L’enciclopedia degli scrittori suicidi – B come Bukovski

Barlow, Robert Hayward (Leavenworth 1918 – Città del Messico 1952)

Scrisse sulla porta della sua stanza un biglietto in caratteri Maya. Diceva: “non mi disturbate. Voglio dormire a lungo”. Barlow era antropologo, poeta, scrittore ed esecutore testamentario di tutta la produzione letteraria di H.P. Lovecraft. Qualcuno sostiene che a spingerlo al suicidio sia stata la paura che un suo studente scontento potesse sputtanarlo ai quattro venti per via della sua omosessualità nascosta. Ingerì 26 capsule di Seconal.

Bell,Gertrude (Washington Hall 1868 – Baghdad 1926)

Archeologa, politica e scrittrice. Forse si ammazzò usando una gran dose di sonniferi.

Benedictsson,Victoria (Domme 1850 – Copenaghen 1888)

A Victoria non andò proprio giù quello che le fece il padre. Voleva essere una grande artista, entrare nell’Accademia delle Arti di Stoccolma, diventare pittrice, ma lui glielo proibì, anzi, la diede in sposa a un vecchio vedovo, il quale, nonostante cinque figli sul groppone, riuscì comunque a sparare un altro paio di cartucce. La povera ragazza ebbe da lui due figli, di cui il secondo, Ellen, morì dopo sole tre settimane. Il matrimonio fu uno schifo. Tutta la sua vita lo era stata fino a lì e certo la distorsione al ginocchio che subì nel 1881, fu per lei l’ennesima dimostrazione che non era nata con la luna giusta, anzi. Ma quell’incidente fu una benedizione: il soggiorno forzato a letto la spinse a scrivere un romanzo su una donna che vorrebbe essere una grande artista ma uno stronzo di padre glielo impedisce e le fa sposare un uomo mediocre, condannandola a una mediocre vita borghese. Il romanzo ebbe successo e non si sa con quale scusa Victoria partì per Copenaghen e iniziò una frequentazione piuttosto esuberante con il noto critico Georg Brandes, il quale doveva essere un allupato come quasi tutti gli intellettuali. Victoria però, come si può notare dalle foto, non era proprio una bellezza e lui si stufò presto. La donna aveva già tentato due volte il suicido  (e come si vede da questi casi, non bisogna mai demordere dopo il primo fallimento. Il suicido non è mai un successo immediato). Nel 1888, in una squallida camera d’albergo, si fece fuori con quattro colpi di rasoio alla gola. Sulla lapide è stato inciso il motto Volontà e lavoro, ma nessuno capì mai cosa centrasse con una dama che per tutta la sua breve esistenza non aveva fatto altro che scrivere un paio di libri e un pugno di racconti, darla via al primo critico che incontrò e sputare tutto il resto della vita nel piatto dove mangiava.

Benjamin,Walter (Berlino 1892 – Port Bou 1940)

Questo filosofo aveva il cognome che mi ha sempre fatto pensare agli gnomi. Veniva da una famiglia di commercianti a cui gli affari erano girati davvero bene. Per quanto cagionevole concluse gli studi e si fece strada nell’ambiente accademico diventando uno degli intellettuali più brillanti d’Europa. Per sfuggire alle grinfie dei tedeschi, nel 1940, ingerì della morfina. Si trovava nella località di Port Bou, in Catalogna. Con lui aveva una valigia nera che non faceva toccare a nessuno e che nessuno mai con certezza avrebbe saputo cosa contenesse; forse dei manoscritti importanti o magari abiti intimi femminili e delle bambole oscene. Dopo morto, i compagni con cui stava lo fecero seppellire in un cimitero vicino a dove si era ucciso. Pagarono l’affitto del loculo per 5 anni dopo i quali nessuno ebbe mai più notizie del corpo e nemmeno di quella stramaledetta valigia nera. Poco prima di morire Benjamin stava aspettando un permesso per imbarcarsi e partire verso gli Stati Uniti. Arrivò il pomeriggio dopo che si uccise.

