HATEBREED… CON IL MARTELLO!


Quello che non mi spiego degli Hatebreed è che pur facendo un tipo di metal accessibile, comunissimo, acchiappone, molto groovy e catcthy anziché suscitare la solita diffidenza che i metallari europei ammettono di avere verso il metal americano “moderno” estremo degli anni ultimi vent’anni (inclusi Lamb Of God, Slipknot e Pantera), ecco che gli Hatebreed li rispettano e lasciano in pace. Non li ama quasi nessuno, li ascoltano in pochi, ma convincono tutti. Forse è questo il punto: non hanno fatto tanto successo da finire su XL, o magari è perché James Jasta non ha il faccino carino di Chris Cornell e quindi se ti parla di cose orrende che farebbe alla schiena di qualcuno, tu, con quell’espressione da neonato che non mangia da troppe ore, gli credi eccome. Ci credi a lui e alla sua band.
Gli Hatebreed vogliono far male, liberare odio, rabbia e sangue e lo fanno senza mai cedere alle civetterie, i trucchi della discografia estremista tecnicool. Musicalmente un loro disco non aggiunge molto rispetto al precedente e non c’è chissà cosa in termini artistici, eppure quando parte l’ascolto, ti senti come messo a sedere e preso a schiaffi, avverti dentro di te degli strattoni, insulti spruzzati in faccia. Alla fine, quando vieni restituito al silenzio e ti alzi sei uno straccio, te ne vai e cazzo non li rispetti più, tu li temi! 

Io ho timore degli Hatebreed perché loro non scherzano, non raccontano bugie, non posano, non gli è mai fregato nulla di fare altro, solo prenderci tutti a pugni. Per loro la parola onore ha un significato, non vogliono convincerti che fanno sul serio, perché lo senti e loro sanno che lo senti. Non hanno bisogno di conquistare la tua fiducia perché sei tu a chiederti se non preferiresti le rassicuranti menate pseudonichiliste di Corey Tyler mascherato da Mocho Vileda. Gli Hatebreed sono quello che dicono di essere: odio tirato per una quarantina di minuti. Loro hanno sempre fatto questo e l’hanno fatto sempre meglio, disco dopo disco. 
L’ultimo album te lo immagini ancora prima di metterlo nello stereo. Al punto che non pensi nemmeno di sentirlo tanto non ci saranno sorprese. Poi capita che una mattina in cui ti rode di molto il fesso esci di casa per andare al lavoro e ti viene automatico di sentire gli Hatebreed: come staccare via il martello dal muro a cui è appeso, lo stesso muro e lo stesso martello davanti a cui passi tutte le mattine diretto al tuo solito lavoro, alle solite incazzature, tristezze e ristrettezze quotidiane. Ecco che scegliendo di ascoltare il nuovo “Sound Of Purpose” per me è stato come andare a lavorare con il martello e propositi in testa per niente rassicuranti.
“Put It To The Torch”, “On Your World” e “Before The Fight” sono la colonna sonora ideale per un sanguinario combattimento tra cani pieni di amfetamine. “Dead Man Breathing” è un sentito omaggio agli Slayer ma privo di soggezione, “Honor Never Dies” ha un ritornello per certi versi “arioso” ma come può esserlo uno scantinato dove si gira un torture porn dal vivo.  
Massimiliano Lodigiani su Brutal Crush li ha definiti Metalcore e Alessandro Ve di Metallized ci è rimasto così male che anziché scrivere un commento stizzito sotto l’articolo di Max, mi ha scritto in privato per lamentarsene e chiedermi spiegazioni. Anche Wikipedia dice che fanno Metalcore, sapete? 
Diciamo che, per non offendere nessuno, con gli Hatebreed… “si parla essenzialmente di un gruppo hardcore east coast, secondo una discendenza abbastanza logica (Minor Threat – Agnostic Front- Sick Of It All – Madball) aggiornato alla pesantezza e allo spirito apocalittico del death metal. Cioè, partire dal presupposto che si parli di metal è sbagliato” (così mi ha rivelato Zorba e io mi inchino davanti alla sua infinita spericolata saggezza).
(Francesco Ceccamea)