Amarcord Iron Maiden – No Preyer For The Dying

No Prayer For The Dying è il disco peggiore dei Maiden e… ehm no, dai diciamo che è il primo lavoro “minore”, da mettere in fila con Virtual IX ed A Matter Of Life And Death. Sto parlando di come lo recepiscono i fans, la critica e probabilmente anche i Maiden stessi. Per quanto riguarda me è l’album più importante di tutta la storia della band di Harris e del metal. Come mai la dico così grossa? Perché è il mio primo disco, in assoluto. Ci persi la verginità metallica.

Lo comprai al negozio vicino casa e lo ascoltai e riascoltai e strascoltai così tante e volte e con una tale attenzione ansiosa da averlo assimilato più di nessun altro album di nessuna altra band. E ritornandoci dopo anni e anni mi accorgo quanto ancora siano fondi e pulsanti i solchi che la puntina tracciò sul mio cuore, nel cervello, nell’anima se vogliamo comodamente sintetizzare la consapevolezza interiore in qualcosa di poetico, magico e non una combinazione di arterie, organi e gas.

No Prayer For The Dying è la porta da cui presi la strada che mi ha condotto a questo articolo e tanti altri prima e dopo di esso, se non muoio stanotte. Scriverne oggi, dopo venticinque anni e qualche migliaio di album ascoltati e recensiti comunque non mi permette di analizzarlo con distacco, anzi, sarebbe come arrestare mio zio se fossi carabiniere. Non so se mi spiego. Non posso limitarmi a dire che Public Enemy No. One sia un brano dall’incipit promettente e il ritornello ruffiano o che i soli di Gers siano rifiniti e non banali rispetto alle sbracate di pentatoniche dei tanti album successivi. Insomma, io riascolto tutti questi pezzi (che si tratti di Tail Gunner o Bring Your Doughter… o Run Silent, Run Deep) milioni di volte e nella mia mente scattano diapositive esistenziali, odori commoventi, flash emozionali in apparenza privi di senso ma che appartengono senza dubbio alla mia vita.

A ogni brani nella mia testa corrispondeva un videoclip accuratamente realizzato dal mio povero cervello di tredicenne. Me li rivedo in frammenti anche ora, sospinto da uno stacco, una melodia, un arpeggio. Al tempo Bruce Dickinson credevo fosse uno dei chitarristi. Aveva la barba sulla foto dell’album e l’aveva nelle scene che immaginavo, mentre agitava l’ascia affiancato da Nicko McBrain che sempre secondo me era l’altro chitarrista, mentre Janick forse perché il più simile a Eddie lo vedevo bene come singer; Murray in quanto sovrappeso era senza dubbio il batterista. Harris lo beccai subito. Somigliava a Fausto Leali e non avevo una gran simpatia per lui ma lo misi al basso immediatamente, anche se idealizzavo lo strumento come una specie di grosso mixer capace di emettere suoni zufolosi gravissimi.

Quasi tutte le mie fantasticherie erano legate al cimitero (finto) scelto dalla band per le foto session. C’erano loro, i Maiden della foto e un mostro che li inseguiva. Poi mi vedevo un assassino con i capelli grigi che avanzava nel bosco vicino; sempre tra le fosse creavo imbarazzanti scenette alla Grease in cui Gers o McBrain si lasciavano ballare sinuosi attorno a una tomba vuota.

Per chi sentì il disco dopo che era già passato da Powerslave, Killers e tutti gli altri, non poteva che reputarlo una delusione colossale. Oggettivamente non c’è scaletta di più basso profilo nell’intera storia della band ma io davo per scontato che fossero al massimo delle loro possibilità. Non li conoscevo e per me erano quelli i Maiden. Nutrivo una fede incrollabile nella qualità indiscutibile del disco più recente. Arrivando per ultimo doveva essere meglio degli altri. Vai a capire il baco di un tredicenne. Ero attratto dalla novità rispetto ai classici, come tutti i principianti. Poi comprai Live After Death e mi schiarii per bene le idee ma all’indomani dal primo ascolto di No Prayer… di cui mi aveva conquistato l’artwork horror (di seguito accorciato nell’edizione remasterizzata, fino a escludere il tombarolo con l’aspetto di Ricky Gianco e lasciare solo Eddie che esce dal sepolcro incazzatissimo… chissà perché?). Ovviamente erano anni in cui un disco, dopo averlo comprato, lo ascoltavi e riascoltavi prima di decidere se ti piacesse o no. Quindi io andai avanti a sentire quelle canzoni interi pomeriggi fino a quando non iniziai a canticchiarle, sospettando che in fondo i Maiden non mi convincessero molto e che me li stessi facendo andare poiché ero innamorato dell’idea di essere un metallaro.

