L’altro

Thomas Tryon – L’altro (1971 – Arnoldo Mondadori Editore)

Thomas Tryon era noto prima di tutto come attore, ma le sue esperienze nel cinema non furono così soddisfacenti. Rimase male quando quel pazzo irresistibile di Otto Preminger lo cacciò via dal set di Prima Vittoria proprio il giorno in cui sarebbero passati a trovarlo i suoi genitori. Per quanto la sfuriata del regista non ebbe conseguenze, riconfermandolo nel cast già l’indomani, Tom iniziò da lì a sfanculare la settima arte.

La visione di Rosemary’s Baby di Roman Polanski, il celebre film in cui una giovane coppia di New York cade nelle grinfie di una setta satanica, lascia sui polpastrelli di Tom uno strano formicolio. Si convinse di poter scrivere un romanzo horror ed è ciò che iniziò a fare una volta tornato a casa.

Buttù giù una storia su un bambino “diabolico”, raccontando idealmente l’infanzia del figlio di Rosemary. Un momento, non è il seguito apocrifo del romanzo di Ira Levin. L’altro è incentrato sulla schizofrenia e ha il sapore dolce e l’afrore delle storie gotiche del vecchio sud, però in un certo senso viene da pensare che le gesta di Holland, gemello cattivo che uccide sistematicamente famiglia e vicinato, possano rappresentare una ideale prosecuzione in chiave psicopatica dell’esoterico pargolo della Farrow.

Oltre alla storia in sé, quello che colpisce di Tyron è lo stile elegante e l’immenso talento per la scrittura. Quest’uomo era destinato alla letteratura, altro che Preminger. Il suo stile robusto ed elegante nasce da un Io tormentato e imbevuto di un profondo senso di dolore e disappartenenza.

L’altro, se vogliamo fare un po’ di psicanalisi da due schei, in fondo fu lo stesso Thomas Tryon, prima volutamente nascosto dietro le numerose parti interpretate al cinema e poi camuffato nella sua caotica vita sentimentale, molto più indirizzata alla chiappa che al seno.

Thomas Tryon ha esordito come scrittore con L’altro, nel 1971. Il libro diventò subito un best-seller e poi un film sceneggiato benissimo dallo stesso scrittore e diretto da Robert Mulligan (Il buio oltre la siepe); rappresentando quindi l’incipit ideale a una carriera letteraria tanto valida quanto snobbata non solo dalla critica tradizionale ma soprattutto dalla stessa frangia specializzata, sempre pronta a misurarsi con l’ennesimo blob di Stephen King o una nuova saga sugli zombie ma che a livello di storia del genere non va oltre Lovecraft, Poe e Matheson.

Se prendete un dizionario di cultura horror o un qualsiasi saggio sulla letteratura del terrore, sia L’altro che il fenomenale La festa del raccolto non vengono citati mai, neanche di striscio. Vi basti pensare che se il primo romanzo di Thomas Tryon in fondo era un horror alla Henry James (comunque anticipatore delle grandi ghost story nevrasteniche degli anni 60 mascherate da dramma psicologico o viceversa), il secondo fu la base d’ispirazione per I figli del grano di Stephen King e tutto un sottofilone rural/folk sanguinario dell’horror (che come precursori ebbe solo il romanzo Ritual di David Pinner (1967) da cui sarebbe stato tratto lo straordinario film The Wicker Man e soprattutto il film di H.G. Lewis, 2000 Maniacs (1964). Anche in Italia c’è un epigono molto bravo del libro di Tryon e si chiama in Eraldo Baldini.

L’altro è un romanzo horror molto “letterario”. Per quanto sia scritto da uno che ha lavorato nel cinema non ha uno “taglio” ispirato alla messa in scena cinematografica, allo sguardo della macchina da presa, come invece la maggior parte dei romanzi “de paura” scritti dopo Richard Matheson.

