LETTERATURE DA CACCA – STORIA VERA DI LUCIANO DI SAMOSATA

 
Se dovessi rimproverare qualcosa ai critici letterari, sarebbe la fede assoluta nella sistematizzazione delle categorie critiche, tutta incentrata a discernerne temi e forme. Mai che qualcuno si interessi a noi poveri lettori. O meglio, non vorrei davvero esagerare, mai nessuno che badi a inquadrare la produzione letteraria in funzione dell’emotività di noi lettori. Così facendo la lettura potrebbe essere davvero usata come farmaco. Hai una delusione d’amore e vuoi suicidarti? Leggi il Werther, che t’accompagnerà con decisione e fierezza protoromantica verso una morte di inedia. Sono serio. Si è parlato di effetto Werther e suicidio mimico. Si potrebbe parlare in questo caso di letteratura da delusione amorosa. Ma potremmo parlare anche di letteratura da ganja che sarebbero le barzellette illustrate o l’etichetta del burro d’arachidi. E così via. Magari la mia teoria è ancora da puntualizzare per certi aspetti ma c’è senz’altro una buona letteratura per ogni momento della giornata/stato d’animo. Io, dopo un fugace e solitario caffè, sono solito iniziare la mia giornata con la letteratura da cacca. È il primo input che mandi a un cervello ancora ingolfato da onirici frame softcore. È di fondamentale importanza che le ultime sbiadite immagini di capezzoli abbandonino i tuoi pensieri prima di incontrare qualcuno in cucina per il tuo secondo caffè. È inoltre un ottimo ausilio alla defecazione. La letteratura da cacca è un iper-insieme, un megacontenitore che racchiude in sé letture brevi, disimpegnate ma argute. 

 
 
Da Dylan Dog a riviste di musica, dai “Lo sapevi che…” della Settimana Enigmistica all’oroscopo di Di più TV e, tra i sottogeneri più amati della letteratura da cacca, quantomeno per gli studenti più stakanovisti intenti a ottimizzare i tempi di immagazzinamento dati, vi è il racconto breve. A me, che con ghigno compiacente e immoderato mi auto-individuo nella classe comportamentale dello studente stakanovista, tra un D’annunzio 
 
 
 
e un De Maupassant
 
 
tra un Pirandello 
 
 
 
di teatro e un incompiuto Pasolini
 
 
 mi è capitato recentemente di avere tra le mani, in modo del tutto casuale, la Storia Vera di Luciano di Samosata; 
 
 
 
retaggio di una iniziativa editoriale dai nobili intenti divulgativi, parlo dei tascabili “100 pagine 1000 lire”, che mio padre, previdente, seguiva monomaniacalmente allo scopo di assicurarmi una consistente scorta culturale da poter consultare durante il rito della cacca mattutina. Com’è consuetudine degli aficionados della letteratura da cacca, le introduzioni si leggono tutto d’un fiato in una sola seduta e raramente si è in grado di dirne un discorso sensato. Pertanto, adesso, mi cruccio e mi dispero nel non potervi raccontare i “rischiosi” accostamenti suggeritimi dal curatore, nel non poter accennare alla biografia di Luciano se non copiando dal volume, come anche dal non potervi fornire la bibliografia essenziale o proporvi spunti filologici. Me ne cruccio ma non me ne è fregato granché. È letteratura da cacca e sappiamo cosa si intende! 
 
 
E allora – mi direte – che cosa vuoi da noi, brutto stronzo? Carissimi, lo stronzo in questione sta per salvarvi la pellaccia, soprattutto se vi accingereste a leggerlo in un post-sbronza caratterizzato da turbolenta diarrea, vista annebbiata e confusione tra gli scarsi ricordi della serata precedente e le manifestazioni oniriche dei vostri feticismi più reconditi, tipica, appunto, nello studente stakanovista. Sì, in questi casi evitatelo come la peste. Mi spiego. Da quel niente che ho capito l’autore era un gran bel guascone, uno che se la doveva spassare a più non posso e, evitando di scadere a lungo nell’eruditismo, vi dico solamente che, per chi ci si voglia approcciare come a un testo non da cacca, ci troverete pazzia allucinata, coltissima critica letteraria, pioneristica sperimentazione narrativa e parodica demistificazione. E insomma in questo picaresco fantasy on the road, precursore tanto di Dante e Alfieri quanto di Méliès e Benni, capita di imbattersi in passaggi davvero curiosi, diciamo che è, anzi, consuetudine. Capita di trovare nel bel mezzo di una battaglia tra abitanti della Luna e del Sole 50.000 unità di Cazzo-di-cane 
 
 
«uomini dal muso canino che combattevano su membri alati». Ci viene, poi, accuratamente spiegato come funziona la situazione tra gli abitanti della luna. Non ci sono donne e i bambini vengono concepiti nel polpaccio dal quale poi sono estratti feti morti che prendono vita una volta esposti al vento con la bocca aperta. «Non pisciano, non cacano e non hanno il buco dove l’abbiamo noi e per la copula i giovinetti non offrono il sedere, ma la parte posteriore del ginocchio». E vogliamo parlare degli Alberiti? «Tagliano il testicolo destro di un uomo
 
Mnoooooooooooooooooooooooh
e lo interrano; ne nasce un albero molto grande, carnoso, come un fallo». Giunti i frutti a maturazione ne estraggono i neonati che però hanno i genitali posticci, varianti secondo il rango: dall’avorio al legno. Nell’isola dei Beati «si uniscono apertamente, sotto gli occhi di tutti, con donne o con uomini, senza che ciò sembri loro minimamente vergognoso. Solo Socrate giurava e tornava a giurare che si accostava ai giovani con intenzioni pure; eppure tutti lo consideravano spergiuro. […] Le donne sono a disposizione di tutti […] e i fanciulli si concedono a chiunque senza trovarci niente da ridire». E non mancano nemmeno lettere di pentimento e voluttà indirizzate da Ulisse a Calipso o ninfomani cannibali dalle gambe d’asina. 
 
 
Detto ciò e fatti in precedenza i dovuti preamboli sulla canonizzazione del genere “da cacca”, possiamo adesso asserire con fermezza come la Storia vera non debba essere più fruita come lettura “da cacca” per via degli sconsigliatissimi effetti che può produrre in una mente ancora annebbiata dal sonno e dai post-sbronza, la cui unica priorità sia quella di espellere, tentando di ridurre al minimo le sofferenze, il proprio, quotidiano, dirigibile marrone.  (Santo Premoli)