GLI SPECIALI DI SDANGHER – LE QUATTRO STAGIONI DEI RAGE

che foto di merda… ma di meglio non ho trovato, credetemi.
C’è stato un tempo in cui Peter Wagner disse: “sono stanco del power metal. Se volete sentirlo andate da qualche altra parte, oppure recuperate i miei vecchi dischi, ma non pretendete di trovarlo ancora nelle nuove cose che faccio ora” 
Era il 1999 e cavoli, c’era da essere dei veri masochisti a parlare così. Dopo aver passato vent’anni a suonare una musica che non vendeva nemmeno a calci, (e adesso di sicuro il Giusti e il Carli dissentiranno perché nel negozio dove si rifornivano loro i Rage e i Running Wilde andavano a ruba) proprio nel momento in cui pareva che le cose iniziassero a girare pure per quei poveri caproni che si erano fatti il culo anni e anni senza costrutto, (vedi i Grave Digger), insomma quando la ruota girava, i Rage giravano a loro volta con un tempismo suicida degno dei Legs Diamond. 
Incredibile, ma questo fece il vecchio Peavy, e lo sapete perché? 

Ve lo dico io: lui ci credeva al power metal e non gli sembrava giusto continuare a suonarlo nel momento in cui non si sentiva di potercela fare. Perché ancora di più Peavy credeva nelle sue canzoni, nella sua musica e le sue esigenze creative. Nel 1999 avrebbe potuto pure scrivere un nuovo “The Missing Link”, sarebbe stato una merda ma tutti l’avrebbero comprato e accolto con entusiasmo. Quello che gli venne fuori dal cuore però fu Ghosts.

 
 
Ghosts non era un brutto disco (scommetto che Marco Benbow lo adora) ma si trattava di una roba troppo grassa, pomposa e rilassata rispetto al solito Rage Style. La gente non lo apprezzò. Peavy anziché aspettarselo e glissare si irritò di brutto. Ci rimase male.
Ma cominciamo da capo e ditemi, quanto cazzo sono stati sottovalutati i Rage? 
Troppo! Io però non mi stupisco perché in fondo cosa rende le band importanti e famose? 
Le canzoni? 
La bravura tecnica? 
Anche. Ma non solo. Ci vogliono altri ingredienti fondamentali: il carisma, un bell’aspetto, la simpatia, le cazzate. Bisogna essere dei cazzoni e sapersi vendere. Bisogna essere dei fighi!
Peavy era solo un tizio con la pancia, le ginocchia valghe e una nuvola di capelli sempre più radi, scriveva grandi canzoni heavy metal molto personali e non era un figo.
Epperò, quanti gruppi vantano un armadio di dischi d’oro e ora non ci sono più, mentre lui Peavy è ancora in giro? Lui continua a timbrare il cartellino con un altro album, buono, ottimo, così così, pieno di pezzi stupendi, autentici, sciapi ma creati mettendoci tutto quello che ha di bello e di buono nel suo profondo, con l’indole di un operaio, un artigiano, senza mai concedere energie agli eccessi della droga o dell’alcol. Giusto con il cibo e con la calvizie il caro Wagner ha perso le sue battaglie, soprattutto in questi ultimi anni, in cui ha concesso un po’ troppo alla tirannica pinguedine e ha scelto la boccia. Ma Brando era un ganzo pure con la boccia e tutta quella ciccia, mentre Peavy, finché sarà quella la sua faccia e quella la sua voce, mi dispiace, non avrà mai le ragazzine sbavanti, non avrà la grana e il riconoscimento popolare, le copertine delle riviste e le poltrone dei talk-show!
Che se ne dovrebbe fare poi di tutto quel glamour uno come Peavy? Nulla, ma solo perché è lui. Se fosse una “grande rockstar” saprebbe dove infilarsela eccome ma i Rage non esisterebbero. Da un certo punto di vista è meglio così quindi, il suo tesoro resta a disposizione di chi ama la musica buona e senza i fronzoli della Vanity Fair. Vi pare poco?
Ci sono canzoni dei Rage che andrebbero insegnate alle scuole elementari del metallo al posto di tanta altra fuffa teutonica, ma si sa come va il mondo, non sempre il posto di primo piano ce l’ha chi se lo merita. 
Io li ho seguiti e studiati i Rage e vi dico che alcuni dei loro album sono tra le cose più belle che siano mai state fatte nel metal, almeno in ambito power. La cosa triste è che circa la metà di voi neanche lo sospetta. Di solito suddivido la loro carriera in quattro fasi precise, quattro stagioni. La prima è quella che chiamo RADICI…
 
