Pain Of Salvation – In The Passing Light Of Day – Cronache di una morte scampata

I Pain Of Salvation erano come morti e invece oggi sono in giro con un discone che fa gridare mmmiracoloooo! e spinge a pronosticare un futuro interessante per la band. C’è chi però si tiene più sul tiepido e dice che ok, il nuovo album è molto bello e di sicuro è superiore alle cose incise negli ultimi dieci anni dal gruppo, ma si tratta di una ripresa tarda prima della totale eclissi. Ora, non essendo io un fan della band e senza calarmi in tetre supposizioni riguardo il suo futuro, mi godo il presente perché In The Passing Light Of Day è un gran disco. Punto. Uno di quelli in cui scorre del sangue, capite?Certo, le prime tracce mettono la qualità e l’ispirazione a livelli così alti che la normale amministrazione dei brani di mezzo e nella seconda parte sembrano una vertiginosa caduta nella normalità. I Pain Of Salvation hanno scritto grandi album e ancora oggi, se gli gira bene sanno inventarsi cose notevoli. Questo disco va tradotto graficamente in una U, laddove il cavallo al centro della lettera non sprofonda sotto la media ma si mantiene ben sopra. Purtroppo l’opener On A Tuesday e la conclusiva titletrack allungano davvero tanto su tutto il resto. Il pezzo In The Passing Light Of Day in particolare è un capolavoro di rarissima intensità. Potrei definirlo minimalismo epico. Quindici minuti di arpeggi, voci leggere, cori sofferti e improvvise esplorazioni nella luce del giorno prima che l’oscurità agguanti ancora ogni frammento di speranza. Qui è palese il tentativo di descrivere, da parte di Daniel Gindelow, la relazione con la donna che ama mentre il male se lo divora. Lei e lui sono sopravvissuti agli imperi, eterni come le poesie che li hanno fatti trovare e resi così uniti da ragazzi, ma nei versi sembra che il povero musicista sia consapevole di quanto a poco a poco, il male sollevi una specie di vetro antiproiettile tra chi appassisce e chi non può più nutrire i suoi canali serotoninici con lo sguardo, con le parole, con il sorriso e l’abbraccio. La speranza di un malato annaspa all’indietro e per non precipitare si aggrappa ai ricordi di un tempo in cui due giovani sfidavano l’eternità, convinti di essere infiniti quanto i sentimenti che li colmavano fino all’ebrezza.

Sapete cosa, chi si perde a discutere sull’effettivo rientro dei Pain Of Salvation nei ranghi del progressive metal o chi si scorna su quanto la qualità di In The Passing Light Of Day sia o meno superiore alle cose fatte di recente dai Leprous o anche al confronto dei vecchi classici della band, perde di vista il senso di un lavoro che vuole davvero dirci qualcosa. Non è routine, non si tratta dell’ennesimo buco riempito come prevedeva un contratto firmato dieci anni fa, qui c’è un uomo e un pugno di collaboratori che cercano di raccontarci un trancio di vita appena bruciata, tra lacrime, antibiotici, interventi chirurgici e bianchi deserti che puzzano di antisettico e merda.