SPECIALE ATROCITY – OUI AVANT-GARDE Á CHANCE – terza parte

do you want some?
Il 2004 non è un anno da poco, esce il nuovo Atrocity e pure il debutto dei Leave’s Eyes, cioè gli Atrocity con Liv Kristine Espenaes al microfono. Che diavolo è successo nel frattempo? Che i norvegesi Theatre Of Tragedy, proprio nel momento più delicato della loro carriera (il passaggio dal death/gothic all’elettronica 50% sofisticata / 50% danzereccia), licenziano la front woman Liv Kristine per poi andare incomprensibilmente a morire di atrofia creativa. Liv non si perde d’animo, e col marito “figlia” addirittura una band a sua misura: i Leaves’ Eyes, il cui monicker gioca evidentemente con l’assonanza col suo nome. Gli Atrocity, non paghi di aver esplorato già tanti generi e sonorità, si dedicano quindi a questo nuovo progetto gothic/viking/folk metal, arrivando a sfornare per altro parecchi titoli in pochi anni.

“….senti nell’aria c’è già la nostra canzone d’amore che va.”
Il sodalizio artistico-sentimentale Krull/Espenaes non è stato esattamente indolore come ci vogliono far credere, visto che, oltre ad aver pesato sui Theatre Of Tragedy, ha secondo me avuto ripercussioni pure sugli Atrocity. Guarda caso, fino a quel momento la band tedesca era sempre stata compatta e unita, mentre adesso, progressivamente, inizia a perdere pezzi. Elementi storici come Chris Lukhaup e Mathias Röderer se ne vanno via uno dopo l’altro (sui batteristi gli Atrocity hanno sempre fatto un po’ di valzer), lasciando il solo Thorsten “Tosso” Bauer ad affiancare il leaderissimo Alexander Krull. Ad oggi i due sono praticamente una coppia di fatto, con Liv Kristine nel mezzo. E non è un caso neppure che le produzioni degli Atrocity da allora siano andate un po’ fiaccandosi.
ondaaaaa su ondaaaaa
“Atlantis” (’04) introduce il metal sinfonico in casa Krull, croce e delizia degli anni a venire. L’album svaria parecchio, da pezzi goticoni e molto melodici (“Gods Of Nations”, “Cold Black Days”, “The Sunken Paradise”), a bordate ai limiti del black metal (“Reich Of Phenomena”, “Ichor”, “Apocalypse”). Nel complesso si tratta di un lavoro decisamente valido e rassicurante sullo stato di forma del gruppo, nel senso che ancora maschera bene l’inizio del declino. Ma se l’album è così buono perché allora parlare di declino? Perché “Atlantis” è il primo disco nel quale gli Atrocity non si inventano nulla di nuovo, non progrediscono; riutilizzano ingredienti già maneggiati e li sublimano alla grande, per carità, ma non avanzano di un centimetro.
 
L’arrivo delle orchestre e del sinfonismo si rivela una vera iattura per gli Atrocity. I nostri ci si buttano a capofitto, abusandone tanto con i Leaves’ Eyes quanto con la band madre. Comincia la fase del reflusso; nel 2008 “Werk 80 II” è un primo passo falso. Si ripete un’operazione già fatta e che non aveva necessariamente bisogno di un seguito (anche se, ovviamente: “i fans lo volevano“), inoltre stavolta la resa dei pezzi è decisamente deludente, il mordente è scarso e un eccesso di orchestrazioni intasa il pop anni 80. Se da una parte infatti l’onnipresente sinfonizzazione rende più sofisticate le partiture, dall’altra l’aspetto dissacrante costituito dalla “profanazione” del pop attraverso la “selvaggeria” heavy metal perde completamente appeal. Pure Dita Von Teese in copertina fa respirare aria troppo mainstream.
Seconda puntata anche per “Calling The Rain”, che stavolta si chiama “After The Storm” (’10). Si rivede Yasmine Krull – il che fa anche piacere – e il disco non è malaccio, ma perché continuare a riprendere cose già fatte? Tutta questa autoreferenzialità, per una band che aveva fatto della imprevedibilità il proprio trademark, mi preoccupava molto nel 2010. A questo punto, da fan, inizio a chiedermi come sarà il “vero” prossimo album degli Atrocity.
pantacollant di una certa comodità in determinate occasioni, quando l’intestino non ti assiste.
Ho avuto la mia risposta solo quest’anno: “Okkult”. Se stessimo parlando di un gruppo senza passato, e se il mondo avesse conosciuto all’improvviso gli Atrocity, mediante “Okkult”, ci sarebbero da stendere tappeti rossi e cospargere la walk of fame di petali scarlatti e miele perlato; l’album è notevole, massiccio, solido, furente. Tuttavia, trattandosi degli Atrocity, “Okkult” diventa un disco al di sotto dello standard qualitativo della band. Sicuramente al di sotto delle mie personali aspettative. 54 minuti che sono un concentrato tritacarne dall’inizio alla fine, senza variazioni, senza estrosità, senza cambi di scenario. Giusto “Satan’s Braut” recupera l’industrial metal dell’era “Gemini”, e “When Empires Fall To Dust” risulta più darkettona che assassina. Gli Atrocity optano per l’aggressività tout court, per quanto rivestita di un nero manto di esoterismo, il che rende in termini di impatto immediato (e la classe degli Atrocity è innegabile), ma smorza abbastanza quel portato grandioso e così peculiare che li aveva caratterizzati in passato (financo su “Atlantis”). Manca insomma la fantasia, la voglia di sorprendere. Che poi una qualsiasi band odierna non riesca ad eguagliare gli Atrocity in fierezza ed eleganza del songwriting questo è un dato di fatto. E che il metallaro medio abbia un’erezione se la band pesta di più invece che di meno, pure questo è un altro dato di fatto.
fa freschino.
Ma a me, antico e devoto fan degli Atrocity, “Okkult” è parso un disco riuscito solo a metà, un lavoro che nasconde poco arrosto sotto il fumo del ritorno al death metal, o perlomeno, una  quantità di ciccia piuttosto modesta. Krull ha parlato di primo capitolo di una trilogia, tre dischi per un unico concept. Ciò potrebbe forse voler dire che la band ha deciso di focalizzare tutta la propria cattiveria su questo primo esito, per poi magari sperimentare altre sonorità nel prosieguo della storia. Staremo a vedere.

… To be continued!

(Marco Benbow)