TROLLING TO INFINITY: IN REUNION WE STAND – A PROPOSITO DEL FENOMENO REUNION…

Siete voi che ve la siete volutaaa!
Mentre scrivo è venuto fuori che la reunion dei Dark Angel era una bufala e la cosa non può farmi altro che piacere. Intendiamoci, se avessero davvero inciso un nuovo disco e fatto il giro dei festival pur mostrando una forma fisica da sembrare gli zii scorreggioni di quei thrasher fichi che ascoltavo all’inizio degli anni 90, poco importa, sarei stato curioso di sentirli e vederli in azione, ma in fondo va bene così. Lasciamoli riposare in pace, i Dark Angel.

Il fenomeno reunion ormai è una specie di virus zombie che ha riportato fuori dalle tombe decine e decine di nomi illustri e meno illustri della storia del rock e del metal (e non solo) con risultati per lo più deludenti, per non dire vergognosi e infamanti. La cosa però non accenna a diminuire, anche se finirà, proprio come tutti questi film sugli zombie che adesso intasano i cinema. Tra qualche anno nessuno li andrà più a vedere e prima o poi anche questi altri morti viventi del rock che si aggirano sfatti e incerti sui palchi di mezzo mondo nessuno li andrà più a sentire e così riprenderanno il loro sonno eterno nel grande cimitero della storia e tanti saluti. 
Io non so quando è avvenuto la prima volta, quale band per prima abbia dato il via alla cosa delle reunion. Certo sapere che il tal gruppo si scioglieva, nel 1992, aveva un sapore diverso rispetto a oggi. Sentire che i Cathedral dicono addio a tutti non impressiona più perché sappiamo che torneranno, magari a fine 2013. Vent’anni fa non era così. Quando Dickinson lasciò i Maiden io non avrei mai scommesso sul suo ritorno. Diceva un sacco di cose cattive su Harris e i nuovi dischi della band, non avrebbe mai potuto ritrattare e far finta di niente, no? Per me queste cose oltre che dolorose erano come un punto di non ritorno. Ingenuo. Del resto i Black Sabbath continuavano a restare divisi, i Led Zeppelin, i Police, i Deep Purple… Nessuno li avrebbe più rivisti insieme e la cosa era molto triste ma inevitabile. Le cose finiscono. Le cose invecchiano e muoiono.
Nel 1992, almeno in campo metallico si sciolsero un sacco di gruppi, forse troppi, al punto che non rimase quasi più nessuno e le copertine delle riviste metal dovevano accontentarsi di mettere in copertina gli Smashing Punpkins o gli Stone Temple Pilots. Il motivo era uno solo: i soldi, lo stesso che oggi ha ricondotto tutta questa carne secca ad agitarsi sui palchi e negli studi di registrazione. I soldi. Quando c’è la possibilità di farne, eccoli tutti in prima fila.
 
I soldi furono alla base della prima reunion che io ricordi: “Perfect Stranger” dei Purple, nel 1984. Quello però fu un grande album, di certo la cosa migliore dopo “Burn” e anche la serie di concerti a supporto lasciarono un ricordo meraviglioso nei fans. La band girava alla grande, Gillan non era mica il bolso svociato di oggi e Blackmore indossava parrucche di gran lunga più credibili di adesso che è in fase paggio-folk-medieval-rock. (Sapete che è pelato, vero? Ah, non lo sapevate?)
Poi mi viene in mente quella dei Black Sabbath con Ronnie James Dio (che non chiamerò mai gli Heaven & Hell neanche se mi minacciate con un crocefisso rovesciato). Il disco era “Dehumanizer” e magari non fu all’altezza dei primi due album di quella formazione ma era una roba travolgente rispetto alle patacche di Iommi con Tony Martin o i dischi dei Dio post – Last In Line. Ricordo poi la reunion dei Dire Straits, che non sono certo metal ma ci allarghiamo col discorso e ammettiamo che “On Every Street” è un album ottimo per concludere. I Pink Floyd qualche anno prima tornarono con quel puttaname di “A Momentary Lapse Of Reason” e sfracellarono tutto, inclusa Venezia. I Genesis rimisero insieme la formazione a tre, sempre all’inizio degli anni 90 e uscirono con “We Can’t Dance” anche gli ELP riguadagnarono lo stage e lo studio di registrazione con “Black Moon”, album modesto che li portò persino a fare un’ospitata su Raiuno, da incubo. Mi ricordo il pubblico che batteva le mani poco convinto al ritmo del singolo terribile: “Paper Blood”. Si rifecero vivi pure i Duran Duran, con bellissimo “Wedding Album”, disco magnifico che gli aprì la strada ai 90’s, peccato che non seppero sfruttarne a dovere le possibilità. Per tornare in ambito metal nel 1993 si rimisero insieme King Diamond e i Mercyful Fate e di certo i dischi che fecero non spinsero la gente a rimpiangere il passato.
 
