STORY BOX – I JETHRO TULL E GLI EQUIVOCI DELLA STORIA DEL ROCK

 
Quando un metallaro vuole dimostrare che anche lui ascolta di tutto, di solito cita Pynk Floyd, Rush, Lady Gaga, i Beatles e i Jethro Tull. Ian Anderson e tutta la sfilza di gregari che si sono succeduti nel corso dei decenni che questa band ha attraversato, hanno rappresentato, spesso a torto, il sinonimo della scelta musicale versatile, eclettica, raffinata. In realtà, i Tull (come li chiama chi gli ha voluto davvero bene) erano dei buffoni e sapevano fare il loro sporco lavoro, vale a dire, intrattenere in pubblico passando da Bach alle fiabe del leprotto che perse gli occhiali, dal povero barbone e la bambina pervertita, tra moralismo e spensieratezza, dilemmi esistenziali e quadretti campestri. Era una bella zuppa che solo negli anni Settanta poteva essere rifilata al pubblico e i Jehtro sapevano condirla bene, non eccedevano con gli ingredienti, fino al giorno in cui però alla loro mensa iniziarono a presentarsi troppe persone e a quel punto si sa, più aumenta la quantità di cibo e più diminuisce la qualità. E la zuppa rock dei Jethro Tull divenne un minestrone annacquato che nel giro di un paio di anni cacciò via tutti quanti.

 
Allora, da dove cominciamo? Direi da quando Ian Anderson e altri suoi amici furono scelti da un produttore scemo per fare da band di supporto a un piccolo bluesman rinomato di nome Mick Abrahams. Costui è ricordato oggi come chitarra solista del primo album della band, “This Was”, ma avrebbe dovuto essere tutto il contrario: lui era la star di quell’uscita discografica. Ian e gli altri però l’avevano fagocitato e come lo stronzo che tutto sommato era, quando non servì più, lo espulsero dalla band. Ancora oggi, il tizio suona nei localetti ma nessuno si ricorda più di lui, tranne qualche sfigato che dopo avergli offerto una birra complimentandosi per la bella prova, gli domanda come fu veder nascere i Jethro Tull. A quel punto, se c’è ancora birra nel bicchiere, forse il bluesman non avrà più voglia di finirla e magari, se è la serata storta, la tirerà in faccia a quel coglione che gli ricorda chi gli ha rovinato l’esistenza.
 
 
La storia del Rock è piena di vicende così deprimenti. Basti pensare a quel poveretto che fu sostituito da Ringo Starr sul più bello. Ma non andiamo troppo lontano e parliamo dei Tull. Anzi no, prima devo togliere di mezzo la questione  Tony Iommi. 

Sei sempre tra i piedi!

La band aveva bisogno di un chitarrista e qualcuno propose questo ragazzone con le dita spuntate, una tecnica notevole e uno stile assai particolare. Iommi aveva il suo gruppo, ma non era ancora riuscito a combinare niente e siccome i soldi servivano, accettò l’offerta di suonare con una band già affermata e in cammino verso la Hall of Fame del rocchenròl. Avrebbe potuto mollare quegli scoppiati dei suoi amici, fermarsi stabilmente nei Tull e finire lì la sua carriera, ma per fortuna nostra e sua ci ripensò. Alla fine della serie di concerti disse a Ian che gli era piaciuto suonare con il suo gruppo ma che aveva una cosa importante da fare e che forse, proprio grazie a quella esperienza era anche riuscito a capire come farla. E così, tornò a Birmingham e richiamò quegli scoppiati dei suoi amici.

“Ehi, sono Tony”
“Ehi, che si dice?” 
“Sono tornato” disse.
“Ah, che bello, ma perché cazzo l’hai fatto?” dissero loro.
“Ho capito cosa ci serve per diventare una band di successo”
Servivano le prove. Con i Tull, Iommi aveva visto che tipo di vita facesse una band affermata: provavano e riprovavano fino a diventare matti. Era lì il segreto. E così iniziò a fare in modo che lui e gli altri provassero tutti i giorni e non si occupassero di altro per un po’ di tempo. Tanto matti lo erano già. O la va o la spacca. 
 
 
Ma torniamo una benedetta volta a questi cacchio di Tull. Dopo il primo disco di blues col flauto traverso, ne arrivò un altro molto più rappresentativo: 
 
 
“Stand Up”. Non un grande album, sia chiaro, ma c’era il Bourée di Bach rifatto in modo dissacrante e bastò questa cazzata dall’aria intellettualoide per attirare l’attenzione di tutti.
 
