SPECIALE – I TRIVIUM E LA SMANIA DI SUCCESSO!

Eccola lì. Su Wikipedia li presentano come una band metalcore con forti influenze thrash… E viene da ridere perché i Trivium hanno cercato in tutti i modi di liberarsi di quell’etichetta, proprio svoltando nel thrash, sperando di seminare il -core e farsi accettare per quello che hanno sempre sognato di essere: una band metal… Semplicemente metal.

Purtroppo oggi più nessuno può sperare di fondare un gruppo metal, avere successo e venir definito solo così. Metal. Assieme al metal ci deve per forza andare qualche altra diavoleria: sledge, retro, doom, post, gay, evil, ma se ci mettono la parola core sei fregato alla grandissima.

Il metal core è forse il sottogenere di heavy music più bistrattato e discriminato (in Europa, almeno) dai tempi del glam, il class, l’hair. Una gran fetta del mondo metallico, qui nel vecchio continente non ci tiene ad avare gruppi classificati sotto questa denominazione, nella grande famiglia del rock pesante, proprio per niente.

Credo che tutto sia nato con gli show dei Killswitch Engage all’Ozzfest del 2002 e ti spiego perché. Se vai a vedere la scaletta di quello spettacolo, ti accorgi che le altre band coinvolte nel secondo stage di quell’edizione erano tutti gruppi di scarso valore, non ho paura a dirlo. Credo che la fortuna dei Killswitch sia stata quella di essere inseriti in quella lista di band. E visto che loro invece avevano buona tecnica e idee in fase di scrittura, eccoli là che sono riusciti a spiccare nettamente sul resto delle formazioni, conquistando il pubblico che li andava a vedere. Da lì si è scatenata l’epidemia metalcore che ha investito gli States. (Corey Beaulieu, Trivium. Metal Maniac – Ottobre 2006).

I Trivium nascono appena tre anni prima di quella data fatidica e oltre ad avere per ¾ una formazione diversa rispetto alla line-up che poi è riuscita a sfondare, facevano cover dei Metallica e degli Iron Maiden. Matt Heafy arrivò solo un anno e Beaulieu, l’altro chitarrista, lo raggiunse nel 2002.

Se pensate che la maggior parte delle band girano anche per dieci anni prima di riuscire a firmare una specie di contratto discografico e incidere il primo disco, è evidente che i Trivium si siano trovati subito al posto giusto e nel momento giusto. Già il demo piacque a un sacco di gente e l’esordio ufficiale del 2003 Embers To Inferno li fiondò nella grande macchina commerciale che poco tempo dopo li avrebbe sputati nelle nostre vite, senza che la maggior parte di noi nutrisse la minima attrazione o anche un vago interesse per questa band di pischelli dall’aria neanche troppo fica i quali scrivevano canzoncine mielate e condite di inspiegabili growl in stile Cavalera in piena fase digestiva.

L’album d’esordio non è brutto, giusto un po’ acerbo, ma di sicuro meno omologato del suo successore. Le canzoni alternano in modo piuttosto ripetitivo sempre la stessa scaletta compositiva in cui si alternano clean e scream. Solo che mentre le parti pesanti non lasciano alcun segno, quando Heafy parte con i ritornelli melodiosi puntualmente armonizzati, in quella pasta sonora c’è qualcosa delle canzoni popolari sarde che non lascia indifferenti. Non lo dico con intenti scherzosi o dissacratori, è questo che il mio cervello acustico bacato ha rilevato nei ripetuti ascolti.

E sia chiaro che io Embers… l’ho sentito e risentito solo per poterci scrivere questa scheda. Altrimenti non avrei mai osato avvicinarmici. Sia quello che il secondo album Ascendancy vengono liquidati come l’infanzia metally-core della band Trivium prima della riconversione al thrash  e prima di mettersi a plagiare i Metallica. Un fondo di verità ci sarebbe. Ma vi assicuro che la retorica dei sottogeneri si secca e cade in pochi secondi, come una vecchia pustola risanata dagli antibiotici, se dietro c’è l’ispirazione. Non sto dicendo che il secondo disco di questi ragazzetti sia un capolavoro, ma è un buon disco sì.

