valevano – e valgono – una dozzina di dischi di Malmsteen, perché quelli di “Crystal Ann” hanno un senso, oltre che possedere la “tecnica” e una disarmante bellezza. E poi “Burns Like a Buzzsaw Blade”, “Human Insecticide”, “W.T.Y.D.”, “Word Salad”…c’era solo l’imbarazzo della scelta. “Alison Hell”  fa esplodere 11 cambi di tempo in appena 5 minuti, e ti pietrifica al primo ascolto. Quella era roba clamorosamente diversa.
 (“Finché la barca vaaa….”)

Tempo un anno, e sempre quel tizio strambo lì pubblica “Never, Neverland”, e fa scopa, poiché il secondo disco equivale il primo (e per alcuni è pure migliore, io per una questione affettiva continuo a preferire d’un pelino “Alice In Hell”, ma giusto un pelino eh…). Nuovamente un lotto di canzoni spettacolari, irresistibili, perfette, e Waters trova pure spazio per divertirsi e divertirci un po’ con una paraculata come “Kraf Diner” o la bella “Stonewall”, melodica e di alleggerimento.
Gli Annihilator all’alba dei ’90 avevano re-inventato il thrash, o perlomeno proposto una nuova via al genere, e come era potuto accadere questo? Talento, certo, ma anche il retroterra musicale di Waters, il quale anziché finirsi i timpani su Slayer, Discharge e Kreator, amava band come Exciter, Judas Priest, Anvil, Iron Maiden, roba classica insomma, metal a tutto tondo
Se dopo “Never, Neverland” ritenevo i canadesi il miglior gruppo thrash esistente sul pianeta (si, alla faccia anche di tutti i mostri sacri che vi vengono in mente), con la pubblicazione di “Set The World On Fire” (1993) gli Annihilator diventarono la miglior band esistente in assoluto. Punto. La mia preferita, i numeri uno, top of the tops. Waters dava una ulteriore prova di attributi pubblicando un album che, fottendosene delle lodi sperticate per il superlativo thrash dei dischi precedenti, non temeva di iniettare abbondanti, ricche e generose dosi di hard rock nei propri solchi, creando una inebriante mistura di thrah, metal e hard rock che personalmente mi mandò al nirvana. Merito anche dei comprimari scelti dal guitar hero di Vancouver, su tutti Aaaron Randall (voce) e Mike Mangini (batteria). Ammetto che la ballad “Phoenix Rising” ha sempre stracciato le palle anche a me, ma il resto della scaletta….mamma mia! Immensa, semplicemente immensa. Waters mostrava di possedere aggressività e melodia, e soprattutto, saperle mischiare brillantemente.
(ha detto Benbow che nel ’93 ancora spacco….)
L’anno dopo arriva la raccolta “Bag Of Tricks” (1994), fatta di chicche e rarità, tra le quali soprattutto l’inedita “Fantastic Things”, una canzone a marchio tipicamente Waters. Chitarre acustiche su una batteria che invece non liscia troppo il pelo, linee melodiche del cantato ed un ritornello eccellente. A chiudere un assolo da manuale. Ecco come, in pochi minuti, Waters poteva costruire qualcosa di potente e delicato al contempo. “King Of The Kill” (1994) esce in un momento storico nel quale la musica metal e il music biz stanno subendo parecchi sconvolgimenti (non sto qui a raccontarvi delle camicie di flanella, delle tutine di latex, e di tutte le contaminazioni che hanno appestato …hanno arricchito la musica “dura”). Waters opta per un profilo low, la band diventa lui e solo lui, e il nuovo disco è una specie di parto casereccio fatto con cura e dedizione, ma con un taglio decisamente meno ambizioso e faraonico rispetto al passato. Tuttavia, “King Of The Kill” non tradisce i fans, contenendo molti dei classici della band. La componente hard rock si riduce alla sola “Bad Child”, ma l’album non presenta un solo filler, neppure quella sibillina “The Box” che inizia a mostrare le prime insidiose velleità “nuoviste” e industriali che solleticano Waters.
“Refresh The Demon” (1996) è un disco di “maniera” per gli Annihilator, che potrebbe sintetizzarsi col motto “nessuna nuova – buona nuova”. Tutto sa di già sentito, ma il lavoro è fatto bene, assai bene (e poi c’è una delle mie canzoni preferite di sempre, la punky “City Of Ice”).
Dopo il live “In Command” (1996), Waters arriva ad un punto di svolta, è l’anno di “Remains” (1997), disco infelice a cominciare dal titolo (pare ci dica: “ecco gli scarti….”). Il problema di “Remains” non sarebbe tanto la qualità del songwriting, ma la scelta produttiva intrapresa da Waters; un album che si veste di sonorità industrial e computeristiche, e cerca di ammantare il trademark Annihilator di nuove influenze “al passo coi tempi”. Risultato: critica e pubblico lo rifiutano quasi all’unanimità. Il disco pare tirato via, sbrigativo, e minimalista oltre i limiti del consentito. Ripetuti (e ripetuti, e ripetuti….) ascolti permettono di comprendere che le canzoni hanno una loro validità, ma certo, a primo impatto, e magari avendo negli orecchi “Alice In Hell”….
 
