FERNANDO DI LEO, LA TRILOGIA DEL MILIEU E LA QUESTIONE EMATICA!

Il regista Fernando Di Leo sul set di “Vacanze per un massacro.

E anche in questo caso, per quanti di voi volessero approfondire la persona in maniera sistematica e “seria”, pare proprio che di Fernando Di Leo, in giro, sia stato detto molto. Il “core” (tanto per usare un termine a voi antipaticissimo) della sua carriera lo possiamo tranquillamente individuare nella “trilogia del milieu” degli anni 72-73. 

I film che compongono la trilogia sono “Milano Calibro 9” (1972)


 “La mala ordina” (1972) 



e “Il boss” (1973) 


ed è con essi che il regista pugliese canonizza gli stilemi di un noir-poliziottesco sovente ripresi o traditi fino ai giorni nostri. E fors’anche egli stesso ci si imbambola parecchio, finendo per non uscirne più. A noi interessa parlare dei primi due capitoli della trilogia perché ambientati in una Milano cosmopolita, di contro la Palermo chiusa e oscura de “Il boss”. E il perché è insito nel soggetto di “MC9” quando un vice-commissario di sinistra viene “esiliato” a guardare pecore in Basilicata, proprio per via del suo liberalismo, mentre il commissario fascistone se la gode tra sparatorie e tutto il resto. E quindi, perché? Io ho una teoria. 


Al di là delle monografie di Nocturno, delle citazioni di Tarantino e Rodriguez, di un approccio sempre meno timido da parte della critica ufficiale un aspetto è tuttavia ancora pesantemente trascurato. Il fatto che Di Leo non le mandava a dire a nessuno. Dando un’occhiata alla biografia potrete costatare come gli stop impartiti dalle produzioni e dalle distribuzioni mi vengano incontro. Solo che a distanza di anni e fuori dal contesto di origine, quelle denunce, che erano già all’epoca mimetizzate da accadimenti casuali, da evoluzioni motivate solo dalla causa dell’intreccio perdono tutta la loro forza. Siamo nel 1972, non dimentichiamolo. Sono passati solo quattro anni dal ’68 e tra cinque si arriverà al ’77. I carramba si affannano a manganellare collettivi di studenti che chiedono dei programmi di studio aggiornati mentre una nazione intera sta marcendo. 


Ci viene altresì testimoniato un importante trapasso della mala: per Don Francesco, tutore morale della dottrina mafiosa, non è più possibile parlare di mafia, ci si è allontanati troppo e noi lo prendiamo per buono senza necessariamente scomodare la querelle tra Sciascia e Correnti. È proprio questo trapasso a segnare la rottura dell’equilibrio, sia pur traballante di suo. Un equilibrio che vedeva un’Italia che a modo suo cercava di tenersi a galla e una substruttura mafiosa ancora lontana dai cartelli di droghe o dalla speculazione edilizia o dalle collusioni politiche. Al boiling point ci si arriva sempre da fuori, dall’America nella fattispecie. Non è mafia strictu sensu e i nostri padrini si cacano al cospetto degli americani, siano essi la coppia di killer black & white de “La mala ordina” amati da Tarantino e ripresi in “Pulp Fiction” o nientemeno che l’Americano, loquacissimo simbolo della nuova geopolitica malavitosa. 


E Di Leo non ha aspettato nemmeno Grillo per dirci come la pensa lui, per insinuare il dubbio che le grosse partite di denaro vengano riciclate per conto di banche, di alti papaveri stranieri non certo della microcriminalità meridionale. A pagare per la giustizia italiana devono essere gli effetti. Vittime della nuova struttura mondiale sono tanto i collettivi studenteschi quanto i papponi o i corrieri. Con “Il poliziotto è marcio” (1974) Di Leo tenterà di fornire un’ulteriore prospettiva, precedendo di decenni il “Bad Lieutenant” (1992) di Abel Ferrara. Solo che ne viene vietata la distribuzione sino al 2012, solo che Di Leo non venne considerato un fine pensatore ma un regista di B-movie allo sbaraglio, e che a oggi Di Leo viene rivalutato solo nello stile, nell’ambito del genere. Io ritengo che molto ancora potrebbe darci la sua figura se solo ci approcciassimo a lui anche come una testimonianza di prima mano del suo tempo, come un ossimorico (permettetemi il neologismo) chro-fi maker. Chiudo con una lode e con una considerazione. 


La lode è tutta per Mario Adorf, caratterista di inarrivabile qualità. La considerazione è di carattere ematico. Sebbene, infatti, gli epiloghi non abbiano più o meno mai funzione consolatoria, l’assenza non dico di fiumi di sangue ma quantomeno di una sorta di realismo non dovrebbe essere casuale ma una scelta arbitraria. E infatti è l’aver impastoiato il grandguignolesco a fungere da tema consolatorio. Proprio questo senso di censura, di politically correct crea un leggero scarto formale dal polizziottesco iper-realista. È quindi una fiction travestita da cronaca, da denuncia o è l’esatto il contrario?” (Santo Premoli)