DOOMSDAY! (RUBRICA SUL DOOM SECONDO RUGGIERO MUSCIAGNA) – IN QUESTO NUMERO: STATION DYSTHYMIA, ABSTRACT SPIRIT, OSOKA, HELLLIGHT!

Station Dysthymia Overhead, Without Any Fuss, The Stars Were Going Out (Solitude Productions, 2013)
 
I musicandi russi, probabilmente a causa del clima nazionale, sono naturalmente predisposti a certe sonorità estreme e gli Station Dysthymia ne sono un perfetto esempio. Si presentano con il loro secondo lavoro “Overhead, Without Any Fuss, The Stars Were Going Out”, titolo lunghissimo come i quattro pezzi da cui è composto. Non c’è paragone con la miriade di gruppi clone del genere perché gli SD sono tra i pochi a scavare dentro un cunicolo che soltanto con ulteriori ascolti si può colmare.

Ovviamente, per chi non è fissato con il doom la sola prima lunghissima “A Concrete Wall” (ben 34 minuti e 45 secondi) sarà un muro sonoro insuperabile. Chi invece adora immergersi in un melmoso bagno di decibel, quel giro continuo di riff avrà un effetto quasi psicanalitico e galvanizzante. Una droga che s’insinua nel cervello facendo perdere la cognizione del tempo senza più comprendere qual è stato l’inizio e quale sarà la conclusione. Nessun attimo di respiro inteso come apertura melodica ma un unico concreto blocco caleidoscopico di leggende urbane ed emozioni. La presenza di Greg Chandler degli Esoteric dietro alla consolle crea un suono ancora più solido che solo lui poteva imprigionare in un disco. Per chi è stanco dell’estate e vuole tornare a sentire freddo, basta comprarsi il suddetto album e foderarsi le orecchie con un paio di confortevoli cuffie stereofoniche antigelo. Glaciali.

(Voto finale 8/10)
 
Abstract Spirit Theomorphic Defectiveness (Solitude Productions, 2013)
 
Arrivato il disco non ho potuto fare a meno di piangere lacrime di sangue. Scoprire che dietro al progetto col suo infernale growl che sembra uscire dalle viscere d’un demone ci sia ‘A.K. Iezor’ è stato uno shock capace di farmi mancare il fiato. I suoi ‘Comatose Vigil’ sono stati tra i gruppi seminali del genere, portandolo verso nuove vette di terrore. La mia enfasi nei confronti degli ‘Abstract Spirit’ va scusata ma è inevitabile. I CV sono morti. Lunga vita ai CV. Non abbandona certo la prua della Solitue Productions, credo unica casa discografica che abbia il coraggio di produrre abomini contro l’esistenza umana come questi. I suoi progetti alternativi sono tanti e tutti sofferti. Partorito come fosse un cesario senza anestesia, ‘Theomorphic Defectiveness’ è più che doom; come lo definisce la sua etichetta questo è horror funeral doom metal. I temi nascosti sono sempre quelli: un profondo odio nei confronti dell’umanità. Quattro esclusive tracce e una cover degli Skepticism (March October), tengono l’album sui tempi standard del genere: un’ora di polsi che gocciolano sangue nero.
Grande spazio per le parti ambientali, costruite dalla tastiera di ‘I. Stellarghost’, femme fatale di catacombale bellezza. A.K. lascia le pelli in mano a tale Pavel per dedicarsi solo alla voce. Un peccato ma non perché questo nuovo arrivato non sappia far bene il proprio lavoro, è A.K. nel suo minimalismo l’insostituibile genio della batteria doom: lenta, trattenuta come da delle catene e ogni colpo quasi un vano tentativo di liberarsene. Pavel è solo uno strumentista normale. Ogni pezzo vive di vita propria, con la sua atmosfera, i suoi cori, i suoi ritmi. ‘За сонмом цветных сновидений’, come il titolo lascia immaginare è l’unica cantata in lingua madre, mentre la traccia più convincente è la quarta, ‘Prism Of Muteness’, la sola che meriti qualche ascolto extra. Di primo acchito avrei bollato il tutto con la sufficienza. Si consiglia di stare alla larga dagli Abstract Spirit se non provvisti di pazienza o affetti da claustrofobia. Si tratta non di ascoltare un semplice album doom ma immergersi più volte nelle profondità gorgoglianti di fetide viscere sonore.
 
