I DOKKEN E UNA PORTENTOSA CISTITE

 
I Dokken sono una delle band più rappresentative del metal americano anni 80 eccetera eccetera eccetera. Insomma, non vorrete sentirvi dire le solite cose? Andate su Wikipedia o True Metal. Io vorrei parlare di questa band in modo diverso. Erano i più scatenati figli di puttana in fatto di feste e dopo ogni concerto organizzavano certe orge che a Los Angeles erano diventate leggendarie. Nel mentre piazzavano singoli in classifica che era una bellezza. In quegli anni il successo dei Dokken potrebbe essere paragonato a quello dei Linkin’ Park all’inizio degli anni 2000. Con questo non voglio insultare la band e i fan che ancora li tengono al primo posto nella chart del proprio cuore, ma bisogna ammettere che furono una specie di fenomeno che infuocò le camerette dei teenager americani per qualche anno, le casalinghe suonarono le proprie scope imitando gli assoli del mostruoso Georgie Lynch (che purtroppo arrivò dopo Randy Roads e nemmeno morì in un incidente assurdo al posto di Ozzy) e gli sfigatelli sussurrarono per mesi o forse anni, le parole di Don nella ballad strappamutandine “Alone Again”.
Ma volete un riepilogo della discografia? 

Sì, che lo volete.
Iniziò tutto in Germania. Don Dokken doveva essere il nuovo cantante degli Scorpions e ci andò vicino, se Maine non avesse avuto uno scatto d’orgoglio che gli facesse riprendere il suo posto oggi racconteremmo un’altra storia. Comunque, io ho sentito le canzoni che il cantante dal naso cocato, scrisse e incise prima di imbattersi nel resto di quella che poi sarebbe diventata la line-up storica della band. Sono orrende. Anche il primo disco “Breakin’ The Chains” è un prodotto adatto solo a pervertiti che si crogiolano durante i lunghi pomeriggi invernali nelle impolveranti sonorità schiattate di un tempo che non tornerà più. Certo, la canzonechedailtitoloall’album è un capolavoro e se l’avesse scritta durante le lavorazioni di “Blackout”, Rudolfo Schenker gli avrebbe regalato un paio dei suoi baffi per farsela lasciare. Ritornello invincibile, riff che copieranno a legioni, quel brano è segnato negativamente da un videoclip così brutto e goffo che se non l’avete mai visto vi invidio e vi imploro di non farlo, sarebbe come rivelarvi che le gambe della Basinger non sono mai state della Basinger e di conseguenza vi rovinerei l’infanzia, quindi andiamo oltre che questo discorso mi deprime assai.
 
 
Il disco successivo “Tooth & Nail” è zeppo di classici della band. Quando lo cercavo io, nel 1996 era praticamente impossibile da trovare in qualsiasi formato. Misi un annuncio su Metal Shock e mi rispose un tizio che su lauto compenso (li mortacci sua) registrò una versione dal vinile, leggermente rallentata. Voi mi compiangerete, ma vi assicuro che “When Heaven’s Come Down” sentita con qualche giro di metronomo in meno diventa greve e soffocante come le palle di un gigante sulla vostra fronte. Quel disco è adorabile o detestabile a seconda che vi piaccia il genere. Sappiate solo che è con quelle canzoni che si definì la scaletta, gli ingredienti, le coordinate tutte del metal più famoso (e secondo me più fico del mondo). Sì, poi quelli che vennero dopo esasperarono vari aspetti e adesso starete tutti lì a sghignazzare pensando alle pose dei Poison. I Dokken però non furono mai melensi, scontati e monotoni, nel periodo migliore, almeno. Il loro secondo disco presenta tre riempitivi “Heartless Heart”, “Don’t Close Your Eyes” e “Bullet To Spare”  che rispetto ai picchi commerciali di gente venuta dopo rappresentano comunque una roba di grande livello. Immaginatevi cosa possono essere le hit, quindi. “Just Got Lucked”, “In To The Fire”, “Tooth & Nail” con quell’assolo neoclassico tappinghizzato che è davvero una bellezza. Se non vi piace questa band non vi piacciono neanche gli slasher movie, i film di Chuck Norris, Madonna e tutta la meravigliosa decadenza di un decennio all’insegna del ballo sfrenato in faccia all’apocalisse. 
 
 
“Under Lock & Key” è considerato il capolavoro assoluto della band, l’apice, il disco che mise d’accordo pubblico e critica e forse il momento più bello di tutto il class metal, anche se non il più celebre. C’è gente che conosce di striscio solo “In My Dream” e giusto perché gli echi del ritornello somigliano a qualcosa che hanno sentito in miriadi di imitazioni scadute. Non c’è una sola nota di questo album che non sia stato necessario mettere. Da un punto di vista produttivo è una crema perfetta che una volta assaporata non si finirebbe più di far passare tra palato e lingua, nel tentativo di intrappolare quell’equilibrio folle di ingredienti, suoni, rumori, sangue, fragole, sesso, sogni e incubi.
 
