Terrore cieco

Terrore cieco (See No Evil) regia di Richard Fleischer (1971, GB)

Quando Tiziano Sclavi si mise di buona lena al lavoro sulla serie di Dylan Dog, era da solo. Le storie uscivano una al mese e lui ne scriveva di continuo, a testa bassa, magari mettendone su due o tre in contemporanea. Interrompeva con una e riprendeva con un’altra. Come faceva a creare tutti quegli intrecci, ad avere idee così avvincenti ed efficaci? Semplice, copiava famelicamente dai libri e i film che sporgevano dagli scaffali della sua stanza. Uno cresciuto con le storie dell’Indagatore dell’incubo prima che con i romanzi di Poe, Lovecraft, i film di Romero, Landis, Argento, Jordan, passa gli anni a rinvenire pezzi di storie di Dylan Dog ovunque. Come i poliziotti nella cantina di John Wayne Gacy, quando credevano di aver fatto, ecco che veniva fuori ancora teschio.

Ho visto un sacco di film horror e di altri generi, ho letto molti libri e fumetti e ho scoperto la maggior parte dei furti di Tiziano Sclavi ma quando penso che siano finiti eccone uno nuovo. Terrore Cieco. “Il ritorno del mostro” Dylan Dog numero 8. La storia non è uguale, ma la scena in cui la protagonista (Mia Farrow) cieca e ignara si aggira per casa e non si rende conto che il resto della famiglia è stato massacrato, beh, quella è identica all’incipit dell’albo. Nel film, quasi sempre distrutto o comunque sminuito dai critici delle guide tv, la storia è praticamente tutta lì.

La ragazza, causa un brutto incidente, non ci vede più e come se non bastasse, un misterioso assassino fa fuori la sua famiglia. Trascorre quasi metà film prima che lei, aggirandosi per casa in cerca di un vestito da mettere, diretta in cucina a farsi il caffè, pronta ad andare in bagno per farsi una doccia, scopra di essere circondata dai cadaveri dei parenti. Stanno tutti lì, immobili, ciechi come lei, e fissano il vuoto con l’espressione di stupore un po’ floscio, come un’istantanea sbiadita prima che il fucile non li mandasse al creatore.

La seconda parte del film è invece incentrato sulla fuga della non vedente, mentre l’assassino vuole recuperare un braccialetto perduto in casa la sera della mattanza e magari far fuori l’unico testimone non oculare della scena del delitto. Del colpevole si vedono solo gli stivali da cow-boy, rossi e con una stella bianca sopra. L’omicida è un paio di gambe, accavallate, strascicanti, inzuppate di acqua piovana dopo che una macchina le schizza passando su una pozzanghera o lorde di sangue, dopo aver fatto fuori la ricca famiglia che vive nella villa di campagna, circondata da un giardino enorme, con tanto di laghetto nel mezzo e le foglie che svolazzano ovunque in un autunno quasi patinato.

Mia Farrow è se possibile ancora più esile, fragile e tormentata della Rosemary del film di Polanski e anche stavolta si rivela perfetta per l’horror. Mentre vaga in un paesaggio campagnolo dagli scorci giusti per un servizio di moda autunno/inverno e dai risvolti selvaggi rimandanti a qualche brutto film con Charles Bronson (mi riferisco alla scena della cava) lei sembra un cucciolo impaurito e sperduto che continua a invocare aiuto con un tenacia flebile e quasi insopportabile.

Il modo come il principe della fiaba (l’ex ragazzo) la trova e trae in salvo è inaccettabile. Manda al diavolo l’incredibile tensione accumulata fino a lì. Nell’insieme Terrore cieco va riscoperto perché è un tre quarti di thriller magistrale. La lunga sequenza della protagonista che si muove nella grande casa, con le porte che si aprono, spostate dal vento e altre che si chiudono sbattendo, le tende che svolazzano, le finestre aperte sul buio, alternate alle facce di candeggina dei morti in attesa che il mondo li veda e quindi riconosca come tali, è di un’efficacia straordinaria.

Sì, l’intreccio non è il massimo, le interpretazioni abbastanza prevedibili, gli attori hanno uno stile di recitazione datato ma i paesaggi suggestivi, il tocco leggero con cui si racconta la triste storia d’amore ormai al capolinea tra il ganzo domatore di cavalli (Norman Eshley) e la bella (de gustibus) perduta nel buio, riempie il film di un senso di solitudine, desolazione, che è espresso benissimo dalla Farrow. Poi c’è questo omicida.

Di lui non si sa nulla. Non si spiega la sua violenza, la sua cattiveria. È un maniaco sessuale? Un livoroso vendicatore sociale? Perché irrompe nella casa di questa famiglia bene e la trucida? Si suggerisce uno stupro, ma poco altro. Non si sa se tenti anche di rubare soldi. All’inizio del film sembra essersi legato al dito uno sgarbo che il capofamiglia gli ha inflitto non rispettandolo come pedone e strombazzandogli contro perché non si sbriga ad attraversare la strada. Non c’è niente di più terribile. Il suo volto angelico, che si vede solo nel colpo di scena finale, è terrorizzante come quello di altri piccoli indimenticabili maniaci nel cinema mosigino-femminista anglosassone degli anni 70, Tom Berenger nel bellissimo In cerca di Mr Goodbar, il pazzo del capolavoro misconosciuto di Bob Clark, Black Christmas, i bifolchi violentatori del Tranquillo week end di Boormman.