Roald Dahl e il libro delle storie di fantasmi

È la seconda volta che scrivo questo articolo. Il primo file l’ho buttato io stesso non volendo, durante un forsennato attacco di pulizie del pc. Pazienza, ma non sarà la stessa cosa. Pensavo fosse giusto avvertire i lettori.

La cosa più interessante e significativa dell’antologia curata da Roald Dahl Il libro delle storie di fantasmi è l’introduzione. Si imparano un sacco di cose leggendola.

In effetti, lo scrittore inglese ha lavorato così d’impegno e passione a questa raccolta che per quanto non sia presente nemmeno uno dei suoi racconti (non ve ne sorprendete, ci sono state parecchie facce toste capaci di infilarsi nelle stesse antologie di cui erano curatori) è da considerarsi come un suo libro a tutti gli effetti e probabilmente uno dei più riusciti.

Ma forse io scrivo ignorando un fatto: che voi non sappiate chi sia Roald Dahl. Ok, è un autore inglese tra i più popolari scrittori per l’infanzia. Avrete visto La fabbrica di cioccolato e Matilde 6 Mitica e Chi ha paura delle streghe? Ebbene sono tutti film tratti da alcuni dei suoi libri più celebri.

Dahl è anche un ottimo e originale scrittore di racconti per adulti e senza dubbio è un grande antologista dell’orrore. Il libro delle storie di fantasmi inizialmente doveva essere una serie televisiva, ideata da lui stesso nel 1958. Quando la propose a un produttore, il quale ne fu entusiasta, lo scrittore scoprì di non essere poi questo gran conoscitore di storie di fantasmi. Gli piacevano ma non ne aveva lette abbastanza da capire che per il suo scopo, ovvero raccoglierne 15 o 20 da sceneggiare per la TV, ne avrebbe dovute leggere e scartare un’infinità.

Roald Dahl racconta proprio nell’introduzione, in dettaglio, tutto il travaglio che ha condotto il progetto a ripiegare sul libro e non il telefilm ma non è per questo che risulta così interessante. Lo è per tutta una serie di riflessioni che fa sul genere dei racconti spettrali, giudicati dai più come divertenti e talvolta banali esercizi di stile creativo.

Scorrendo i titoli selezionati nella raccolta, e se siete lettori fissati con l’horror da abbastanza tempo da aver guadagnato una certa familiarità con i soliti nomi, vi accorgerete che la maggior parte dei titoli sono di gente che non si è mai sentita nominare. Mancano Charles Dickens, Wilkie Collins, Oscar Wilde, H.G. Wells, Henry James o M.R. James, per citare i più frequenti.  Una casualità? Non proprio, a dire il vero la maggior parte dei 700 titoli passati al vaglio da Dahl prima di arrivare ad accumulare una ventina di storie davvero ottime, gli sono parsi sciatti, datati, noiosi, assolutamente non spettrali, specialmente quelli firmati dai nomi più noti. E prima di imbattersi in un racconto davvero efficace, la sua frustrazione stava quasi per spingerlo a lasciar perdere tutto quanto. Poi gli capita appunto Harry di una certa Rosemary Timperley; e il sangue gli si ghiaccia, con grande compiacimento, nelle vene. A seguire ecco un gioiello di un’altra donna, tale Signora Oliphant con La porta aperta. Un momento, due donne! Parte un’illuminazione: vuoi vedere che le migliori storie di fantasmi sono una specialità femminile?

Più avanti Dahl scopre che non è esattamente così ma alla fine della sua selezione, sebbene i maschi siano sopra di un paio di numeri, le femmine gli tengono testa e non è una cosa frequente nell’arte. In letteratura certo, abbiamo Virginia Woolf, George Eliot, Flannery O’Connor, Emily Dickinson, Angela Carter, Emily Bronte, Poppy Z. Brite (leggetevi il saggio della Woolf intitolato Una stanza tutta per sé a tal proposito) ma nelle altre forme creative come la musica o la pittura di donne capaci di lasciare un segno si fatica a trovarne (lo so che c’è Frida Khalo, ma chi altri? Madonna doveva ancora nascere al tempo di questa antologia).

Dahl ammette che c’è solo un altro genere narrativo dove le donne danno filo da torcere ai maschi, quello per l’infanzia. A tal proposito lui, in quanto attivo e notevole rappresentante della categoria, si concede una digressione che magari centra fino a un certo punto con il discorso generale delle storie di spettri ma che un applauso in più lo strappa quando dice che una cosa in comune tra i racconti per l’infanzia e le storie di spettri è che tutti gli scrittori pensano di poterne realizzare una e quasi tutti falliscono (io ci aggiungerei le storie pornografiche). Anche i più grandi. Soprattutto loro. La maggioranza degli scrittori infatti non ha la più pallida idea di come si comunichi alla mente di un bambino. In un certo senso chi ama spaventarsi con le storie di fantasmi è avvezzo a giocare con la realtà alla pari di un pischelletto?