Berryman,John (McAlester 1914 – Minneapolis 1972)

Tra i più importanti poeti americani del 1900. Successe un fatto curioso nella sua prima adolescenza. A 14 anni, John si trovava nel Connecticut e studiava in una scuola episcopale. Ogni giorno era vittima di alcuni bulli, fino a quando un pomeriggio, aggredito da tre ragazzini e sentendo il fischio del treno in arrivo, dato che era in prossimità delle rotaie, iniziò a correre in quella direzione fino a piazzarvisi sopra, determinato a morire. I tre prepotenti persero tutta la loro spocchia, si spaventarono molto e riuscirono a tirarlo via da lì pochi secondi prima che il treno lo trinciasse via. Del resto Barryman non era mica il figlio di John Angus Berryman, lui era nato da un precedente matrimonio di sua madre con John Allyn Smith jr. Costui cadde vittima di un esaurimento nervoso a seguito della crisi del ’22 e la moglie mal sopportando le sue scenate, l’aggressività e la violenza di quell’uomo allo sbando, iniziò a vedersi con Angus e poi lo mollò. Smith avrebbe voluto rimettere a posto le cose ma era troppo fuori di testa per riuscirci e così prese una pistola, andò fino a casa dove la moglie viveva assieme ai loro due bambini e lì si sparò. Il futuro poeta vide la scena dalla finestra della sua cameretta, è chiaro? John Berryman fu comunque un tipo vispo, entusiasta, ispirato e brillante, compose grandi poesie ed ebbe successo e considerazione fino al 1939, quando venne fuori che era esaurito e un tantino epilettico. Da allora fu dura tornare a una parvenza di equilibrio. La vita divenne pesante, difficilissima e John pensò bene di condire il tutto con notevoli dosi di alcool. Si sposò e tirò avanti quel matrimonio assieme alla volenterosa moglie Eileen per dieci anni, dopo i quali lei non ne poté più e lo lasciò. Le scriveva di continuo e in una delle sue lettere accennò all’eventualità di un suicidio. Non lo fece e andò avanti per quasi vent’anni in cui oltre a soffrire pene tremende e rifocillarsi di superalcolici, fu docente appassionato al Writer’s Workshop dell’Univerità dell’Iowa, ma la cosa durò poco perché una notte finì al fresco e gli impedirono di continuare. Si sposò un paio di volte, ebbe dei figli e terribili discussioni con le rispettive progenitrici, davvero troppo più giovani di lui, fino al consueto epilogo che lo riconduceva puntuale di fronte allo spettro di suo padre e a quel pomeriggio in cui lo vide uccidersi. Di pari passo ai suoi fallimenti domestici e professionali (era così lesso a furia di bere da non riuscire più a tenere lezioni decenti nelle università dove lo assumevano) cresceva la sua fama di grandissimo poeta. La cosa gli faceva più male che bene o forse semplicemente non gli bastò per cambiar vita. La bottiglia era il solo mezzo possibile per continuare a percorrere quella valle di lacrime  ma lo stava anche ammazzando. E questo era perfetto, tranne per una cosa: ci metteva troppo. E così, il 7 gennaio 1972 non ne poté davvero più di aspettare. Non prese nessuna pistola, però. Detestava le armi. Si lanciò nel Mississipi da un ponte. Di sicuro una cosa più pulita e senza nessun figlio nelle vicinanze a guardarlo morire.

Bettelheim,Bruno (Vienna 1903 – Colorado 1994)

Fu psicoanalista dell’infanzia di notevole successo (per essere un austriaco). Probabilmente da qualche parte della vostra casa c’è all’insaputa di voi tutti, un’edizione del club del libro de L’amore non basta acquistata da vostra madre durante i serenissimi e tanto rimpianti mesi prima della vostra venuta al mondo. Durante la seconda guerra mondiale, Bruno fu deportato nei campi di concentramento a Dachau. Nel ’39 lo lasciarono andare e si rifugiò in the U.S.A, dove insegnò psicologia. Molto probabilmente furono le tremende crisi depressive di cui aveva sempre sofferto a spingerlo al suicidio. Lo fece nel 1990 e, nonostante avesse passato tutta la vita a cercare di capire e migliorare i problemi della mente altrui, supplì ai propri senza porvi mai rimedio. Tristezza.

Biebl,Konstantin (Louny 1898 – Praga 1951)

Poeta ceco. Soffriva di crisi depressive.

