BLACK METAL – IL SANGUE NERO DI SATANA!

 

Nel nostro paese sono usciti diversi libri sul black metal: 
Lord Of Chaos di Michael Moynihan e Didrik Søderlind (Tsunami), 
 
 
il più famoso e citato di tutti, soddisfa ogni curiosità possibile sull’aspetto cronachistico, sensazionale, truculento; 
l’opera collettiva Black Metal – Oltre le tenebre (Arcana) 
 
 
che affronta il genere su molti livelli: da quello appassionato e oltranzista dell’underground a quello artistico da galleria d’arte moderna, intervistando svariati esponenti, tra musicisti, ideatori di loghi, fotografi o promotori di movimenti d’avanguardia; 
Come lupi tra le pecore di Davide Maspero e Max Ribaric (ancora Tsunami) 

 
 
che tratta l’argomento spinoso dell’ideologia nazista alla base del genere. Tutti e tre i libri sono interessanti, coinvolgenti ma insoddisfacenti, almeno secondo me perché in fondo in nessuno di questi essi si parla del solo elemento essenziale che giustifichi l’esistenza del black metal: la musica! Ok, ci sono gli omicidi, il nazismo, l’elemento culturale… ma i dischi? 
Su Lord Of Chaos ricordo che a un certo punto si parla di un gruppo di ragazzini americani suggestionati dalle gesta di Burzum. Formarono una band e dichiararono di voler fare il black metal, poi però, senza perdere tempo a incidere demo, passarono direttamente alla parte che ritenevano più avvincente e fica dell’intera faccenda: profanare tombe, bruciare la sottana a qualche sagrestano, possibilmente gay e meticcio. Possiamo ancora parlare di black metal o solo di idiozia? 
 
mmmmmmmmmmmmmmmmmh…
 
Da lettore, pervertito sessuale e famelico consumatore di musica metallara, volevo che qualcuno più esperto di me avesse la buona volontà di introdurmi nella fitta e complessa discografia di gente come Burzum o Arcturus. Desideravo che mi si facesse tutta quanta la storia che a suo tempo seguii poco e disprezzai molto, fissato com’ero per i Ratt, Dokken e Motley Crue. Per me il black era il fratello cattivo che uccise il death e per me era quella la forma di metal estremo definitiva: cimiteri, anatomia comparata, scopate necropedocannibali. 
Con gli anni però iniziai a provare sempre maggiore interesse per le band black, oltre a un sacco di altre cose, tanto più che sentivo di avere qualcosa in comune con esso. Addentrarmici però non mi sembrava una cosa facile. Era difficile capire chi valesse qualcosa artisticamente e chi no, perché quelle band dicevano tutte un sacco di sciocchezze e posavano davanti all’obbiettivo in modo talmente esasperato e civettone da superare i Poison. Come avrei potuto dare fiducia a questo tipo?
 
 
o a questo?
 
 
Eppure chi ci capiva più di me, assicurava che entrambi avevano scritto pagine fondamentali per il genere. 
Ricordo la prima intervista a Burzum che ebbi modo di leggere, prima che ammazzasse Euronymous e finisse in galera. Sembravano le risposte di Oderus Urungus dei Gwar scritte direttamente da Charles Manson e Conan il barbaro.
Dopo che finì in prigione continuò a incidere dischi e ogni tanto mi soffermavo a leggerne le recensioni su metal shock. Più o meno erano tutte così: “non si può sopportare un’ora di fffffffffkkkkkkskkkksiiiejjjjjdjjjdjjjjjjsjj, ci rinuncio. E gli davano tre puntini esclamativi. 
Io immaginai quel povero matto, chiuso nella sua cella che giocava con la pianola e scriveva cose che nessuno avrebbe mai potuto apprezzare? Magari lui ci credeva pure… e qualcuno spendeva trentamila lire per ascoltarlo…
Poi Varg scontò la sua condanna e anche se ero vissuto pensando che non sarebbe mai uscito di galera o che almeno quando fosse successo nessuno l’avrebbe ricordato, rimasi colpito perché “Belus” si beccò una sequela inverosimile di recensioni positive. 
E così iniziai a incuriosirmi. Volevo capire cosa ci fosse di valido nelle discografie di Gorgoroth, Dark Funeral o Marduk al di là delle stronzate di cronaca e le vaccate che dicevano nelle interviste. Per questo comprai Lord Of Chaos e gli altri titoli ma ogni volta che finivo di leggere rimanevo deluso. Va bene, erano matti, erano satanisti, piromani, assassini, ma quali dischi mi consigliate???
Vincenzo Trama deve essersi accorto che mancava un libro così e ci ha pensato lui a scriverlo.
Dovrebbe essere lui
I motivi che l’hanno spinto a farlo però sono tanti: in particolare una sorta di fascinazione retroattiva per il genere, anni e anni dopo la sua esplosione dall’underground a colpi di coltello e di proclama altisonanti. Lui al tempo in cui i ragazzini giravano per le strade vestiti da Cradle Of Filth percepiva il fenomeno soltanto come l’ennesima ondata commerciale. Da adulto è dovuto tornare indietro, esplorare discografie in cerca di qualcosa che sentiva appartenergli e che doveva recuperare a tutti i costi. Trama non è uno della vecchia guardia come Eduardo Vitolo o Flavio Costantino. Non si sente un esperto, ammette di non essere un giornalista o un musicista (come se la maggior parte di quelli che scrivono libri musicali siano una di queste cose) e di aver buttato sulla carta, umilmente, la cronaca di un viaggio a ritroso dentro la sua giovinezza ormai esaurita, passando per sentieri temporali paralleli a quelli percorsi dal pischello che fu, fissato con Cobain, il grunge e l’alternative.
 