 
“Benefit” non ottenne grandi consensi e se fosse finita qui, adesso scrivendo questo articolo sarei accusato di occuparmi dell’underground più puzzolente e asfittico, ma ecco… 
 
 
“Aqualung” e da quel momento fu tutta un’altra cosa. Per tanto tempo la gente pensò che fosse un concept e Ian non fece molto per smentire la faccenda perché capì che la gente lo apprezzava molto di più se credeva si trattasse dell’ennesimo disco tronfio e borioso di progressive rock. Il “concept album” è un genere che ha rappresentato il punto più alto da cui il rock ha iniziato a cadere e i Jethro erano abbastanza svegli da capirlo. Però quello era il periodo in cui tutti credevano al rock, (venivano presi sul serio persino gli ELP), quindi sì, gente, “Aqualung” è un concept, una giraffa, un pianoforte, un disco di ninne nanne, basta che lo compriate e siete liberi di vederci ciò che volete. Anni dopo venne a galla la verità: ci sono canzoni in qualche modo collegate tra loro, ma non è una storia in capitoli o un disco a tema. E’ solo un disco di canzoni. Grandi canzoni. Sì, perché qui ci sono davvero alcune delle cose più belle della storia del ruack: “Locomotive Breath”, “Cross Eyed Mary”, “Aqualung”, “My God”, rappresentano l’apice di un classico indiscutibile e modelli per le band rock progressive ma soprattutto per i gruppi metal. Come gli Iron Maiden che non a caso, i Jethro Tull sono il solo gruppo consacrato che si siano presi la briga di omaggiare ai tempi della loro ascesa.

Da quel disco scambiato per un concept, Ian pensò di farne uno intenzionalmente, ma che fosse una presa per il culo del concept, visto che come genere iniziava davvero a essere ridicolo: dischi con una sola canzone lunga due facciate, ma andiamo… Come può essere che dalle canzonette di 3 minuti e mezzo in cui si strilla di muovere il culo, siamo arrivati a queste suite pallose in cui si descrivono mondi ultraterreni fatti di conigli verdi e pappagalli filosofi che esprimono il proprio dissenso contro l’amministrazione Nixon? E così arrivò… 
 
 
“Thick As A Brick”. Parodia intenzionale di quei prog(h)ettoni imponenti e seriosissimi. Era una puttanata, soprattutto il testo, ma non lo capì nessuno e Ian decise di tacere anche stavolta, visto che arrivava gente da tutte le parti per vedere i Tull. Riempirono il Garden (Madison Square) per una settimana di fila, cosa avrebbe dovuto fare davanti a quelle migliaia di persone osannanti, dire: “scusate amici, ma io non sono il messia del rock, questo disco è pieno di pernacchie e coglionerie da due soldi e l’intenzione era proprio quella di irridere chi fa sul serio. Non siamo noi quelli. Se vi piacciono i concept tornate dagli Yes. We Say No!”. Avrebbe dovuto dire questo? Ma va, è stato zitto e ha pensato: ok, visto che ci prendete così sul serio, allora forse non siamo tanto coglioni come pensavamo. Se vogliamo possiamo fare poesia in grado di coinvolgere le persone tanto quanto Bob Dylan o Leonard Cohen. Proviamo a prenderci sul serio anche noi e vediamo cosa succede. 
E fu così che andò tutto a puttane. Irrimediabilmente. 
 
 
Con quella copertina inquietante quanto un film di Sergio Martino con la Fenech, “A Passion Play”, era uno sballato e ambizioso tentativo di sposare il rock con il teatro. Fu un disastro che allontanò il pubblico e depresse i Tull. I quali tornarono subito a far dischi cazzoni, tipo 
 