Bjørneboe,Jens Ingvald (Kristiansand 1920 – Veierland 1976)

Scrittore norvegese. Fu un acerrimo critico dei cattivi costumi della società occidentale. Fu convinto credente fin dall’età di 12 anni. Nella vita fece due cose, a parte scrivere: ubriacarsi e deprimersi, deprimersi e ubriacarsi. Per tutta l’infanzia ebbe la polmonite. Nel 1933, inaugurò la pubertà con un tentativo di suicidio. Durante il Secondo Macello Mondiale, decise che era arrivato il momento di visitare la Svezia. Qualcuno però sostiene che si trattò di una fuga in piena regola, allo scopo di evitare l’arruolamento e la conseguente partecipazione alla carneficina generale. In Svezia conobbe una pittrice ebrea e la sposò (particolare non da poco che forse avrebbe dovuto zittire tutti coloro che accusarono Jens, negli anni della sua fertile produzione letteraria di essere un simpatizzante nazista, come pare suggerisse in molti dei suoi romanzi). I contemporanei non fecero altro che contestarlo e insultarlo, togliendogli il poco entusiasmo che già di suo faticava a mantenere. Dopo il suicidio, come spesso accade, gli stessi detrattori cominciarono a rimpiangerlo e lodarlo. Oggi è riconosciuto per i suoi grandi meriti di scrittore, ma ormai lui ci si pulisce il culo ectoplasmatico. Salute a te Jens.

Bodet,Jaimes Torres (Messico 1902 – 1974)

Politico e scrittore messicano. Infatti si ammazzò a Città del Messico.

Borowski,Tadeusz (Zytomyr 1922 – Varsavia 1951)

Scrittore e giornalista polacco. Figlio di genitori sovversivi che venivano periodicamente arrestati e condannati nei gulag, in quanto minacce per il Comunismo. Anche lui passò diversi anni nei campi di concentramento di Dachau e Awschwitz. Quando si ammalò di polmonite fu trasferito in un ospedale e sottoposto a esperimenti. Sopravvisse alla guerra e rimase per qualche anno a Monaco. Poi pensò bene di tornare a Varsavia e scrivere le sue memorie su quanto vissuto nei campi. All’inizio vide proprio bene il regime comunista, almeno fino al giorno che non arrestarono e torturarono un suo caro amico. Allora capì che era passato da un regime a un altro, non meno terribile e sanguinario. Si ammazzò in circostanze misteriose.

Boye,Karin (Goteborg 1900 – Alingas 1941)

Scrittrice e poetessa svedese. (Sapessi che allegria). Il corpo fu ritrovato in un bosco.

Braak,Menno Ter (Eibergen 1918 – L’Aia 1940)

Scrittore olandese. Si ammazzò ingurgitando una massiccia dose di sedativi.

Branco,Camilo Castelo (Lisbona 1825 – S. Miguel de Seide 1890)

Scrittore portoghese assai prolifico e con un gran bel paio di baffi. Fu papà ad appena sedici anni, scrisse un’infinità di robe e fu molto influente nella cultura del suo paese. Causa una brutta crisi depressiva si ammazzò alle soglie dei 70 anni.

Brautigan,Richard (Tacoma 1935 – California 1984)

Scrittore statunitense. Da piccolo capì che era tutto uno schifo quando i genitori divorziarono e i successivi compagni della madre abusarono di lui. Non c’è da stupirsi se in adolescenza divenne una specie di delinquente e poi un figlio dei fiori. Si diede alla scrittura e verso la fine degli anni sessanta ottenne un notevole successo con il romanzo: Pesca alla trota in AmericaRichard visse male i cambiamenti successivi alla stagione dell’amore libero, divenne sempre più chiuso, depresso e alcolizzato. Gli anni 80 furono troppo per lui. Si uccise nel 1984.

Bukowski,Charles (Andernach 1920 – San Pedro 1994)

Solo perché preferì non aver fretta e usò l’alcol anziché una pistola, un rasoio o un veleno, non significa che non si sia trattato di suicidio. I suicidi di solito sono persone impazienti e Charles invece ne ebbe molta di pazienza, ma anche di perseveranza. Si ammazzò con regolarità, ogni giorno della sua vita.

(Continua)