 
Black Metal. Il sangue nero di Satana(EIF) è un libro pieno di refusi, piccole cadute sintattiche, una confezione fin troppo spartana (in un certo senso in linea con i dettami formali ed estetici del primo black metal norvegese) ma non perde mai il ritmo o la lucidità necessaria ad affrontare un tipo di musica che a volte diventa assai difficile da affrontare. Non è facile parlare dei dischi di Burzum, degli Ulver o i Darkthrone senza mandare tutto in vacca abbandonandosi a un’adorazione acritica o all’ironia tagliente e distaccata di chi minimizza questi tizi come un branco di matti graziati dalla dabbenaggine di gente pronta a contestualizzargli artisticamente anche le scorregge. (il Carli)
Vincenzo Trama ne viene fuori alla grande, con uno stile leggero, misurato e ispirato nell’uso degli aggettivi – a parte pochi momenti in cui degenera in un recensionese alla True Metal sugli scudi al fulmicotone terremotante, ma questo si perdona se la sostanza c’è e soprattutto se l’autore riesce a trasmette la gran voglia di fare il suo stesso viaggio musicale, sulle nostre gambe e con le nostre orecchie.
 
Detto ciò, passiamo a intervistarlo e scopriamo che tipo è:
 
che animale è?
1 – Mi ha molto colpito l’introduzione a questo libro. Trovo che sia il miglior capitolo insieme a quello su Burzum, Mayhem e Ulver. Devo ammettere che avrei sperato continuassi a parlarmi della tua adolescenza attraverso un genere che non l’ha mai influenzata e che non potrebbe rappresentarla. Una specie di Fargo Rock City suonata satanicamente al contrario, se hai presente il libro.
Ti ringrazio per il complimento. Sì, in effetti il mio campo è quello della narrativa, con particolar riferimento al periodo dell’adolescenza, quegli anni in cui siamo tutti così fragili da sentirci allo stesso tempo invincibili e perdenti. L’idea del libro è quindi passata attraverso una riflessione che mi vedeva da un lato impiegato nello scrivere un romanzo che includesse la mia formazione musicale, avvenuta in un contesto storico piuttosto florido, benché confuso, quello di metà anni 90, e da un lato alla stesura di un saggio che racchiudesse un genere secondo me delegittimato, nella sua affermazione discografica, della sua portata evocativa, unica in tutto il panorama musicale: la narrazione del male. Alla fine ha prevalso il progetto del saggio, che altro non è se non un personale omaggio a un’età in cui siamo facilmente influenzabili: ti assicuro che moltissimi dei ragazzini che all’epoca cominciarono ad ascoltare e a suonare black metal per il clamore suscitato dalle vicende di Oslo, oggi non solo rinnegherebbero il proprio passato, ma probabilmente si darebbero degli idioti perché ascoltavano “musica di merda”. Ecco, io non sono un tipico ascoltatore black, in gioventù ascoltavo altro e snobbavo Mayhem e compagnia, ma ho il massimo rispetto per l’idea pura della musica. E il black metal, nella sua definizione e nel suo percorso artistico, ha un’idea talmente tanto marcata che bisogna avvicinarsi quasi con deferenza, sicuramente con cautela, per poterne apprezzare le mille sfumature. Cosa che in adolescenza non puoi assolutamente fare, preso come sei dalle suggestioni emotive che porta con sé un’età dove si ha bisogno di modelli destrutturati, lontano dal contesto parentale, in cui il tuo punto di riferimento è chi è, fondamentalmente, “fuori dagli schemi”.
 