 
“War Child”, anche se poi ci riprovarono con qualcosa di ambizioso, stavolta un musical rock che ancora non funzionò per niente e le canzoni entrarono nell’ennesimo album di merda (Too Hold To Rock And Roll…) che subito dopo “A Passion Play”, la band iniziò a produrre con una certa regolarità. Nel mentre, Ian cambiò la formazione. Iniziò a cacciar via tutti, assumere gente nuova. Jethro Tull diventò a tutti gli effetti un suo progetto solista e anche se pareva sempre stato così, non lo fu affatto almeno fino a “Brick”. La prima formazione, quella che si sciolse dopo il 1973, fu qualcosa di speciale e un gruppo in piena regola, non una squadra di gregari al servizio del signor Ian.
C’è una cosa che salva quegli anni dall’oblio più nero ed è la canzone “Minstrel in the Gallery”. Forse vi è capitato di sentirla in una raccolta e allora non potete capirmi, perché sarà stata tagliata. Il responsabile di una mutilazione del genere non ama i Tull, poco ma sicuro, perché la grandezza di quel brano è tutta nel buco mancante, credetemi. 
Comincia con il solito arpeggio e voce di Ian che fa il menestrello gigione, ok? Una cosetta di un minuto. Poi però succede il finimondo. Stacchi, controcanti, ancora stacchi, accelerazioni improvvise e ancora stacchi che percuotono lo spettatore come un potrebbe fare un buttafuori con un ubriaco finito tra le sue mani. E’ tutto così veloce, inaspettato e nuovo che provo a mettermi nei panni di un ascoltatore del 1975 e quello che può aver pensato. Deve essere stato come Michael J. Fox sul primo “Ritorno al futuro”, quando al termine di “Johnny B. Good” si lancia in quell’assolo metalloso e alla fine guarda il pubblico esterrefatto, si scusa e dice: “è un po’ presto per voi, ma ai vostri figli questa cosa piacerà”

Finisce questa parentesi strumentale potentissima e poi subentra il rockettino banale che per la maggior parte della gente è la canzone “Minstrel In The Gallery”, ma che secondo me è solo la coda sbagliata di un momento sonoro portentoso, un anticipo troppo breve di quello che qualche anno più tardi sarebbe stato il metal.
Dopo questa fase di dolorosissimi assestamenti, la band torna con un album decente: 
 
 
“Song From The Wood”. Ci sono un paio di nuovi classici che andranno a formare la scaletta dei concerti ancora oggi, più una serie di pezzi furbi, in cui Ian rispolvera il vecchio repertorio campagnolo, ma con intenzioni subdole. Vuole solo tirar su un po’ di soldi e rivedere tanta gente sotto al palco. 
 
“Heavy Horses” è un altro disco dello stesso genere, ma molto meno ispirato, così come 
 
 
“Stormwatch”, mentre tutto quello che è successo dopo 
 
 
“A” preferisco ignorarlo. Basta dire che Ian voleva incidere un vero disco solista e pasticciare con l’elettronica. Alla fine, quelli della casa discografica gli suggerirono di farlo uscire con il nome della band, altrimenti non avrebbe venduto e lui permise questa cosa, anche se è solo una paraculata, “A” non è un album dei Tull. Quelli dopo purtroppo sì. 
A oggi i Jethro sono sul serio il progetto solista di Ian Anderson, vanno in giro a fare concerti perché è grazie a quelli che il pifferaio del rock tira avanti la baracca.
 
Questi sì che erano i Tull!
 (Francesco Ceccamea, al vostro servizio)
  • ciao, mi trovo in netto disaccordo sul giudizio che dai su molti dei loro dischi(ma non faccio testo, perchè i JT sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto)… ad esempio secondo me 'Stormwatch' e 'A' sono dei lavori ottimi e anche dopo hanno fatto degli album notevoli.concordo invece pienamente sulla, scanzonata ma realistica, analisi che fai riguardo al ruolo dei Tull nella 'Storia del Rock'… Ian nello strombazzato calderone del Prog ci si trovò suo malgrado, e fu abile come sempre a sfruttare a suo favore la situazione.il suo/loro grande merito secondo me sta soprattutto nell'aver pubblicato dischi molto diversi fra loro, mettendo di volta in volta in evidenza jazz, blues, rock duro, folk, suono sinfonico e persino elettronica (su A e sulla loro unica, autentica cagata, Under Wraps).

  • Ho letto con curiosità il pezzo, dopo esserci capitato grazie alla totale casualità delle ricerche in Rete. Le cose belle le hai colte tutte, e anche quelle meno belle. Sono troppo innamorato dei "Tull" (eheheh!) e quindi di parte. Mi piacciono molte cose che butteresti nella pattumiera e in particolare ho consumato le dita per suonare e cantare Thick As A Brick. Calo un velo pietoso su tutto quel che è successo da quando ad Anderson si sono disastrate le corde vocali. Gli voglio bene comunque. Ciao!