Insomma, a metà anni novanta, alla luce di questi precedenti, quando leggevo che una band si sarebbe riunita, davo per scontato che come minimo avrebbero fatto un buon album e un bel tour prima di crollare e sparire di nuovo. Poi i Dokken, i Ratt, i L.A. Guns, i D.A.D e i Motley Crue tornarono con dei contratti che garantivano una capillare distribuzione in Giappone ed Europa. Quando potei sentire quella roba importata a peso d’oro, avrei preferito non farlo. Erano dischi orridi. Le band avevano cambiato genere, look, facevano una sorta di ibrido tra i Pantera, gli Alice In Chains e i Nirvana quando ormai questi nomi erano sul viale del tramonto. 
E così, sul finire degli anni 90, il ritorno di una band degli anni 80 assunse un altro significato: si sarebbe trattato solo di un tentativo patetico di mettersi in paro con la moda e fallire. La mancanza di metal classico di quegli anni mi obbligò a tornare indietro e scoprire nomi minori del thrash e del power o della NWOBHM di cui non sospettavo l’esistenza: gli Heathen, gli Artillery, i Leatherwolf, i primi Fates Warning, i Riot, gli Anvil, i Forbidden, i Laaz Rockit, i Malice, i Kix e decine di altri. Evidentemente come me fecero in tanti perché una decina di anni più tardi, tutti questi gruppi defunti si rimisero insieme a gran richiesta (così dicono loro) e però stavolta non commisero l’errore dei L.A. Guns o i Warrant, si limitarono a proporre la vecchia merda, senza aggiungere una virgola. Anche chi aveva tentato un ritorno qualche anno prima approcciandosi alle vie alternative, rinnegò quel passo falso. I Dokken e i Ratt, per esempio si rimisero a scrivere roba tipo “Standing In The Shadow” o “What You Give Is What You Get” dopo che negli anni 90 si erano spostati su cose tipo “Convenience Store Messiah” o “Fields Of War”. E la sorpresa iniziale di risentirli suonare con quel sound perduto, ritrovare i vecchi riff inizialmente è stato confortante, piacevole ma solo in un primo momento. Oggi direi che forse si sono resi ancora più patetici di quando facevano i Soundgarden dell’AOR. Inoltre, confrontando i vecchi album alternative fake e quelli nuovi true fake, almeno per i primi si sentiva uno spesso lavoro produttivo dietro e una scrittura a tratti decisamente ispirata mentre i nuovi sono sovente modesti come lavoro da studio e appena passabili se guardiamo alle canzoni.


ehm… i Dokken, sì.
Abbiamo detto che un motivo è il denaro ma c’è anche la vecchiaia. Perché dopo aver chiuso con un gruppo che ha fatto la storia, i suoi ex membri, sparpagliati nel panorama rockettaro finiscono per dar vita a progetti minori, suonare nei piccoli club, fare di nuovo la gavetta, a quarant’anni. Ma lì per lì va anche bene, si ricomincia con un profilo basso, levandosi qualche sassolino dalla scarpa, incidendo quello che si vuole, senza obblighi con nessuno, senza rompersi il culo e rovinarsi il matrimonio con quei mega tour mondiali che durano anni. No, va bene così, il passato è passato. Poi però arrivano i 50 e la crisi di mezza età. Viene spontaneo il desiderio di risentirsi forti, giovani, grandi, bearsi ancora del grido ciclonico della folla immensa. Il ricco che ha abbandonato tutti i suoi averi per rifarsi una vita con un gregge di pecore desidera ritornare almeno una settimana a dormire in quel comodo lettone, con i camerieri che gli preparano dei vestiti fragranti e morbidi e una donna bellissima pronta a massaggiargli i piedi con la bocca. Almeno una volta prima di morire con le zecche nel culo, in nome di un’austera saggezza dei miei coglioni!
 