2 – A quale autore ti sei ispirato quando hai iniziato Il sangue nero di Satana?
A nessuno in particolare. Ho solo cercato di ricostruire, con rispetto e attenzione, le origini e il contesto in cui è nato e si è sviluppato il black metal.
 
3 – Che metodo di lavoro hai adottato? Scrivevi tutti i giorni alla stessa ora o solo nelle notti di plenilunio, campeggiando nel boschetto dietro casa tua? E quanto ci hai messo a finirlo?
Dietro casa mia purtroppo non ci sono boschetti, al limite un attempato depuratore che nelle notti di plenilunio, casomai, perde colpi rilasciando sentori di morte che nulla hanno a che fare con il black metal, quanto con la cattiva gestione dell’amministrazione comunale. Ad ogni modo per il saggio ho impiegato circa un anno e mezzo di tempo; mettevo mano alla penna ogni giorno, sfruttando i momenti liberi che, non a caso, abbondano proprio di notte. Il sottofondo musicale non era però sempre black metal; pur immergendomi totalmente nel contesto, chiamiamolo così, di studio, ho notato che l’ascolto prolungato di questo genere aveva su di me effetti non sempre graditi e controllabili. Chiamala suggestione, ma il black metal non è solo musica. Chi l’ascolta lo sa bene.
 
Ci prendevano per dei blacksters ma non abbiamo mai capito perché.
4 – Sei stato coraggioso e coerente omettendo i Cradle Of Filth, anche se la band spesso fa capolino. Non li sopporti proprio?
Sì, mi fanno letteralmente cagare e non me ne vogliano i loro estimatori. Anche in questo caso il mio disprezzo è amplificato dai ricordi che ho in adolescenza; siamo tutti capaci di dire che non seguiamo le mode e che schifiamo i trend imposti dalla merceria discografica, ma l’impatto che i Cradle ebbero sui ragazzini di metà e fine anni 90 fu in proporzione simile a quello che si vide qualche anno fa con l’esplosione del fenomeno emo: tutti con l’espressione truce, bardati di nero, con anticristi e pentacoli vari, passati dal suonare grunge al black con la stessa rapidità con cui si cambiava il secondo chitarrista del gruppo con una violinista borghese, finto depressa e vogliosa di pensarsi come verginale sacrificio a Satana. Questo, ribadisco, facendosi influenzare da una realtà musicale, quella dei Cradle of Filth, che con il black delle origini non aveva nulla da spartire. Lo stesso è accaduto con l’emocore; vallo a spiegare a quei quattro fighetti che usavano il mascara che l’emo non ha niente a che vedere con Tokio Hotel e My Chemical Romance, quanto invece con un’evoluzione dell’hardcore che coniugava dissonanze e melodia, lontano eoni dalle produzioni mainstream. Ponendola in modo il più sintetico possibile: Burzum sta ai Cradle of Filth come i Fugazistanno ai 30 second To Mars.
 
Ehi capo, ho visto un tizio con le borchie e una scatola di fiammiferi andare da quella parte.
5 – Che ne pensi del recente arresto di Vikernes in Francia?
Lo stato di fermo cautelare di Vikernes è dovuto sicuramente a un percorso che lo fa notare agli occhi delle autorità, le quali, dal canto mio, fanno il loro lavoro. Il tutto si è risolto in una bolla di sapone, ma è incredibile come certi media non aspettino altro per spalare merda su quello che è sì un personaggio controverso, ma prima di tutto un musicista. Da qualche parte ho letto un articolo in cui si parlava di Vikernes come di un “rocker neonazista”: pazzesco. Che scelga di esiliarsi in Francia conducendo vita da contadino è relativo; agli occhi della stampa sarà sempre e solo il criminale che ha ucciso Aarseth, bruciato chiese e che propaganda retorica da Terzo Reich.
 