Nel 1999 Waters torna “vergine” e decide di provare a recuperare i fasti del glorioso passato. Recluta nuovamente Randy Rampage, singer del primo album, commissiona un artwork che richiama Alice e le sue bamboline; intende riproporre quelle sonorità, per quanto siano trascorsi 10 anni. “Criteria For The Black Widow” però è un album brutto, poco ispirato e troppo attento a suonare “come prima”. La prova di Rampage è disastrosa e, a mio parere, tranne “Punctured”, c’è poco altro da salvare. Inizio a non fidarmi più di Waters, non sono più sicuro della sua infallibilità, e infatti….i due dischi che seguono, “Carnival Diablos” (2001) e “Waking The Fury” (2002), pur essendo dignitosi e offrendo qualche buon pezzo, e al netto anche di una certa sgradevole panterizzazione, si posizionano molto al di sotto dell’alta classifica occupata dalla prima produzione della band. La produzione continua ad essere croce e delizia di Waters, a volte l’azzecca, altre volte no, ma in generale pare aver perso smalto su tutta la linea: songwriting, studio di registrazione, scelta dei musicisti, ispirazione, lucidità.
(…e se magari faccio un provino per un medical drama tipo Grey’s Anatomy?)
Il 2004 è l’anno del gran tonfo, “All For You” cerca disperatamente di attaccarsi al tram della moda imperante, e Waters pubblica un album scialbo. Dopo aver defenestrato il valido Joe Comeau alle vocals, Jeff stringe il luciferino patto che ancora oggi lo lega a Dave Padden, probabilmente la voce più anonima tra tutte quelle transitate dalla band, ma per qualche motivo (leggi: non gli rompe i coglioni e se ne sta al posto suo) Waters mostra di amarlo particolarmente. Segue “Schizo Deluxe” (2005), album sicuramente migliore del precedente – e ci voleva poco – ma che è ben lungi dal riportare gli Annihilator ai fasti aurei del periodo ’89 – ’93. Waters poi non fa altro che autocitarsi, quasi ogni riff, ogni assolo, ogni stacco, pare riesumato da una canzone già scritta prima, d’accordo il giochino del “citazionismo”, ma qui si sconfina plasticamente nella manzanca di idee nuove.
 
Il dvd “Ten Years In Hell” (2006) stringe una tregua col pubblico dei delusi, poiché si tratta di un prodotto ottimo, che offre 230 minuti di storia degli Annihilator – con riferimento soprattutto ai momenti migliori – che fa sognare qualsiasi Annihilator maniac. Purtroppo però l’emorragia dei dischi mediocri prosegue inesorabile; come un letale uno-due pugilistico, arrivano “Metal” (2007) e Annihilator” (2010). Waters inaugura la fase dei titoli lapidari e “definitivi”; da un disco chiamato “Metal” ti aspetteresti quantomeno che ci sia del “metal” dentro, nel senso più istituzionale del termine, e invece, nonostante la parata di marchette …superstar che Jeff riunisce attorno a sé (Jeff Loomis, la Gossow, Lips, Alexi Laiho, Jesper Stromblad, etc.), ascoltiamo un platter sempre attento alle sirene del trendismo, dell’alternative e del vattelappesca metal, il tutto per altro stantìo e senza mordente. “Annihilator” poi chiama in causa addirittura il monicker della band…scelta pericolosissima, perché devi aver confenzionato un disco inattaccabile, coi fiocchi, per reggere il peso; e il peso non lo regge manco per il cacchio, prosegue lo scadimento inarrestabile della curva qualitativa degli Annihilator, e ci regala pure la peggior copertina di sempre della storia della band.
 (eh, giusto l’esorciccio ci vorrebbe per farti tirare fuori un nuovo album decente…)
Da anni ho perso la speranza che Jeff Waters possa far risorgere la sua creatura, oramai il numero dei dischi non interessanti ha superato quello dei dischi interessanti, il punto di non ritorno è stato oltrepassato, e quest’uomo semplicemente non ha più banane, Waters non è più quello di “Alice In Hell” o “Never, Neverland”, ma nemmeno quello di “King Of The Kill” e “Refresh The Demon”, che basterebbe pure… Niente, mi sono arreso. Mi rimangono tutti i dischi belli da ascoltare e riascoltare; ogni tanto riprendo pure gli ultimi e mi cimento, tento di farmeli piacere in ogni modo, ma ne esco sempre sconfitto.
Jeff eri Dio, adesso sei diventato Giovanardi.
(Marco Benbow)