No Prayer… era come Fear Of The Dark ma senza grossi brani cardine (Be Quick Or Be Dead, Afraid To Shoot Stranger, Wasting Love e la title track). Il resto è tutto più o meno sullo stesso livello in entrambi i lavori. Ho però sempre visto Fear… come una ripetizione dell’album precedente venuta meglio. Se li mettete a confronto si nota che sono doppioni. Per cominciare c’è la scelta di distribuire la scaletta usando la stessa tipologia di brani. Al terzo posto c’è su tutti e due un lento che nel finale accelera con duetti solisti delle chitarre. Poi se confrontate i secondi pezzi scoprite che Holy Smoke e From Here To Eternity hanno solo una differenza di sostanza: il primo parte con un fraseggetto alla Ligabue, un bel cantato per le strofe e manca di un ritornello fico, il secondo è uguale a Holy… ma senza fraseggio iniziale alla Ligabue e con il ritornello più convincente.

Gers ha un suo modo di fare… non lo definirei uno stile ma una serie di robe che ormai permettono di riconoscerlo. C’è la solita scala blues, l’effetto vetri rotti prodotto correndo con le dita della mano sinistra sul manico e l’uso di tecniche virtuosistiche assolutamente non all’altezza delle sue possibilità (celebre lo sweep aperto e lasciato morire a metà, non ricordo se su un Real Live o Dead One). Poi vediamo, l’uso della leva eccessivamente sguaiato… Al confronto con Murray, almeno in No Prayer… Janick però porta nel gruppo qualche passaggio più hard rock e soprattutto LE IDEE! Consideriamo che è il più prolifico compositore degli ultimi quindici anni di Maiden. Lo dice anche la pagina Wiki (andatela a leggere, sembra scritta da lui). In quasi tutte le canzoni c’è di mezzo lui. Abbiamo sentito la nostra band preferita ridisegnata dal chitarrista dei White Spirit. Non so se rendo l’idea. Il brano di maggior successo e l’unico classico oggi riconosciuto dall’Accademia Steve Harris di Chelsea è Bring Your Daughter… To The Slaughter. Questo pezzone come anche i sassi hanno ben presente, doveva uscire sul disco solista di Dickinson, Tattooed Millionaire (che si riferiva a Nikki “scopi mia moglie bastardo” Sixx). Poi il bass and boss of Maiden l’ha sentito e ha detto: “alt, stronzo bastardo, questo hit lo fai con noi!”. Bruce ha accettato salutando con un leggero sorriso fessurizzato uno dei rari momenti di empatia creativa tra lui e Steve negli ultimi 3 anni dal 1982 e quella canzunciella ha fatto guadagnare alla band più che qualsiasi altro singolo; compresa la tamarreide di Can I Play With Madness (ovvero come non riusciamo a cagare un pezzo alla Van Halen nel 1987 né mai).

No Prayer… uscì quando il metal era in un momento di pantano totale. C’erano centinaia di album AOR, class, glam e thrash ma nulla e nessuno che indicasse una via tranne quella del Bancomat. I Metallica sfondarono e all’improvviso ogni band metal credette di poter fare la grana. Tutto era congestionato e ruffiano e il metal sembrava eterno, bastava uccidere tutti i posers, ma era un’illusione e già nel sottosuolo stavano germinando bestie più ingestibili, almeno all’inizio. I Maiden erano confusi, stanchi, avrebbero voluto ripartire da zero e non sapevano ovviamente che i Judas, dopo essersi lasciati prendere a calci nel culo dalla Vergine per tutti gli anni 80, stavano per stenderli a tappeto con un megapugno ammazzadolori che levati. Però che dirvi? Per me No Prayer non era un disco ma un’epopea, un testo criptico da schiudere.  Ho trascorso ore a chiedermi il perché di quell’urlo all’inizio di Public Enemy No. One (tecnicamente mediocre e per nulla credibile) Chi era? Ma Nicko! Chi se no? Oppure come mai in Run Silent, Run Deep si nominasse Davy Jones… (chi cazzo era?) spiegandomi tutto solo quando vidi La Maledizione Della Prima Luna e dopo aver scoperto che il testo trattava di un sottomarino americano. No Prayer era una canzone esistenziale in cui Harris faceva cantare a Dickinson i suoi dubbi sulla vita e la morte. Due anni più tardi la melensaggine sarebbe stata completa con Wasting Love (po(l)ppettone da fare invidia ai Pooh).

Una cosa che ho realizzato solo molti anni più tardi è che Tail Gunner è una gran canzone. All’inizio mi sembrava davvero implosa. Invece è oggi pimpante e una delle poche in cui Bruce canta anziché urlare e berciare. Ci sarebbe da discutere su questo, no?  Molti pensano che il suo stile Donald Duck Goes To Hell di Fear Of The Dark fosse sintomo della scarsa voglia di tirare avanti con la band ma io invece penso che si sia trattato solo una reazione, magari spontanea, all’indurimento che il metal stava subendo un po’ ovunque. Lui provava a far peso in quella direzione visto che il resto della band era ormai congelata al 1987 con i suoni. Di là c’erano i Pantera, gli Alice In Chains e tanta altra roba ganzissima e indubbiamente più tostarella degli Irons che a Dickinson piaceva proprio assai. Ma assai…