6 – Mi piace quello che c’è scritto nella tua breve biografia in terza di copertina, e sono d’accordo: “L’arte è espressione della creatività umana e non ha senso scandalizzarsi per i suoi eccessi”. Chi sente black metal dimostra di non lasciarsi influenzare dalla vita privata spesso disdicevole di molti artisti o forse ne viene suggestionata al punto di apprezzarlo anche per gli omicidi e i suicidi?
Il confine in realtà è molto sottile. Il neofita molto spesso si lascia ammaliare dal contesto nativo del black metal, originato all’interno di una scena tanto cruda quanto reale. Come dice un mio amico appassionato di death e grind, del black metal apprezza l’idea del “concept applicato”. A che alludeva, secondo te? 
 
ehm… questo?
D’altro canto il black metal ha delle sfumature talmente tanto articolate che oggi chi lo ascolta non può che dimostrare un’apertura mentale che difficilmente trovi nella restante utenza metal. Possono piacere o meno ai puristi del genere, ma le contaminazioni e la dinamicità hanno sempre fatto parte del black metal: guarda il percorso degli Ulver e all’influenza che hanno avuto e hanno ancora nella scena avantgarde. L’eccesso, quando c’è, è solo creativo. E nel black metal, fortunatamente, ce n’è molto. Chi ascolta oggi black metal e non si è fermato alla sola scena di Oslo, di certo non lo fa perché spera si perpetuino crimini, omicidi e spargimenti di sangue.
 
7 – C’è qualche gruppo che inseriresti nell’elenco di schede che hai scritto? Qualcuno di cui per vari motivi ti sei dimenticato e che meritava una trattazione?
Un sacco di gruppi, in realtà! Il problema non è l’aver dimenticato, quanto le cartelle che potevo avere a disposizione. Alla fine ho sviluppato 390 pagine per un libro che ne poteva avere almeno il triplo; purtroppo per esigenze di spazio, e quindi di costi, non mi è stato possibile pensare a un progetto più ampio, ma di sicuro mi rammarico di non aver potuto inserire le schede di molti gruppi seminali o comunque importanti per la scena delle origini. In parte alcuni di questi nomi li ho comunque inseriti all’interno della discografia essenziale del black metal: Sarcofago, Tormentor, Treblinka, Beherit. Altri ancora hanno avuto un percorso particolare ma una trattazione sarebbe stata sicuramente necessaria: realtà come Blasphemy, Sigh, Sodom, Von, Inquisition.Discorso a parte dovrei fare per la scena italiana, davvero ricchissima e che merita senz’altro uno sviluppo a sé. Ci ha pensato fortunatamente Eduardo Vitolo con “Sub Terra”,  che analizza l’estremo musicale della nostra terra con un piglio sociologico davvero completo ed esaustivo. Nomi come Monumentum, Buldozer, Necromass, Necrodeath, Schizo, Mortuary Drape, Handful of Hate e tanti altri devono ancora ricevere il giusto riconoscimento per quanto fatto in passato con i loro lavori.
 
 
8 – Compri riviste metal? Segui i blog metallari?
No, ormai non compro più riviste metal; cerco di aggiornarmi seguendo la rete, ma non sono nemmeno un appassionato di internet. Non ho un profilo facebook, giusto un paio di contatti per chi ha interesse magari nel discutere con me del libro, a livello promozionale. L’informazione è cambiata molto da quando si bestemmiava di fronte all’edicolante che non aveva ancora aggiornato la bacheca delle riviste metal mentre tu aspettavi da settimane che comparissero i nuovi Metal shock, Metal hammer, Grind Zone e Psycho!, che si comprava solo perché dentro ti buttavano ogni tanto qualche cd. Sto in un angolo, diciamo; mi informo con calma, senza essere compulsivo e onnivoro, leggendo qua e là. Mi piace molto il sito di True Metal.it, completo, competente e sempre aggiornato con cura. 
 
Beccati questa, Cecca!
 
9 – Quali sono state le tue fonti? Hai usato molto internet o ti sei svenato per recuperare i vecchi numeri di grindzone su ebay?
Ho ancora lo scatolone con le mie vecchie riviste di quindicenne imberbe; un pomeriggio l’ho trascorso sfogliandole tutte e commuovendomi quasi al ricordo delle sensazioni che avevo all’epoca nel leggere una recensione particolare, una news improvvisa o un’intervista interessante. Tutte cose che oggi abbiamo la possibilità di scoprire in tempo reale, grazie alla rete, perdendo molto del fascino del “passaparola” di ormai decadi fa. Tuttavia la rete è un deposito talmente tanto sterminato di informazioni che non nego di averne attinto a piene mani per ricostruire un’epoca che nella mia testa era ormai troppo fumosa.
 
10 – Il tuo libro mi è piaciuto molto e spero che continui a scrivere di musica. Hai in mente qualcosa di nuovo?
Come ti dicevo all’inizio il mio approccio alla scrittura riguarda essenzialmente la narrativa. Non mi è spiaciuto però fare un salto nel passato con un genere musicale che era legato al mio vissuto, per cui non escludo nulla, ora come ora. Vedremo. Attualmente comunque sto sottotitolando da solo il gran bel lavoro di Aites e Ewell “Until the light takes us”;
 
 

è un documentario molto suggestivo, in cui è spesso Fenriz a ricostruire il percorso di un movimento unico nella storia della musica. La mia idea è quello di poterlo proiettare in giro, sottotitolato in Italiano, durante le presentazioni del mio libro: mi piacerebbe così mostrare il black metal unendo le arti visive, musicali e letterarie.

