Viaggio al termine della notte dell’underground metal

In questi giorni, nei mie luuunghi giri di consegne, mi tengo compagnia con il nuovo album dei Falls Of Rauros, “Vigilance Perennial”. Rilassatevi, non voglio recensirlo. Lo ascolto, mi piace ma c’è qualcosa che proprio non mi va giù. E non solo nel caso di questi americani che, vi giuro, non sono male sebbene dicano in giro a dire di aver dato inizio a un nuovo sottogenere: il “North Appalachian Heathen Black Folk”. Ehm… Forse ci prendono per il culo, non approfondiamo. Io so solo che fanno dischi di sei, sette brani, alcuni strumentali e altri no, più o meno lunghi dagli 8 ai 12 minuti in cui alternano parti pulite, arpeggiate, eteree, poetiche e rarefatte, ad altre più brutali, estreme e ehm, sempre rarefatte e poetiche, sì.

Ora, a parte la tendenza generale di non badare più a un minutaggio fisicamente “a misura di uomo”, che ho riscontrato in tanti gruppi underground, i quali hanno evidentemente sviluppato una componente sadica nei confronti del pubblico, nel caso dei Falls Of Rauros e di molti altri sbrodoloni, non paiano avere neanche loro le idee tanto chiare su quello che stiano facendo e se sia proprio necessario farlo durare così a lungo!

Prendete le band prog degli anni 70. Anche quelle tendevano a spingere al limite la pazienza degli ascoltatori con dischi di un brano solo (o magari di due ma doppio), però, al fine di garantire al pubblico che la sua frantumazione testicolare fosse un chiaro obiettivo, farcivano le infinite suite con arrangiamenti ricercatissimi, incastri cesellati, perizia tecnica, un suono cristallino e l’attitudine creativa di chi, cazzo, qui scrive la storia, gente, mica pizza e banane.

Nel caso dei Fall Of Rauros invece non c’è nulla di pretenzioso a parte la lunghezza. Siamo dalle parti del boh, ora mi sa che ci metto sto arpeggetto e lo annacquo per cinque minuti, intanto gli altri sopra facciano qualche cazzo, basta che sia triste. Tu pubblico chiudi gli occhi e immagina un po’ quello che credi. Drogati pure, così viene meglio.

Ho sviluppato un concetto di “sponge-metal” riguardo i Falls. Vi racconto questa. Una delle scorse mattine, mentre guidavo, ho inserito il navigatore perché non conoscevo la via di destinazione e siccome andavo oltre il limite di velocità, il computer di bordo ha iniziato a fare “blin, blin, blin” per avvertirmi di rallentare. Ebbene, il brano nell’album era così disintegrato e caotico che quel “blin, blin, blin” c’è finito dentro, come assorbito, capite? Ci stava bene! Ma anche le urla di un tipo a bordo strada che mi ululava di uscire dall’auto perché sul tettino avevo uno dei figli di Gozer, poteva accordarsi bene in quella marmellata di strumenti. Se fosse stato un pezzo dei Priest non avrebbe permesso ai suoni del mondo di farne parte, li avrebbe respinti come un muro e io mi sarei accorto che la macchina suonava di andare piano, ma con i Falls Of Rauros, quel cicalino poteva essere pure un arrangiamento e prima che ci abbia fatto caso, ecco, magari ho preso una bella multa.

La domanda quindi è: io te lo sento un album lungo cinquanta minuti e composto di soli quattro o cinque pezzi dai titoli chilometrici e di ermetismo poetico ma tu sai davvero cosa fai? Perché io ho idea che non sia così. Non ne sono sicuro, in fondo sai suonare, si sente che i ritmi di batteria sono quelli giusti e le armonizzazioni di solito ci stanno giuste, ma più in generale, sapresti riprodurre l’intera passeggiata sonora con tutti i cambi o magari no?

Ecco, io credo che magari no.

Ma lasciamo stare questo discorso. In fondo anche i Pink Floyd nelle cose più sperimentali non sapevano cosa facessero e registravano tutto proprio perché poi sarebbe stato impossibile ricrearlo tale e quale, quindi bastava suonarlo su disco, no? Come un quadro di Pollock. Va bene.