 
“Back For The Attack” è il mio disco preferito della band ma non il migliore, è quello a cui sono più legato perché mi tenne compagnia durante una terribile cistite che quasi mi uccise, nel 1995. Giravo per casa con un catetere e cantavo “Stop Fighting Love” o “So Many Tears” e per quanto siano episodi minori del disco associati al dolore e alla tristezza che provavo in quelle ore, diventano momenti di una drammaticità degna del Wagner più gasato. “Back For The Attack aveva tutto per far deflagrare definitivamente i Dokken nella Hall Of Fame. Ottimi brani, un singolo di lancio che era anche la colonna sonora di un film horror di successo: “Nightmare 3″…
 
 
…ma non puoi sfondarti di coca, alcol, litigare dalla mattina alla sera e scrivere dei capolavori. George Lynch e Don Dokken non riuscivano più a sopportarsi. Il chitarrista si faceva mandare a casa le basi delle canzoni e ci scriveva sopra gli assoli. Vivevano a pochi chilometri di distanza ma erano lontanti un oceano con il cuore e lo spirito.
 
Una delle cose migliori che fecero i Dokken, dopo un live riepilogativo in Giappone (che andò bene a vendite) fu di andarsene prima che le case discografiche li cacciassero. L’aria iniziava a puzzare. C’erano troppe band come i Dokken. Gli Alice In Chains erano appena entrati in sala prove per cominciare a scrivere un nuovo tipo di musica o forse antichissimo, ma nel giro di pochi anni avrebbero spazzato via i tronfi perdigiorno affetti da terribili dipendenze che dominavano la heavy rotation di MTV.
Don Dokken e George Lynch avviarono dei progetti solisti partorendo dischi niente male. I Lynch Mob fecero un sacco di soldi, inspiegabilmente. Don scrisse forse il miglior album della sua vita dopo “Under…” ma nulla poterono quando arrivarono i Nirvana a battere cassa. 
 
 
Nel 1993 comunicarono il loro ritorno, con la line-up famosa. Per me, Marco Benbow e il tizio di Aor Archivia fu un bel giorno e con noi gioirono anche il Maestro Paolo e Stefano Giusti, ma al resto del mondo fregava assai poco dei Dokken. E visto quello che combinarono, anche il gruppo elencato sopra perse l’entusiasmo. Tornarono ma non per dettare le regole. Si chinarono a quelle vigenti. Umplugged e disco alternative. Fu un fiasco. “Dysfunctional” per me è un  grande album, ci sono almeno tre canzonissime, ma lo capii dopo anni di ascolti masochistici. E lo stesso si può dire di “Shadow Life”, unico episodio insalvabile anche con l’intervento della croce rossa, Sant’Antonio e Della Cioppa. Lynch se ne andò, gli altri tre diedero la colpa a lui di quella schifezza e insieme al redivivo Reb Beach dei compianti Winger scrissero un album vecchio stile che accontentò i fan di lunga data. “Se non altro teniamoci quelli”
Uscì anche un nuovo live ma tutto aveva un’aria più intima, casereccia. La formazione però sembrava affiatata e ci rimasi davvero male quando Reb mollò la band e poi se ne andò anche Jeff Pilson (per fare una roba strana con Lynch di cui non si è saputo mai più niente). Arrivò Norum e il disco che uscì “Long Way Home” secondo me ottimo, è solo per i veri fan. 
 
 
Il peggio arrivò dopo. Iniziò un’opera di recupero delle vecchie cose e un restyling incessante e a tratti surreale della capigliatura di Don, già iniziato nel 1995. Però ‘sti cazzi, la musica è ciò che conta e io adoravo quella via presa tra Beatles, psichedelia e Dokken Style e quindi non mi convinsero certe scopiazzature sgonfie del passato. “Still I’m Sad” è una grande canzone ma molte delle altre sembrano così flaccide e forzate. L’intero disco pare un obeso che prova a correre intorno a casa come quando era giovane. Suda, annaspa, vomita. Ecco il disco “Hell To Pey”
E poi sempre peggio. Produzione in calo, al limite dell’amatoriale. La voce di Don impresentabile. Benbow si agiterà sulla sedia, ma è così che la vedo, mi spiace. Poi le voci di una nuova reunion. Don che si impegna a renderla possibile e che alla fine alza le mani impotente e mette in cantiere un nuovo disco dimmerda con la Frontiers. Gli altri che davano la colpa a lui. Adesso abbiamo una roba tipo Queensryche ma con molta meno gente intorno. Don insieme a Brown fanno dischi alla Dokken con il nome Dokken e Pilson, Lynch e Brown fanno un disco con il nome Tooth & Nail o qualcosa del genere. Come direbbe Ozzy: ma che situazione del cazzo. (Francesco Ceccamea)