 
11 – Che ne pensi dei libri usciti in Italia sul black metal?
Più che sul black metal penso che in Italia ultimamente si stia facendo un bel lavoro per quanto riguarda la musica considerata di nicchia, o quantomeno poco propensa alla ribalta discografica. In questo senso le produzioni della Tsunami e del mio Foglio Letterario mi incuriosiscono e mi spingono a fare acquisti non sempre alla mia portata: i prezzi di certi libri a volte sono davvero troppo elevati! Arcana invece l’ho sempre trovata troppo volta a promuovere libri di facile e sicuro impatto, con dati di vendita garantiti. Mi piace inoltre pensare a un’editoria italiana che spinga finalmente autori nostrani, capaci anche loro di saper raccontare stagioni e storie musicali che per adesso sono solo appannaggio di critici e saggisti stranieri. Ti faccio comunque qualche nome: 
 
 
il già citato Sub Terra di Eduardo Vitolo,
 
 
 
Industrial (R)evolution di Giovanni Rossi
 
 
 
Come To Sabbat di Antonello Cresti
 
 
 
Il Dark. Guida alla musica oscura di Ivano Galletta
 
 
Folk metal. Dalle origini al Ragnarok, di Fabrizio Giosuè
e molti altri che di sicuro ora dimentico.
 
 
12 – Ti piacciono i Watain?
Con il loro passaggio alla Century Media ancora meno rispetto a prima. Tuttavia il loro Casus Luciferi è uno dei capisaldi del genere, e ne riconosco le indubbie qualità; non sono fra i miei frequenti ascolti, comunque.
 
13 – Secondo te, adesso che è stato arrestato, quanti biscottini dovrà sfornare la moglie di Vikernes per rispondere alla flotta mediatica che piomberà nella sua bucolica tenuta franzosa?
Se li intinge nel cianuro secondo me non moltissimi.
 
14 – Ci sei andato a fare un tour black metal in Norvegia?
Ma magari! Aspetto qualcuno che mi finanzi l’impresa per realizzare un video-documentario sulle origini del black metal. In tempo di crisi il tour che posso permettermi è solo mentale, anche se sono fiducioso nell’arrivo di un mecenate tanto folle quanto generoso. In tutta sincerità però sì, ne avrei una gran voglia, anche se eviterei accuratamente l’ex-Helvete:
 
 

detesto la speculazione promozionale che ci han fatto su, anche se comprendo che ormai per i norvegesi il fenomeno black metal è diventato parte della loro identità culturale, crimini e morti del passato annessi. Non è poi molto diverso dal modo che hanno avuto media e società nel celebrare il grunge e Cobain, in fondo: è triste ma è così.

 
 
15 – La vicenda di Gaahl è davvero appassionante. Scoprire che molte delle carismatiche stranezze del frontman di una delle band più estreme del black metal fossero dovute alla sua inesperienza sessuale e poi l’outing finale, deflagrante più di tutta la discografia dei Gorgoroth messa insieme… Insomma, tu che ne pensi? Esiste una frangia gay black metal? Non trovi sospetta l’assenza di gay nel mondo del metal?
Ma sinceramente l’outing di Gaahl è stata una delle vicende più direttamente connesse con l’idea del black metal in sé: spiazzante, disturbante e di difficile assimilazione. Molto true! Scherzi a parte ritengo che il metal sia cresciuto con un forte radicamento machista che ne pregiudica, in qualche senso, l’apertura al riconoscimento dell’omosessualità; da questo punto di vista penso che l’utenza e le band metal rifuggano esplicitamente questo aspetto della natura umana, per quanto legittimo e assolutamente svincolato dall’idea di fare e produrre ottima o pessima musica. Detto questo non mi aspetto senz’altro che un fan dei Manowar possa smettere di apprezzare i Priest per l’outing di Halford, ma che storca il naso parlando di lui sì; c’è quindi una sorta di “silenzio implicito”, giustificabile solo per blandi motivi discografici e di presunta appartenenza alla schiera dei “brutti, sporchi e cattivi metallari”, traducibile con un “bevo birra, cavalco moto e trombo lisciandomi i folti baffi”.
 
 
 
Grazie per la disponibilità, Vincenzo.
Grazie a voi.
 
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