SPECIALE ATROCITY – OUI AVANT-GARDE Á CHANCE – prima parte

vediamo di fare un bell’articolino eh, che a prendere una martellata è un attimo!
Atrocity: in giro se ne è sempre parlato poco, noi ve ne parleremo tanto. Avete fatto caso che quando si tratta di avanguardia (storica) di metallo, i nomi che vengono snocciolati sono sempre i soliti Voivod, Celtic Frost, Prong, Coroner, Meshuggah, Fear Factory, ma gli Atrocity non saltano mai fuori? E perché? Mai capito, ma tant’è, gli Atrocity se li sono sempre filati in pochi, troppo pochi, a parer mio. Male, perché si tratta – sempre a parer mio (imho, vale da qui a fine articolo) – di una band del tutto particolare, estrosa, innovativa ed originale, tanto a livello di scelte stilistiche quanto contenutistiche. Intendo, musica, attitudine e testi degli Atrocity non sono roba che si ritrova con grande facilità e frequenza in altre band metal. Il loro songwriting ha attraversato così tante fasi diverse, distanti, apparentemente persino inconciliabili. Periodi “alla Picasso”, oppure pensate a Stanley Kubrick, in carriera ha toccato molteplici generi, noir, peplum, guerra, horror, erotismo, da autore con la A maiuscola quale era. Attenzione, non è che Kubrick abbia “inventato” il noir con Rapina a Mano Armata o l’horror con Shining, ha fatto propri quei codici linguistici e li ha riplasmati secondo la propria personalità, ridefinendo in qualche maniera la semantica del genere. Perché ingabbiare il proprio talento e non accettare la sfida di misurarsi in ambiti diversi mettendoci però sempre del proprio?
Con le dovute proporzioni, hanno pensato lo stesso anche Krull e compagni, andando (letteralmente) a prendersi un diverso genere di musica metal a ogni disco. Altro che quelle mezze seghe dei Pantera, il vero “reinventing the steel” lo hanno messo in pratica gli Atrocity, mentre i Pantera erano ancora a scegliere l’eyeliner in qualche centro commerciale texano. Questo approccio alla musica è stato recepito in due modi, opposti e contrari, e parzialmente risponde anche alla domanda iniziale sul perché gli Atrocity non siano mai stati adeguatamente considerati e valorizzati dagli addetti ai lavori e dal pubblico, ovvero: c’è chi ha letto questa eterogeneità di stili, questa versatilità compositiva, come un elettrizzante desiderio di esplorazione continua, e c’è chi invece l’ha interpretata come una manovra ruffiana e insincera per guadagnare fans, a seconda dei generi in voga del momento. Gli Atrocity infatti hanno spesso cavalcato l’onda, sono cioè andati ad infilarsi nel corridoio più illuminato in quel dato momento storico, prediligendo generi emergenti (e che loro stessi hanno contribuito a legittimare e far emergere), quindi tanto stimolanti per un musicista affamato di novità, quanto apparentemente “convenienti” per un musicista assetato di pubblico.
Il 1988 e l’89 sono gli anni dei demo (la formazione del gruppo data 1985, a Ludwisburg, sui banchi di scuola, come per la gran parte delle rock band). Siamo in ambito death/grind, il monicker è Instigator, ma esiste già qualcun altro che si chiama così, e allora Krull, ispirato dalle “atrocità commesse da Nerone”, decide che la semplice contrazione in “Atrocity” sarebbe suonata proprio bene per il gruppo (ma dopo un po’, anche in questo caso, se ne scopriranno a frotte di fratellini metal col nome Atrocity). Si passa quindi a quel monicker, così poco rassicurante per una band che ha lo stesso passaporto di Goebbels e Mengele.
grafico tridimensionale della Tatangelo a 40 anni
Con le magliette dei Napalm Death indosso, i nostri arrivano dapprima alla produzione del singolo “Blue Blood” (il cui vinile doveva essere blu, ma per errore uscì fuori verde in prima stampa), per poi pubblicare il primo disco ufficiale, “Hallucinations” (’90), licenziato da Nuclear Blast (e divenuto subito top seller), prodotto nientemeno che da Scott Burns ai Morrisound di Tampa (unica band europea a varcare quella soglia all’altezza del 1990) e “copertinizzato” addirittura da Giger. Il drum kit era quello degli Obituary, gentilmente prestato per l’occasione. Già si capiva di che pasta erano fatti questi crucchi, una pasta diversa da tutte le altre; se oggi infatti parliamo comunemente di technical death metal è anche perché nel 1990 gli Atrocity hanno pubblicato “Hallucinations”.
Primo brano del primo disco in carriera, “Deep In Your Subsconscious “, e ci occupiamo di un bimbo stuprato dal genitore; niente diavoli, demoni, parafernalia sumero-cthuliano-splatter-goresque, gli Atrocity sono cruda realität, nera come la pece, quella che fa più male dei mostri finti. Il disco – un concept – nel suo insieme si dimostra un’opera claustrofobica e indiavolata, piena di idee, ispirazione e tecnicismi.
bleah…la stampa, non ci hanno mai capito un’acca questi!
La tecnica viene ulteriormente affinata nel successivo “Todessenshucht” (’92), un album che esalta atmosfere liriche e wagneriane, ma anche morbosamente mortuarie, decadenti, tant’è che tracce come “Sky Turned Red”, “Necropolis”, “A Prison Called Earth”, ti fanno sentire, con estremo realismo, prigioniero di 6 pareti di mogano e appesantito da qualche tonnellata di terra infestata dai vermi (e non dimentichiamoci della stupenda cover dei Death che viene piazzata come ghost track alla fine di tutto, “Archangel”). Per non farci mancare nulla, nella inlay cover scioriniamo pure citazioni di Schopenhauer come fossero noccioline. E mentre qualsiasi death metal band sul pianeta voleva scheletri, teschi e creature sanguinarie in copertina, gli Atrocity piazzavano delle poetiche rose cremisi. E mentre tutti cantavano in inglese, gli Atrocity non si facevano alcun problema nel ricorrere alla propria lingua madre (tra i pionieri anche in questo nel metal). Sul mercato americano la Roadrunner obbligò la band ad accettare la pubblicazione del disco col titolo tradotto (“Longing For Death”), per paura che il pubblico anglofono potesse non acquistare il disco (pare incredibile, ma è esistito un tempo in cui la lingua tedesca nel metal non era così ben vista).

(Marco Benbow)
 
…To be continued!