Metal Is Religion #11 – In Brutaldeath We Trust

È tutto vero! Mi si è ammosciato! Passatemi subito una copia di Legacy Of The Ancients e una tazza di cioccolata bollente. Non è possibile. Cazzo no. Dopo ben cinque album di fila, ognuno con un cantante diverso (che non è normale come cosa) potevano benissimo prendersi una pausa, ma loro vogliono battere il guinnes dei primati per il maggior tempo passato in studio. Se poi la fantasia finisce e l’album lo colmano di riempitivi, non si stupissero se dopo non mi viene l’erezione mattutina.

I Pathology sono stati la mia religione e continuano tutt’ora a essere per me il dio pagano del brutal death meal, figli del padre eterno Cannibal Corpse. Sempre sia lodato Chris Barnes nei secoli dei secoli; amen. Non riesco a parlare male di Lord of Rephaim, ma neanche bene. È palloccoloso. Termine da bambino, come la loro spasmodica idea che ogni anno debbano uscire con un nuovo album.

Legacy Of The Ancients è un must del genere. La voce di Matti ‘Disgore’ Way è un tombino rombante come se le fogne fossero in guerra con le Tartarughe Ninja vs Super Mario. Awaken to the Suffering è stato un mezzo passo falso. Si sono buttati nella melodia mal calibrata (troppa) e Jonathan Huber non è Matti. Non è un tombino. Troppo pulito in confronto al figlio illegittimo del Barnes degli inizi. Si fosse filtrato con lo stura lavandini avrebbe reso meglio. Però l’abbiamo apprezzato tutti nonostante gli evidenti difetti.

The Time of Great Purification è più ragionato. Melodia calibrata, Jonathan impara dai suoi errori e accontenta i fan, mantenendo il suo stile. Peccato in quello stesso anno (il 2012) siano usciti pure Torture dei Cannibal Corpse e The Anomalies of Artificial Origin degli Abominable Putridity.

I primi vincono per partito preso appena annunciato l’album, gli  Abominable masticano la carne dei loro nemici come le bestie innominabili nei loro testi. La vittoria è solo del fan che ha saputo cospargersi il corpo di budella rancide. Il vincitore sono io che avevo la colonna sonora per le mie partite a Catherine su Xbox 360 a casa della mia fidanzata. Lei mi ha odiato quel giorno.

Quest’anno con Lord of Rephaim i Pathology vedono il ritorno al microfono di Matti.

Ecco spiegato in tre punti perché non mi è piaciuto:
1. Hanno dosato la componente melodica nel modo sbagliato. Ancora.
2. Riesco a distinguere le parole pronunciate da Matti. E non va bene.
3. Dopo le prime due tracce il disco diventa noioso come un film coreano di serie C.

Ecco spiegato in un punto perché comunque mi è piaciuto:
1. Sono sempre i Pathology. Che cazzo.

Per chi non si accontenta possiamo lanciarci su uscite minori. Anche quest’anno i russi hanno lasciato il segno. Più fa schifo la copertina più fa schifo l’album. No che cazzo dico, più è marcio il suono e quindi più mi sale l’erezione. Come, ti sei sprecato così tanto per spiegare i Pathology e chiudi qui con i Cremated Lives? E che vi devo dire: Demolition Overdose mi è piaciuto.

Produzione scarsa, potevano fare di meglio. La batteria è della Mondial Casa, batte duro come una prostituta all’ora di punta. Il groove c’è tutto; me l’ha fatto scapocchiare fino alle rime finali. Il basso suona tosto; lo strumento base del genere. Partenza in quarta per il gruppo di Mosca, e poi sono convinto che tutto il brutal death della Russia sia perfetto. Se non mi credete ecco lo streaming bancamp. A voi l’ardua sentenza.

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(Ruggiero Musciagna)