Scuola di mostri

Se l’avete visto (e rivisto) quando uscì al cinema da bambini degli anni 80, oggi parlereste di questo piccolo film con toni epici, divertiti, lanciandovi magari in imbarazzanti e gustose rivelazioni onanistiche sulla vostra prima adolescenza, ma se vi siete decisi ad affrontare il piccolo omaggio di Fred Dekker (Dimensione Terrore) ai vecchi film di mostri della Universal, dall’alto dei vostri 34 anni fumati, con due bambine che non dormono la notte e una moglie depressa, allora diciamo che Scuola di mostri diventa un irritante e a tratti insopportabile campionario di stereotipi ottantiani di seconda mano, con uno spunto di partenza interessante sacrificato nel tritacarne di una trama che sembrerebbe stata scritta dal medesimo gruppetto di ragazzini delle scuole medie protagonisti del film.

Sono così tanti i buchi, le scorciatoie illogiche, sarebbe meglio mettere il cervello in ghiaccio sul tavolo prima di sistemarsi in poltrona e sorbirsi un simile pasticcio. Eppure non possiamo fare a meno di notare alcuni aspetti intriganti, in gran parte abbozzati, accidentali e retroattivi, ma indiscutibili in questo piccolo, disastrato, filmetto. Per esempio la gestione di un prodotto indirizzato ai teenagers ma dove la gente muore sul serio, i genitori restano alzati di notte a litigare, vanno dal consulente matrimoniale e trascurano i figli, sempre più proiettati in un mondo di creature orrorifiche assai più rassicuranti di quello che c’è fuori, nella vita vera. In tal senso è indicativo il contrasto tra la scena esilarante del papà che non prende sul serio il figlio convinto che ci sia una mummia nell’armadio (e c’è per davvero) e quella in cui una madre angosciata da una relazione con il marito che va a puttane e deve trattenere le sue emozioni per tranquillizzare la figlioletta poco entusiasta di affrontare la notte da sola.

I ragazzini protagonisti si sentono estranei e in conflitto con un mondo che non ha spazio per i loro dilemmi fatti di pruriti genitali e licantropia, un mondo in cui non sanno cosa sia più tremendo, se le visioni atroci nell’armadio della cameretta o quelle dal buco della serratura della camera di mamma e papà. Il vicinato è fatto di gente alienata e la scuola di professoresse con la testa da gatto, presidi ottusi e infidi, bullismo e brutti voti. Cosa rimane se non il cinema dei mostri? E dispiace quasi che quando i mostri arrivano per davvero, queste due fazioni di outsiders (i mostri stessi e i teenagers), entrambe dalla parte della fantasia e dell’assurdo, finiscano invece per scontrarsi. Sarebbe stata molto più plausibile una collaborazione. I mostri classici infatti tornano in un mondo che non ha più paura di loro. Al cinema li hanno rimpiazzati con maniaci violentissimi: danno Venerdì 13 parte 12, dove Jason viene fatto a pezzi e spedito nello spazio (riferimento malizioso che diventa avvenerismo puro). Stephen King domina le classifiche dei libri più venduti con i suoi adolescenti disagiati e dai poteri telecinetici, moderna rilettura del teenager licantropici degli anni 50 ma con il pelo che cresce nel cervello. Questo è il mondo che devono affrontare i vecchi e dimenticati mostri classici, dal loro aspetto ormai datato e ridicolo. Dracula con il suo abito da sera e l’aria da ufficiale nazista, il licantropo in calzoni (per coprire il pisello da cane, secondo i ragazzini); Frankenstein, i suoi zatteroni e i vestiti troppo corti; la Creatura della Laguna Nera, triglia antropomorfa gommosa e improbabile; la Mummia dinoccolata e fragile che con tutto quello che c’è da fare per riconquistare il mondo, non resiste all’impulso di andarsi a rinchiudere nell’armadio di qualche pischello; tutti loro rappresentano un derelitto esercito delle tenebre così facile da sbaragliare che basterà un pugno di cuccioli d’uomo dalla fantasia molto sviluppata.

Le dinamiche tra i mostri sono quasi mafiose, con Frankenstein che fa l’infiltrato tra i ragazzini (suggestiva la riproposizione dell’incontro con la bambina), l’Uomo Lupo pentito collaborazionista mentre Dracula è il boss indiscutibile e spietato manipolatore. Tra lui e Frankie poi sono suggeriti risvolti sentimentali insospettabili e a tratti ambigui: quando il mostro della Laguna Nera tira fuori la bara dall’acqua, il vampiro dice “quanto tempo…”.

Il mostro anatomico redivivo guarda il conte e ripete anche lui serafico “quanto tempo, padrone” e sul viso del principe succhiasangue affiora una malinconia spiazzante e quasi incollocabile nell’economia creativa della trama.

Il film ha davvero un gran ritmo ma a tratti quasi eccessivo. Sembra che il demerito sia dei produttori, i quali non avrebbero mai ammesso una durata superiore ai 90 minuti. Dekker ne taglia via ben quindici e il treno del montaggio travolge la logica narrativa in vista del traguardo cronologico. I piccoli protagonisti sembrano la versione estiva dei Goonies e la loro esistenza fatta di patti elitari, “club dei mostri”, vicini misteriosi e prove di coraggio: ennesima, immancabile, rielaborazione dello scenario di confine tra fiaba e realtà del Mullighiano Buio oltre la siepe. L’eremita in fondo alla strada, “L’abominevole uomo tedesco”, all’inizio unico “mostro reale” per i piccoli protagonisti, si rivela un aiuto determinante quando la fantasia ha la meglio su tutto. L’aspetto nazistoide di Dracula poteva generare un involontario e gustoso contrasto con il vecchio vicino reduce dai campi di sterminio, ma sarebbe stato come mettere un bisonte a cuocere sopra le bistecche di maiale. Gli effetti speciali di Stan Winston (alcuni inguardabili) sono la parte migliore del film perché danno un tocco di crudezza e realismo al make-up tradizionale, celebrativo e rispettoso per il lavoro del vecchio Jack Pierce. La colonna sonora ci da dentro con isterismi in chiave di violino e melensaggini degne degli score del bel tempo che fu, quando gli Studios contenevano anche i peggiori incubi immaginabili in una soluzione di cartapesta e ghiaccio tritato. Peccato che le orchestrazioni impetuose e romantiche debbano convivere con i soliti, inevitabili, insulsi brani pop rock. Esemplare il momento in cui i ragazzi devono rimediare le armi per battere i mostri e lo fanno accompagnati da una tamarrissima canzoncina che ripete fuori ogni possibile contesto narrativo che tu devi “Rockin’ Till You Drop… Dancing Till You Heart Stop”.