Ripete più o meno la stessa formula di Embers…, ma melodie come quelle di Pull Harder on the Strings of Your Martyr o Drowned and Torn Asunder non si dimenticano. Di contro, continuano a non convincere (e per quanto mi riguarda, la cosa non cambierà mai) le parti strillate. Nonostante l’impegno e l’affinamento della scrittura avvenga anche nei momenti più esplicitamente core, c’è qualcosa che non giunge mai del tutto a destinazione nel nostro stomaco.

Insomma, non so voi ma io non riesco a prendere sul serio questi pischelli di Ascendancy. La loro rabbia sarà autentica ma in fondo si esprime già abbastanza in cose come Like Light to the Flies o Dying in Your Arms e non c’è motivo di alzare ulteriormente il tono. Prendete gli Hatebreed. Loro sono sempre incazzati, giusto? Però anche se è innaturale scrivere ogni due anni dodici canzoni tritapassere in quel modo senza sfociare nella maniera, nel metodo, rimane pur sempre una stilla di genuinità, perché quella band ha un carico di rabbia tale che può solo alzare il gain fino a quel punto, può solo vomitare il fegato per dire quanto è incazzata.

I Trivium no. Loro da questo punto di vista esagerano e magari lo fanno credendoci, ma è come se fingessero di essere più duri e cattivoni di quello che sono in realtà. E infatti molti non li accettano perché le urla, i growling di Heafy sono imprigionati in un’impostazione secchiona. Viene da immaginarselo, il piccolo Matt, chiuso nella sua cameretta (in cui deve aver trascorso l’80 per cento della propria adolescenza con la chitarra in mano e l’altro 20 per cento suddiviso tra il suo pene e il joystick) che cerca di capire come emettere i rigurgiti di Korn e Sepultura senza farsi troppo male e raggiungendo la stessa intensità. Apparentemente sembra esserci riuscito ma sono in tanti a prendere più sul serio i Trivium quando accantonano quella roba pseudo-estrema in favore di una rivisitazione sfacciata della bay area anni 80. Come una scelta tra due mali minori, s’intende.

Stai scherzando, vero? Ora la nostra musica non può più essere coniugata con quel modo di cantare. La decisione è stata presa senza battere ciglio da tutta la band. E la proposta è partita da una mia esigenza: mi stavo rovinando le corde vocali, ero stanco di gridare le solite parole a ogni show! Il mio timbro basso all’inizio mi ha aiutato, ma dopo trecentocinquanta concerti senza cedimenti e sulla stessa riga, ero sul punto di scoppiare come una bolla di sapone” (Matthew Heafy, Metal Hammer – Gennaio 2007)

Il revivalismo è la tendenza che ha soppiantato il metalcore e in fondo i Trivium hanno vissuto direttamente questo passaggio, senza perdere la propria identità. (Sì, ce l’hanno, tutto sommato) The Crusade che per molti è “nonostante tutto” (tutto cosa?) il disco più convincente della band, nasce già in seno ad Ascendency, per la precisione nel brano A Gunshot to the Head of Trepidation, dove a un certo punto esplodono quegli hey hey hey! da Cheerledaers con sotto un giro di accordi alla Running Wild. È lì che qualcosa è scattato. Il disco infatti non è, come i più superficiali dicono, un copia e incolla dei vecchi ‘tallica. Ci sono anche quelli, per carità, ma la scaletta spazia nel class e nelle pacchianerie anni 80 degne degli Hammerfall. Anthem (We are the Fire) ne è l’esempio perfetto.

Il modo di cantare di Heafy scimmiotta Hetfield a livelli da karaoke ma in fondo la cosa è piacevole, ammettiamolo. E per quanto in scaletta ci siano le solite due o tre canzoni di troppo, Enter The Dragon o Tread the Floods mostrano una capacità compositiva fuori dal comune, vecchia maniera. Mi spiego: oggi le nuove band scrivono dieci brani tutti uguali mentre i Trivium hanno le canzoni, o almeno provano ad averne. In ogni disco ce ne sono sempre due o tre che possono finire nell’ipotetica raccoltona celebrativa. Gli Skeletonwitch, per nominare un gruppo a caso tra i migliori che possiate trovare in giro oggi, scrivono buoni dischi, dal gran tiro, ma vi sfido a citare tre pezzi che ne rappresentino l’apice. Non ci sono. Potrete arrivare a due ma giusto per la testardaggine. Quando pensate agli Skeletonz vi vengono in mente gli album e non un singolo brano. Almeno per me è così.

