ENFORCER – DEATH BY FIRE… CONTENTI VOI!

 

 
Gli Enforcer sono una delle band più potenti in circolazione. Hanno un tiro della madonna. Il problema è che dovrebbero smetterla di fare cover sotto mentite spoglie e provare a scrivere qualcosa che non sia stato già fatto trent’anni fa. C’è una differenza tra le band che indossano gli indumenti e i suoni di un tempo sonoro ormai lontano: alcune provano a scrivere qualcosa di personale (Black Crows, Christian Mistress, Devil’s Blood, Darkness, Ghost) altre  plagiano fingendo di non accorgersene (Primal Fear, Hammerfall, Stratovarious, Dream Theater) ci sono quelle che più semplicemente clonano (Airbourne, Wolf Mother).

Gli Enforcer appartengono a quest’ultima categoria. Il loro nuovo disco è una sequela di riff rapinati di straforo dagli archivi di Motorhead e Maiden, le canzoni sono prodotte cercando di imitare la rozza deflagranza della nwhbhm e del primo power speed anni 80 e affrontano tematiche spicciole su fire, nightmare, sacrifice e tutto il bric a brac del metal piccino degli albori. Per qualcuno di voi magari tutto questo ha senso e scialate davanti a un prodotto così, io non ci riesco, se ci provo mi sembra di prendermi per il culo. Se per esempio i Saxon se ne uscissero con un lavoro simile starei qui a dire tutto il bene del mondo, perché una band che ormai non ha più nulla da dimostrare, comunque mantiene una potenza incredibile. Gli Enforcer invece hanno sì il tempo dalla loro ma devono ancora dimostrare tutto. Canzoni come “Death Rides The Night” o “Run For Your Life” andrebbero proibite nel 2013. Sono poderose, trascinanti ma professano il nulla, il cannibalismo, la sterile ripetizione di un genere che dovrebbe guardare e camminare avanti anziché mettere la testa sotto terra e fingere che non siano mai esistiti gli Alice in Chains o i Korn. Se io scrivessi un romanzo usando il gergo dell’800 potrei anche compiere un atto creativo concettualmente seducente, ma se questo linguaggio non lo uso per raccontare una storia originale (postulando che tutto è stato detto e tutto è stato fatto e bla bla bla) il mio lettore si farebbe due palle così e basta. Per emozionarmi un po’ e destarmi da un piattume revivalistico da balera metallara devo aspettare “Silent Hour /The Congjugation”, penultimo brano dell’album: 6 minuti e passa dove oltre a far sorridere i nostalgici si cerca di mettere qualche nota in fila in modo più personale. Gli intrecci di chitarra nella seconda parte saranno maideniani, ma non così spudorati e plagiatori e cosa più importante mi emozionano e sorprendono. I fraseggi, le armonizzazioni dei chitarristi sono notevoli in questo caso, mentre quasi tutto il resto invece è una rivisitazione volutamente sfantasiata di “Highway Star” o “Angel Witch”. Contenti voi! Io mi recupero i Riot e i Loudness.
(Francesco Ceccamea)