TARJA, BELLISSIMA, BRAVISSIMA, MA POCO CORAGGIO!

Ma quanto è bella Tarja Soile Susanna Turunen Cabuli? Ma quanto è brava Tarja Soile Susanna Turunen Cabuli? Avrebbe potuto tranquillamente fare l’attrice o la modella e nessuno avrebbe potuto obbiettare un’acca. E però la figlia di Kitee (ridente cittadina situata nella Carelia settentrionale, nota per ospitare la più grande e antica foresta di betulle e larici di tutta la Finlandia – e su Wikipedia c’è scritto, testuale: “È la cittadina natale della band metal di fama mondiale Nightwish“) ha ricevuto in dono da Madre Natura una voce sublime, e il suo primo pianoforte a 6 anni.

Studia musica a più non posso, e “forse non tutti sanno che” la sua prima insegnante di piano è Kirsti Holopainen, madre di Tuomas Holopainen. Impara il flauto traverso e i primi rudimenti di chitarra e batteria; intorno ai 13 concentra il suo interesse esclusivamente sul canto. Whitney Houston e Sarah Brightman sono i suoi modelli all’epoca, e proprio per via dell’interpretazione di “Phantom Of The Opera” della Brightman si innamora del canto lirico. Prosegue i suoi studi al college e successivamente alla Sibelius Academy of Music di Kuopio (dove è l’allieva più giovane). Nel ’96 co-fonda i Nightwish con quel Giuda di Holopainen, il resto, più o meno, è storia.
Tutto questo per dire che Tarja ha basi solidissime oltre che un talento naturale, e fare tanto i saputelli spocchiosi sputasentenze sul suo riguardo fa solo saputello spocchioso sputasentenze.
(a Holopainen avevano detto di fare la posa grunge)
Come è andata con i Nightwish lo sappiamo, 5 album assieme dal ’97 al 2004, poi la tragedia, che fa scopa con quanto accaduto a Liv Kristine coi Theatre Of Tragedy appena un anno prima (doveva essere un virus): la band dà il ben servito alla Diva, arrivederci e grazie. C’è chi dice che Tarja fosse una megera insopportabile plagiata dall’avido marito/manager argentino, chi invece la descrive come una povera santa maltrattata dai troll al guinzaglio di Holopainen. Com’è…come non è, l’incantesimo si dissolve e le strade si separano.
Prima di parlare della carriera solista di Tarja, mi preme spendere due parole sui Nightwish. I primi album secondo me sono sensazionali, “Angels Fall First” è un buon lavoro, ancora acerbo ma molto interessante; “Oceanborn”, appena un anno dopo, è già il capolavoro della band, l’istituzione del metal operatico, non che prima non esistesse la contaminazione tra mondo sinfonico e metal ma i Nightwish in appena un paio di dischi ne fissano definitivamente i canoni, e creano lo spartiacque tra il prima e il dopo. “Wishmaster” è potente e bombastico, però anche meno spontaneo dei precedenti, si avverte già una certa “maniera” furbetta di irretire l’ascoltatore. Comunque il songwriting rimane su livelli alti. “Century Child” di contro appare parecchio sgonfio, qualche buon pezzo ma complessivamente un lavoro sottotono. “Once”, per quanto mi riguarda, è il flagello, la calamità che si abbatte sulla band e su noialtri poveri ascoltatori che non vivono a pane e barocco roccocò. Un album pomposo, presuntuoso, noioso, che indica quella che sarà (purtroppo) la strada a venire che i finlandesi (cioè Holopainen) intendono percorrere.
 
Va detto anche che già l’ingresso di Marco Hietala a partire da “Century Child” mi aveva gettato nello sconforto. Per qualche motivo a me incomprensibile, Holopainen decide che pur avendo una roba come Tarja Turunen dietro al microfono, pur potendo beneficiare di una meraviglia della natura più unica che rara, il gruppo ha bisogno di un orco che faccia da contraltare. E Hietala prende sempre più campo, arrivando a cantare in percentuale tanto quanto la Turunen. Che ci sia stato anche questo dualismo all’origine del malcontento in seno alla band? Può essere, e ci sarebbe da capirla Tarja; chiunque avrebbe fatto carte false per avere delle corde vocali del genere nella propria line up, e invece a te sembra più fico avere Hietala che fa il troll e ruba minuti preziosi, trasformando la band negli Stratovarius, o peggio, nei Tarot con un chilo e mezzo di tastiere in più? Mah!