 
vale a dire quando i Rage erano un trio, allerta e pieni di brio e facevano un metal nudo e crucco come andava nella prima metà degli 80: speed, thrash e motorhead, con un sacco di melodia infantile sparata in falsetto. 
“Reign of Fear”, “Execution Guaranteed” (tralasciando un bel po’ di roba caciarona incisa con il nome Avenger) sono i primi album ufficiali e tranne per uno o due episodi qui e là, non vale la pena soffermarcisi troppo. Ai tamburoni c’è Jorg Michael, il batterista più sottovalutato della storia del metal dopo Lando Cerume ma a parte questo c’è ben poco a legittimarne un recupero dispendioso.
La seconda fase è quella propriamente POWER…
 
 
e va da “Perfect Man” fino a “Black In Mind”, passando per “Secrets In A Weird World”, “Reflections Of A Shadow”, “Trapped” e “The Missing Link”. Tutti questi dischi mostrano una costante e incontestabile crescita artistica e qualitativa, costellata di grandi pezzi che non sono mai diventati dei classici alla stregua di  “Eagles Fly Free” o “Dr. Stein” solo perché tutti i gruppetti power erano alle prese con le cover dei due fottuti Keepers o con la roba dei Maiden e nessuno aveva tempo e voglia di onorare e portare alla consacrazione i Rage. 
La gloria futura di una band dipende molto anche da tutta quella miniera di risorse umane votate alla musica: ragazzini fanatici che decidono di farsi le ossa su certe canzoni anziché altre e finiscono per incarnare una meravigliosa macchina promozionale in giro per i locali. Le cover influiscono sullo stile compositivo di quei giovani, quando questi si sentono abbastanza sicuri da poter dare vita a qualcosa di proprio ed ecco che, nella maggioranza dei casi, si finisce con una schiera di cloni utili solo a dimostrare la grandezza di una band su tante altre. Ricordo la reazione spaesata della gente, dalle mie parti, quando i Betelgeuse proponevano “Refuge” in modo impeccabile; invece ho presente il gran clamore saettone quando i Mizar suonavano male “The Wicker Man” degli Iron Maiden. 
I Rage di “Black In Mind” e “The Missing Link” erano artisticamente surclassanti rispetto ai Maiden di “Brave New World”, ma la gente preferiva l’ennesima riedizione di “Aces High” con uno spudorato plagio iniziale di “Rapid Fire” dei Priest, alle clamorose “Alive ‘But Dead” o “Firestorm”.

Nei meravigliosi dischi della seconda fase ci sono brani di grande respiro, come “Dust” o “Lost In The Ice”, ci sono le cavalcate introspettive, sincere e profonde di “Certains Days” e “Light Into The Darkness” e capolavori horror rock quali “The Pit And The Pendulum” o le lovecraftiane “The Crawling Chaos” e “In A Nameless Time”. Quest’ultimo è forse il pezzo metal (a parte “The Call Of Ktulu” e “The Thing That Should Not Be” dei ‘Tallica) che meglio esprime musicalmente il senso di follia cosmica evocato dalla prosa sfrenata del solitario di Providence.

Oltre alle angosce paniche e orroresche quello che trasmette di solito il metal dei Rage è la carica: ci dice di non mollare. Semplicemente. Non attraverso la tronfia epicità a tutti i costi dei Manowar o l’isteria giullaresca degli Helloween, la band di Wagner punta alla semplicità del quattro quarti, al potere di una buona melodia. I testi di Peavy sono pieni di blues nordico salsiccioso da ragazzone malconcio e frustrato della Ruhr. I riff sono quadrati, asciutti, priestiani, ma caparbi e tirati come il miglior rock ‘n’ roll dei Motorhead. Se continuate a sentirvi depressi dopo le pedate nel culo di “Enough Is Enough” o “Refuge”, allora non so cosa dirvi: sparatevi.

Ma, ripeto, le meraviglie che ho appena elencato sono ignorate dalla stragrande maggioranza del popolo metal. 
Ditemi che non è così?
Persino molti di quelli che si dichiarano ammiratori della band poi la definiscono come roba di seconda fascia e forse fanno più male loro ai Rage di chi non si è mai degnato di prenderli in considerazione perché il cantante è pelato e ciccione e fa pawa del crauto.


(Fine prima parte)