(Voto 7,5/10)
 
Osoka Osoka (Slow Burn Records, 2013)
 
Il tentativo da parte di zine e label di suddividere i gruppi secondo un sistema d’archiviazione come ‘generi’ o ‘etichette’, rischia sempre di creare malintesi. È il caso degli Osoka, presenti quest’anno con il loro omonimo pubblicato dalla Slow Burn Records. Di origine russa vengono relegati dalla label stessa nel genere dello sludge metal / drone rock. L’ascoltatore medio di sludge rimarrà basito immaginandosi chissà quali fangosi riff ricolmi di drone ma la verità viene a galla già dopo la prima traccia. Più tendenti a un post-metal/drone, negli Osaka di sludge c’è veramente poco. Non è una critica questa, ma una constatazione per rendere chiaro a cosa si sta realmente andando incontro. L’ostica apertura viene lasciata ai ventidue minuti circa divisi tra le due tracce “Illjuzija Mertva” e “13000”. La presenza di droni qui è assillante, qualcuno potrà dire anche derivata da nomi più blasonati del genere come ad esempio i Khanate. Tutto nasce e finisce nel giro d’un unico riff che si ripete in un circolo ossessivo, come è consono del genere, fino a rendere l’ascolto stesso come un girotondo tra bambini senza che nessuno possa mai toccare terra. La reale differenza tra loro e altri gruppi è l’uso della voce, se mi concedete il termine, salmodiante. Un coro martellante. Si stende tra gli strumenti per sparire e riapparire come uno sciamano intento a seguire un rito. Il suo scopo? Opprimere l’ascoltatore fino a ridurlo in uno stato larvale. In “Klassiki” i suoni si fanno soffocanti e fangosi, come se l’impatto iniziale non sia già bastato a rinchiuderci in silenzio, annichiliti dal terrore. Finita la tempesta, viene la quiete. “Otec” ridona fiato mantenendo il ritmo assillante peculiare dell’album. Shoegaze, questa è la linfa che ne tiene salde le note. “Mantra” è un altro esempio di ricercata, ostinata, ripetitiva melodia. Ancora un cerchio che si ripete all’infinito. La voce con coro malefico lo rende malsano come deglutire un bicchiere d’acqua torbida. Album solido di sette tracce, dove nessuna è costruita per risaltare tra le altre, come una notte d’estate in un mare senza onde.
 
(Voto 7/10)
 
Helllight No God Above, No Devil Below (Solitude Productions, 2013)
 
La musica è come una panacea: sentita nei momenti più bui può curare le ferite dell’animo. Detto questo passiamo a “No God Above, No Devil Below”, quarto lavoro dei brasiliani “Helllight”. Più che chiedersi cosa offre, domandiamoci cosa è venuto meno. La produzione è buona, ma non eccelsa. Sotto la Solitude Production, confrontando le loro altre uscite attuali, ci si aspettava qualcosa di meglio. Suoni secchi che mancano di vigore. Su tutti ne risente la batteria. In virtù del fatto che sì, è chiaro che nel funeral doom è richiesto un lavoro minimalista, qui siamo oltre il minimo imposto. Chitarra, basso e tastiera nei momenti più melodici, strizzando l’occhio al death metal melodico, plasmano atmosfere strappa lacrime. “The Ordinary Eyes” imporrà il fazzoletto. Quando invece fanno doom si cade nella ripetitività. La title track posta ad apice del lavoro è in fin dei conti l’ennesima musica doom metal come altre ne abbiamo già sentite in precedenza. “Path Of Sorrow” rimarca poi questa impressione con una struttura tipicamente funeral e non fa altro che appesantire l’ascolto. Ultima, ma non per importanza è la voce. Fabio de Paula, già chitarrista, si lancia tanto nel growl tanto in cori puliti. Qualcuno li chiamerà lagnosi e fuori luogo, altri diranno che è così che deve essere il genere. Valutate attentamente prima di lanciarvi nell’ascolto se avete intenzione di sentire un tipo che si lagna oppure canti sullo sfondo. Nessun dio sopra, nessun diavolo sotto. Siamo soli nel nulla infinito.
 
(Voto 6,5/10)
 
(Ruggiero Musciagna)