(…..daje Benbow, difendimi!)
Come è noto ai lettori ai lettori di Eva 3000, il 21 ottobre 2005, data dell’ultimo concerto del tour di “Once”, la band scrive una lettera aperta a Tarja, dove si parla di un suo presunto “cambiamento di atteggiamenti” e di un “eccessivo interesse per il denaro”, comunicando conseguentemente la decisione del licenziamento (ma Tarja non era una cofondatrice del gruppo?).
Nel 2006 inizia la carriera solista della Turunen, mediante un album di canzoni natalizie in lingua madre, roba che non ci interessa. Il primo vero full-lenght appetibile è “My Winter Storm” del 2007, a cui seguono “What Lies Beneath” nel 2010 e l’imminente “Colour In The Dark” in uscita proprio in questi giorni, ed il cui ascolto mi ha suggerito alcune riflessioni.
Tarja solista ha dei vizi di forma che non vuole proprio abbattere. Innanzitutto i musicisti di cui si circonda; David Lee Roth, Ozzy Osbourne, in tempi più recenti Arjen Lucassen (ma gli esempi potrebbero essere centinaia) rastrellavano i migliori sulla piazza, smaniavano per avere colllaborazioni di prestigio con autori ed esecutori delle proprie canzoni, si creavano attorno delle super band insomma che valorizzassero ulteriormente il loro nome. Tarja si accontenta dei migliori del quartierino, il suo team è fatto di onesti mestieranti che però non devono farle troppa ombra, che si limitano ad incorniciare le sue prove superlative di canto. Ok, un’ospitata di Satriani qui, una rullata di batteria di Mike Terrana là, ma è poca roba; addirittura nel nuovo album non c’è uno straccio di assolo che sia uno, solo un profluvio di keyboards a fare da tappetino sonoro sognante per i gorgheggi di Tarja. Il songwriting è moscio, i musicisti non duellano mai con Tarja; la bella finlandese è un po’ come Aristoteles nella Longobarda, ed è per quello che gli scudetti e le Champions League poi li vince il Barcellona (basterebbe chiedere a Trapattoni). Tarja insomma non gode di una buona band di autori e strumentisti che contribuiscano ad elevare la qualità dei suoi dischi.
 
Inoltre Tarja non osa, il suo materiale è sempre sul crinale del metal/non metal. Con quella voce lì, quella estensione, quella grazia, quella suntuosità, quella specificità che la rende riconoscibile su un milione, Tarja potrebbe “costringere” i propri fans a seguirla ovunque, potrebbe addentrarsi in territori progressive, lambire steppe gotiche, osare spunti etno e world music, oltre ovviamente alla componente lirico-operistica che le appartiene di diritto. Potrebbe insomma creare il suo universo musicale, peculiare e coraggioso. E invece no, siamo sempre lì, imprigionati nel vorrei ma non posso, con canzoni metal ma non troppo. Come a dire che se da una parte le borchie sono troppo limitanti per la statura di Tarja, dall’altra quello è il mercato al quale deve necessariamente continuare a rivolgersi, perché senza i metallari, i fan dei Nightwish e i symphonic addicted, Tarja non esisterebbe. Il suo profilo extra metal è ancora troppo debole, inconsistente (né mai si irrobustirà se continuerà a fare simili scelte strategiche). E allora ecco comparire di tanto in tanto i chitarroni minacciosi, quasi a rassicurare i metallari che temono un album troppo estroso e leggerino; ma contemporaneamente Tarja dà l’impressione di volersi librare altrove, tanto che nutro dei dubbi sul fatto che a lei del metal tout court freghi veramente qualcosa.
(anche Tarja usa Durbans)
Ogni suo album solista contiene alcuni bei pezzi, annegati in una marea di note inutili ed inconcludenti, col solo risultato di celebrare l’indubbia perizia tecnica della sua voce e poco altro. Tarja è bellissima e bravissima, ma i suoi dischi sono scialbi, non hanno peso specifico, non c’è polpa, non so chi possano accontentare se non i die hard fans perchesssì.
Intendiamoci, non che coi Nightwish post 2004 sia andata meglio. Holopainen ha sbracato rovinosamente, la megalomania l’ha divorato, si è convinto di essere un incrocio tra Morricone, Mozart e Tim Burton, e gli album della band sono diventati sempre più prolissi, sinfonicamente orgiastici e mostruosamente pallosi. Per simpatia continuo a preferire mille volte Tarja, tuttavia, col senno di poi, si è trattato dell’ennesima bella storia colma di promettenti speranze, naufragata nella sconfitta di tutti, Tarja, Nightwish e fans. (Marco Benbow)