Ma soldi e vanità senile non sono ottimi presupposti per creare grandi canzoni. E subentrano altri casini: l’accondiscendenza, per esempio. Sì, insomma, immaginate gli anni d’oro di una grande band… mettiamo i Van Halen. Scrivevano dischi incredibili a ripetizione, era il loro momento, ma c’era una tensione tra alcuni dei membri. Quando incisero “1984”, Eddie ne aveva le strapalle piene di David Lee Roth. Quella tensione fece parte del disco e non è poco. 
C’era un produttore matto, Guy Stevens, quello che aiutò i Clash a incidere il loro disco migliore (o solo il più commerciale, a seconda di chi senti) “London Calling”. Quel tipo era alcolizzato e fuori di testa e quando entrava in studio spaccava le sedie, pigliava a sberle la band nella speranza di tirar su una carica elettrica che avrebbe rappresentato la spezia suprema di un disco grandioso. Il gruppo finì di mixare con i poliziotti che gli tenevano Stevens alla larga dallo studio, ma l’album che ne uscì fu epocale. Vi immaginate oggi dei vegliardi che si ritrovano dopo anni (odiandosi come un tempo) e si mettono a fare ‘sto benedetto disco? Fingono che sia tutto rose e fiori, non discutono, si concedono grazie all’esperienza abbastanza spazio da sopravvivere nei pochi mesi di convivenza nello studio. Nessuno osa dire più a nessuno: ehi, cantala meglio, era una merda! Oppure: amico, smettila di suonare quell’assolo, fatti un giro. Immagino sia tutto un: “ma prego, prima tu, ma no, prima lei” “Ti trovo bene, sei migliorato!” “Anche tu sei diventato davvero bravo”
Guy Stevens, forse non era un genio ma di sicuro era matto come un cavallo
Non c’è più la confidenza, non ci sono le droghe a levare le inibizioni e mandare tutto in vacca (ma anche a rendere le cose più divertenti e imprevedibili) e soprattutto c’è una gran paura di scoperchiare le vecchie tensioni e far finire tutto in un gran macello. Ci si muove in punta di piedi e il disco che ne esce è una porcata che non piace a nessuno. Altro elemento decisivo: la mancanza di un produttore. Ormai i musicisti hanno guadagnato così tanto mestiere che possono produrre il disco da soli, di solito facendo un lavoro di merda. Negli anni in cui venivano pagati miliardi solo per metterci su il proprio nome, tanti sostenevano che i produttori fossero inutili, soprattutto le band. Nulla come questo periodo ha mostrato al mondo l’importanza di un produttore e ne ha rinfocolato il mito. Non sto parlando di quel buffone di Rick Rubin e il suo modo di fare da Leonardo Da Vinci della produzione: arrivo, dico due cazzate e me ne vado e tiro fuori il meglio in questo modo. Sono un genio e il mio look da rabi lo testimonia. No, io parlo di un tizio che rimane con la band, gli tira fuori il miglior suono e la miglior prestazione possibili, magari inserendosi anche nella struttura delle canzoni con qualche idea. L’ultimo brano dell’ultimo disco dei Lamb Of God è merito del produttore. E quel brano “King Me” vale mezzo disco.
Ah, poi c’è la balla tipica: “quando ci siamo ritrovati nella stessa stanza insieme e abbiamo attaccato gli strumenti è stato come pigiare un interruttore e tutto è ripartito tale e quale a un tempo, sembrava che il tempo non fosse passato”
Permettetemi di citare mia nonna quando le raccontavo di come erano spariti i suoi soldi dal borsellino: “puttanate!”
Dopo tanti anni cosa volete che azioni un gruppo di estranei (perché ormai lo sono diventati) in una stanza? Io credo che il solo motivo che li spinga a suonare a testa bassa è dare per buona qualsiasi vaga idea venga fuori sia il panico di dover riconoscere che non c’è più nulla da fare o dire.
Cinque musicisti che per sei o sette anni dominarono le mode con la propria personalità, con le proprie idee, rivoluzionando o facendo nascere un genere, si guardano negli occhi e non riescono a credere di essere gli stessi.

Perché non lo sono. L’unica cosa che riescono a essere è un gruppo cover imbolsito di quella vecchia gloriosa band. Ma questo ritorno non sono stati loro a volerlo. Pensate sul serio che Bruce Bruce sentisse la mancanza di quel dittatore di Harris? No, è la gente.  

Siamo noi che pretendiamo l’impossibile da questi poveri cristi. C’è chi si è lamentato del nuovo Carcass. Chi odia il nuovo Black Sabbath. Cinici? Cattivoni? No, idealisti. Il vero cinismo è di chi abbraccia la vecchia band e ne esalta il nuovo disco reunion. Chi prende per il culo se stesso perché tanto poi si muore uguale e allora meglio illudersi che non sia così. Il disco dei Carcass è quello che poteva essere, un buon riepilogativo delle vecchie cose. Il nuovo Sabbath lo stesso. Non c’è sincerità? Queste band mentono a se stesse e ai fans? Ma come hanno sempre fatto. Perché dovrebbero smettere ora? Nel momento di massimo bisogno? Tony Iommi, vecchio e malato cosa avrebbe dovuto fare? Ma non vi vergognate a pretendere un nuovo album da lui? E per di più un gran disco? Quell’uomo ha scritto “Paranoid” lasciatelo morire in pace. I Carcass hanno inventato il 60 per cento del metallo degli ultimi venti anni e mentre tutti i loro glabri emulatori si beccano i votoni loro dovrebbero inventarsi qualcos’altro? I Maiden sono prolissi e tremate quando sentite dire che inizieranno a lavorare a delle nuove canzoni? Siete voi che avete preteso questo. Siete (siamo) dei figli che hanno implorato mamma e papà di tornare insieme e adesso vi lamentate (ci lamentiamo) che non sono convincenti nel loro senile idillio?
Per fortuna che c’è la morte. Le reunion sono la dimostrazione che la vita eterna sarebbe una vera iattura. 
(Francesco Ceccamea)
  • Uno dei migliori articoli che io abbia letto negli ultimi 5-6 anni. Complimenti Francesco.Massimo da Arezzo