BARONESS THE METAL BAND

 
Uno degli album metal più belli in assoluto dell’anno appena trascorso è “Yellow & Green” dei Baroness. 
Come dite? Ah, non è metal? Beh, vi sbagliate, cari miei. 
Perché Rientra nell’appassionante categoria metal: “dischi non metal di band metal”, che per quanto possa farvi storcere il naso, è sempre meglio della categoria “dischi metal di band non metal”: di questi ne volete alcuni esempi? “Terremoto” dei Litfiba, i due lavori dei Tim Machine, il primo album di Gene Gnocchi, quasi tutto quello che hanno fatto i Good Charlotte e i My Bloody Valentine… insomma, devo continuare o vi basta?

Io sono convinto che se riesci a fare metal non puoi fare altro e che se fai altro (anche bene) non è detto che ti riesca poi di far metal, anzi. Secondo me è una cosa genetica, biologica. Ci devi nascere. Si sente da come suoni, dalla concezione stessa delle ritmiche e dal peso che la mano esercita sulle corde; non tanto da quanto siano saturi i suoni che provengono dall’amplificatore. 
E così i Baroness, anche se in questo ultimo album si spingono in territori che farebbero accapponare la pelle a Stefano Giusti: insomma un rock pop molto colto e anche un tantino snob, restano sempre una posse di pedatori che usa altri mezzi per far uscire l’anima russa a fiotti. 
 
Dentro ogni metallaro c’è lui.
Perché i metallari hanno l’anima russa, esatto. Un giorno ve la spiego, tranquilli.
“Yellow & Green” (cazzo solo ora mi sono ricordato di metterlo tra virgolette) è un doppio album e in quanto tale ha almeno cinque o sei brani di troppo, ma si tratta comunque di un episodio davvero felice della discografia di questa band: ci sono canzoni meravigliose, un’irrequietezza da ostruire l’esofago, scenari sonori desolanti (nel senso buono) come non se ne sentivano dal 1998 e paradossalmente anche tanta energia positiva. Infatti le band metal, quando provano a fare rock o pop, tendono comunque a buttarla sul triste, invece sentitevi “Psalm Alive” e ditemi se non è perfetto per una deliziosa gita in campagna insieme a un vostro detestabile parente che sta per morire? Vi assicuro che roba come “Little Things” è perfetta per una seduta di step in palestra!
 
Dischi non metal di band metal come questo ce ne sono stati molti in passato, soprattutto negli anni 90: quando i gruppi erano preda di uno sperimentalismo a volte anche forzato, ma in alcuni casi genuino e coinvolgente. Le riviste specializzate mettevano in copertina gente che non usava praticamente più le chitarre elettriche o il doppio pedale; riempivano i dischi di tastiere (!): lo strumento per tradizione più boicottato e schifato dal popolo metallaro che salvò di fatto il genere da una morte tutto sommato meritata (checché ne dicano i patiti del vero metallo in formalina). 
 
Dischi come “One Second” dei Paradise Lost, “Alternative 4” degli Anathema o “The Promised Land” dei Queensryche, permisero a un sacco di elementi sonori nuovi di entrare a far parte del genere e rigenerarsi. Quando i Tiamat inserirono il “Pink Floyd random” nel regno del metallo estremo, non tutto quello che ne venne fuori fu meraviglioso, ma se adesso ai Running Wild viene di infilare un assolo alla Gilmour in coda a un brano epico, lo possono fare e nessuno gli dice niente, anzi. Nell’85 non si sarebbero mai azzardati.
Sono questi album riottosi verso il genere, in cui le band provano a cambiare, a crescere, prendendosi dietro un’infinità di maledizioni e insulti, a permettere a tutti noi di andare avanti. Pensate sul serio che un brano come “Twinkler” nell’ultimo Baroness sia una roba pop alternative? 
Sbagliato, è metal e solo metal. Quelle melodie, la potenza, la fierezza di quei cori solo chi ha saputo battere forte l’acciaio la può concepire e soprattutto esprimere. Provate a sentirla a occhi chiusi mentre guidate e…
 
 
…vedrete che botto!
No, seriamente, volete sapere cosa mi succede quando la sento io? Sento una specie di commozione bambina che dal petto mi scende fino al ventre e da lì mi innalza a sfidare l’orizzonte come un grandissimo pirla, d’accordo, ma da quando non mi capitava di provare un così pieno trasporto emotivo? 
Il metal mi ha sempre dato il coraggio di reagire. Tutto quello che ci riesce è metal, per me: la colonna sonora di Rocky 4, la canzone “Maniac” su Flash Dance, “Beat-it” di sua maestà il grande orco di Neverland, tutta la discografia dei Sigur Ros! Sono pere di adrenalina che ti spingono a usare i calci contro quello che ti mette giù. Sarò checca ma è così e i Baroness mi danno la stessa cosa e non parlo solo di perle di fango come “A Horse Called Golgotha” o “The Gnashing” (canzoni degne di Woodstock, di Joe Cocker che si autosgozza senza usare le mani; brani che sarebbero generazionali se esistessero ancora i generazionalismi e non i generazionatismi…) no, io dico anche roba come “Take My Bones Away”, “March Of The Sea” e “Back Where I Belong”. Sono composizioni vive, tese e questo mi fanno sentire addosso: vita, tensione.
 
 
I Baroness poi sono una di quelle band tormentate, in cerca di un suono che possa accompagnarne il costante cambiamento verso la maturazione artistica che sentono spingere dentro di loro come un feto satanico. 

Tanto sono mutati da quei due mini degli esordi, “First & Second”, fino a “Red Album”
 
 
disco che sgrassa via il muschio barbuto dello “sleggemetal” per un discorso più ambizioso e personale. “Blue Album” 
 
 
lo perpetua in una formula equalizzata il giusto per garbare in eterno al popolo metallaro: canzoni cazzute, angosciose, scurissime; combinazioni di chitarra fresche che derivano dal bistrattato grunge di Stone Temple Pilots e Soundgarden. Fateci caso, le chitarre non vanno mai sullo stoppato, gli accordi sono aperti, avvolgenti: rock 70 inacidito di vent’anni. 
“Yellow & Green” 
 
 
è un passo avanti ancora. I Baroness vogliono sapere chi sono, quante cose “possono” essere prima di decidere “chi” essere e di certo non vogliono rimanere Blue, perché quel periodo è passato, il colore del mare dei bastoncini Findus non li riguarda più. E leggo recensioni che sono tirate moralistiche sul cambio paraculo di suoni e genere, un disco realizzato in attesa che il mercato dell'”alternativo figo” si accorga dei Baroness. Leggetevi la rece di Metalitalia e ditemi se un album di questa portata debba essere lasciato nelle mani di un don Abbondio qualsiasi. Guardate quanto ci mette un testone a mandare nel cesso uno dei dischi più innocenti e freschi del 2012, solo perché non fa gium gium gium e stracazzo di gium gium. Capirà tra quindici anni, quando anche i sassi avranno capito, la grandezza dei Baroness.
(Francesco Ceccamea)