Da questo punto di vista i Trivium sembrano un gruppo classico, come ce n’erano fino alla fine degli anni 90: una band che si evolve di album in album, cambiando stile, alleggerendosi, allungandosi, accorgiandosi, assecondando la propria natura. È un percorso che porta epifanie e delusioni, con tanti fan che nascono e altri che muoiono lungo il percorso. E la sensazione di crescita c’è anche in Shogun (2008), che secondo me è forse l’album migliore che abbiano mai fatto, quello dove la smania di sfondare, ammessa senza tante moine ipocrite, la tecnica e le idee raggiungono un equilibrio da cui escono brani indimenticabili: su tutti Throes of Perdition e Kirisute Gomen. Il cantanto Hetfieldiano viene un po’ accantonato e non si esagera neanche con i rigurgiti e le scenate isteriche di violenza nerdaiola.

La band ci crede sempre più e la casa discografica spinge parecchio con la promozione ma quello che doveva succedere, l’esplosione, la consacrazione, la nascita delle nuove galline dalle uova d’oro del metal estremo, non accade. La band ormai è arrivata a buon punto e per quanto molti si ostinino a dire che il disco decisivo sarà il prossimo, (come per Ulrich e Hetfield lo fu il quinto della loro discografia), In Waves che recupera la componente cory in modo deciso, è un disco che, nonostante i due o tre pezzi riusciti (tra cui Built To Destroy) si avvita su se stesso in un tentativo di ricapitolazione, come se il gruppo abbia già deciso di fermarsi e guardare indietro, recuperando elementi del proprio stile che durante la crescente ricerca dei quattro album precedenti erano stati messi da parte per fare altro.

Il lancio promozionale di In Wave è bello robusto. Heafy si taglia pure i capelli per piacere di più alle mamme delle sue future fans, ma l’album non arriva da nessuna parte. Manca la materia prima. I Metallica riuscirono a salire al livello successivo della macchina del music business grazie a tutta una serie di elementi che insieme formarono la perfetta costellazione dello sculo epocale: produzione, canzoni, tecnica. Tutto in quel momento gli girava al massimo. I Trivium sono diventati sempre più bravi, dal vivo spaccano, ma le canzoni nuove per nulla e se resti allo stesso livello del disco precedente e non fai il salto al successivo, la “Macchina” (come spiegano i Crue su The Dirt) ti stritola (o frantuma) senza pietà.

“Sicuramente per noi è arrivato il momento di tentare il tutto per tutto. Se con i dischi precedenti non eravamo pronti per una cosa del genere, ora sentiamo che il successo è alla nostra portata. Il disco è stato concepito per arrivare nelle case della gente, permetterci di riempire le arene e condividere il successo con le più grandi band del circuito rock” (Corey BaulieiMetal Hammer – Settembre 2011)

L’uscita di Vengeance Falls è presentata come il solito evento che svolterà la nostra vita e quella della band, ma si sente che ormai all’esplosione dei Trivium non ci crede più nessuno. Nelle interviste loro dicono come al solito che questo è il miglior disco della carriera e i recensori amici scrivono: stavolta ci siamo! ma sebbene avvenga un cambiamento interessante sul piano della scrittura, con brani più semplici e quadrati rispetto alle talvolta eccessive complicazioni sborromèe di The Crusade e Shogun, anche qui più che nel disco prima si avverte un senso di stanchezza. Le canzoni vanno avanti fino alla fine senza restituire nulla.

Dubito che pezzi come Incineration: The Broken World o Brave This Storm diventino la colonna sonora di una generazione e non lo dico per sminuire la prova dei Trivium che per quanto mi riguarda rimangono una delle più interessanti (e senza dubbio più fortunate) metal band degli ultimi quindici anni, ma perché so che il loro intento dichiarato è proprio quello di fare la grana, entrare nella grande casa di MTV, scrivere l’inno dei mondiali 2014 e così via. Vogliono essere dei grandissimi e lo dicono da quando hanno iniziato. A oggi risulta molto difficile credere che ci riescano e per quanto qualcuno si affretterà a ribadirà il solito concetto che sono giovani e hanno ancora molti anni per provarci, in fondo non è che questa loro missione di trasformarsi negli ennesimi dinosauri popoular rock incensati dai media, mi appassioni più di tanto. Anzi, diciamo che non me ne può fregare di meno. (Francesco Ceccamea)