Riuscire a scrivere racconti per l’infanzia non significa automaticamente essere bravi con le storie di spettri, lo stesso Roald Dahl ammette di averci provato parecchie volte ma senza riuscirci. Solo una volta ce l’aveva quasi fatta ma poi il racconto si era trasformato in un’altra cosa. Questa antologia può provare che non serve saper fare una cosa meglio di altri per essere un bravo giudice.

Ma tornando agli spettri e rimirando le numerose e spesso ponderose raccolte di storie spettrali che accumulano polvere nella vostra libreria (scommetto che ne avete una della Newton Compton grande abbastanza da spappolare una tarantola) viene da chiedersi come mai, se esistono antologie così numerose e ricche di titoli, Roald Dahl abbia faticato a tirarne fuori una di appena quattordici raccontini. Semplice, si è limitato a scegliere le sole in grado di mettergli paura davvero, senza preoccuparsi di scegliere i nomi in grado di assicurare al libro un certo numero di acquirenti. Voleva solo storie da levare il sonno, spingere i lettori a sbirciare dietro le loro spalle più volte durante la lettura e soprattutto dopo la lettura.

Vi chiedo una cosa: quanti racconti o romanzi horror vi hanno davvero spaventato? Quanti vi hanno lasciato atterriti? Sono certo che non arriviate a contarne dieci, eppure la colpa non è vostra, non si tratta della scarsa impressionabilità di chi è avvezzo a certe letture, la realtà è che l’80 per cento delle storie dell’orrore scritte sono di maniera. Non sono davvero così orride o inquietanti da farvi rizzare i peli sulla schiena. Sapete già quando arriverà il mostro, l’assassino, come colpirà e perché. Ma non è merito vostro. Ebbene vi assicuro che ne Il libro delle storie di fantasmi le cose vanno in un altro modo. Se non accade di spaventarsi per tutte le storie presenti, dato che la paura, come l’arrapamento sessuale è comunque un sentimento soggettivo, buona parte dei titoli funzionano benone in tal senso.

Magari non sono esempi di gran prosa elegante o di profondità filosofica, però la sera, ripensandoci tra le coperte io ammetto di essermi sforzato di scacciare dalla mia mente certe immagini evocate da quei racconti. In fondo è il solo motivo che mi spinge a leggere storie spaventose: spaventarmi. Entrando nel dettaglio (e a mio modesto giudizio) direi che le più sorprendenti sono, oltre alla già citata Harry, vicenda di un bambino che torna dall’oltretomba con risvolti a dir poco inattesi, Compagne di giochi di A.M. Burrage, L’ultimo rintocco di Robert Aickman e Più tardi di Edith Warton.

La qualità generale è alta ma sono questi gli esempi impareggiabili. Ciò che sorprende è il tipo di paura che riescono a trasmettere: sottile, come un solletico che cresce dal cuore e si estende alla pelle sotto le scapole, nel punto dove da soli proprio non riuscireste ad arrivare a darvi sollievo con le vostre gelide dita.

Non ci sono elementi di shock, rivoltanti o minacciosi, non c’è quasi mai alcuna forma di violenza. Sono più delle trappole ben congegnate che incastrano in uno stato di angoscia e incertezza, spesso rivelando i propri effetti una volta che ci si è illusi di averle superate indenni.

Il racconto di A.M. Burrage non ha neanche degli spettri malvagi; pureil bimbo di Harry non è cattivo ma riesce lo stesso a turbare, mentre la prova di Aickman dimostra una volta per tutte quello che solitamente si dice di lui: che è stato il migliore scrittore di storie di fantasmi della sua generazione e se solo il mondo se ne accorgesse una buona volta ne guadagnerebbe in spaventi, la piccola cittadina che suona le campane per richiamare indietro i defunti è indimenticabile. La Warthon invece è uno dei pochi nomi noti presenti (gli altri sono Le Fanu, E.F. Benson e la Crawford con il superclassico La cuccetta superiore) e il suo racconto è il solo a dar ragione alla propria fama: Più tardi infatti è un esempio di narrativa d’angoscia meraviglioso dove lo spettro c’è ma ci si accorge di averlo visto molto tempo dopo che lo si è incontrato. Per certi versi, l’attesa pesante che preme sui protagonisti e la loro grande casa mi ha ricordato il bellissimo racconto di Joyce Carol Oates Le rovine di Contracoeur, presente nell’antologia 999 di Al Sarrantonio. Il senso di colpa indefinito ma presente e le forze sconosciute e imponderabili che stanno arrivando per l’espiazione, imparentano non solo questi due titoli ma tutte le migliori storie di spettri. Di sicuro il senso di colpa costituisce il vero punto d’attracco da cui raggiungere l’interiorità del lettore e segnarla per sempre: mi riferisco al senso di colpa innato, indefinito che tutti abbiamo. Su di esso fanno leva le migliori storie fantasmatiche. Per questo la paura che accorcia il fiato è sempre accompagnata da un senso di profonda tristezza e desolazione. Gli spettri tornano per farcela pagare o per toglierci quello che in fondo sentiamo di non meritare.