Ci sono pagine splendide, eleganti, liriche. Il senso di minaccia, le ombre, la stretta morsa che sentiamo attorno al collo, glaciale, come la mano di un cadavere, è evocata attraverso una prosa che non perde mai il tono ironico e sognante di Bradbury e Twain.

Il bodycounting, unica struttura possibile di qualsiasi storia dell’orrore di una certa lunghezza, è rispettato ma in modo quasi sommesso, indolente, senza mai sfiorare i toni sordidi e disgustosi dell’horror moderno.

Se escludiamo il finale vicino a Poe (che nel film di Mulligan raggiunge effetti ancora più disturbanti) filtrato dall’incubo puericultorio di Ira Levin, L’altro è un gradevole e a tratti persino noioso romanzo di formazione su due gemellini e le loro pigre scorribande intorno alla grande casa di famiglia, dove gli scampoli di una recente serie di tragedie vengono nascosti dietro alle blande e grevi consuetudini alimentari e conviviali della provinciale vita sudista della rispettabilissima famiglia Perry, fatta di bevande di radice, bibbie, montagne di fieno e freak show.

Tryon finisce quasi per incagliarsi in un compiaciuto e a momenti fin troppo indulgente viaggio a ritroso nella propria infanzia, osservandola attraverso gli occhi di Nice, il gemello buono, ma il colpo di scena che arriva alla fine della seconda parte (dove finalmente si scopre che diamine sia la “cosa” incartata nel pacchetto di carta velina che il bambino porta ossessivamente addosso assieme a un vecchio anello) trasforma il ritmo trascinato in un vantaggio, sconvolgendo lo spettatore con un colpo pesante mentre è assuefatto alla routine assassina del piccolo Perry nell’afa e l’indolenza generale dei pomeriggi estivi in cui i personaggi paiono galleggiare tra un’abitudine insulsa e l’altra, quasi ipnotizzati.

L’altro non è più in commercio. Io ho potuto recuperarne da ebay una copia pubblicata da Arnoldo Mondadori Editore nel 1972. Si tratta di una prima edizione e la tengo da conto, per quanto abbastanza sciupata. Tryon dedica il romanzo al padre e la madre, i quali probabilmente devono ancora scoprire i reali gusti sessuali del figlio.

Thomas veniva già da un matrimonio etero con un’attricetta, andato in malora nella seconda metà degli anni 50 e solo venti anni più tardi, proprio dopo l’avvio della sua carriera letteraria, lo scrittore/attore iniziò a godersi un po’ di YMCA, prima con l’attore Clive Clerk e successivamente Casey Donovan, famosa pornostar gay.

Non penso che L’altro rappresenti la metafora dolorosa degli spettri che Thomas Tryon sentiva aggirarsi nelle mutande ma sarebbe assurdo non tenerne conto. La scelta creativa di incentrare la storia su due gemelli manichei, anziché il tipico ragazzino solitario e bipolare assediato dai fantasmi; il tema della schizofrenia come iattura mentale e allo stesso tempo un’incontrollabile e distruttiva scissione della personalità; per scenario la scelta di usare una realtà finta e benevola, inzuppata di retorica floreale e buoni sentimenti e che copre finché può una verità ben sensuale, scabrosa e inaccettabile; tutti questi elementi sembrano esprimere un senso di terrore fondato e tangibile da parte dell’autore.

Che il vecchio Thomas Tryon, morto prematuramente nel 1991 (non di Aids, teste di cavolo) perdoni le mie illazioni, ma sarebbe ipocrita, per quanto anche molto superficiale e scontato, non avvertire nella storia sanguinosa della famiglia Perry un senso di identificazione per nulla giustificato da parte dell’autore, se non ricorriamo alla triviale e irrispettosa interpretazione del dissidio sessuale.

Tryon non fu un assassino, non ebbe a che fare con una madre instabile e non ebbe mai un gemello malvagio. Forse lo fu lui. Un gemello unico che il mondo normale faceva sentire troppo sbagliato e quindi cattivo. L’unico “altro” di cui ci stesse raccontando. (Francesco Ceccamea)