Il dubbio più grande in realtà riguarda il sound. Le parti più violente, quelle black, raw, post metal o Appalachian come cavolo vi pare del disco dei Falls sono esattamente ciò che volevano? Perché finché i brani si muovono sul pulito, l’atmosfera è gradevole e chiara. Sembra di ascoltare gli ultimi Anathema in acido, ma quando i Falls si cambiano in Darkthrone allora qualcosa inizia a scricchiolare: il mio udito e il mio sistema nervoso, per dire.

Quindi domanda: dove cazzarola è il basso? Perché le chitarre e la voce si sentono così di merda?

Devo bermela? Convincermi che volessero proprio questo? E se non fosse così? E se ci stessero fregando?

Sapete, quando uscì Scream Bloody Gore, il suono era sbagliato. Oggi quel disco ha guadagnato un certo fascino ma a livello di produzione fu un fallimento perché la musica dei Death, era troppo estrema e non si sapeva come gestirla in sala d’incisione. Col tempo spuntarono fuori ingegneri del suono e produttori capaci di domare la furia grezzissima di Obituary e Carcass e per quanto migliaia di thrashers e metal kids di fine anni 80 inorridirono davanti alle nuove leve del metal esagerato giudicandole rumore idiota, dietro c’era gente con le palle che sapeva esattamente cosa stesse facendo. Era una tortura, quel sound, per molti ascoltatori, ma dietro si voleva proprio quello. Dovevamo adattarci noi se volevamo apprezzarlo. Si era creato nei minimi dettagli un suono brutale, orrido, fognario o come scrivono su Truemetal e su Rock Hard: marcissimo ma con cognizione.

Ecco, la retorica del marcio, del raw, cosa vuol dire? Che un gruppo entra in sala d’incisione, registra alla cazzo e poi dice che si è ispirato ai Darkthrone? Sul serio i Falls Of Rauros volevano questo suono distorto fatto totalmente col culo? O magari non gli è venuto di meglio? Perché sono due cose diverse. Nel primo caso io mi applico e magari ci faccio l’orecchio, nel secondo no. Se lo tengano. Se devono sperimentare con i miei timpani, vorrei che sapessero cosa stanno facendo.

Diciamoci la verità: decine e decine di gruppi folk, black, true, post e ehm Appalachian, non sanno nulla di come si usi un mixer, sono senza un’etichetta decente, non hanno un soldo e non possono ricorrere a un produttore e un ingegnere del suono e noi, che ne sappiamo meno di loro, li accettiamo in modo acritico. Un po’ come il pubblico che applaudì i quadri di un misterioso pittore di genio sponsorizzato dallo star system, durante la mostra in un celebre museo e che in realtà erano solo tele imbrattate a caso da uno scimpanzé con le dita inzuppate nella vernice. Siamo passati dal: che è sta monnezza a… fico, sembrano i Darkthrone.

Noi critici almeno dovremmo allertare la gente che non sappiamo cosa pensare spesso di quello che sentiamo in certi dischi e invece facciamo andar bene tutto pur di non passare da idioti, incompetenti e magari ignoranti. Questo cosa sta generando? Un’infinità di sperimentalismo metallaro mediocre e fuori controllo e un pubblico che non sa più cosa sia bello e cosa no.

Perché lo sperimentalismo nell’arte è tutto tranne che ignoranza tecnica. Perché dopo i Darkthrone tutto non può essere possibile. Fenriz e l’altro tizio, come si chiama, avevano scelto di fare le cose in quella maniera, consapevolmente. Le miriadi di band underground che oggi circolano in rete NON LO SANNO QUELLO CHE FANNO.

Ed è un peccato.

Il blog Metal Mirror ha paragonato il black all’Impressionismo e per certi versi la somiglianza potrebbe starci ma in via teorica. I pittori francesi che diedero lo smacco ai critici e gli “intenditori” mettendogli davanti al naso dei capolavori mascherati da ciofeche, erano padroni dei propri mezzi e seppero sbugiardare la critica. Gli impressionisti ricrearono il caos della visione reale sulle cose ma proprio usando la tecnica: conoscevano il discorso logico che c’era dietro a ogni pennellata, anche la più sghemba e irritante, mentre l’underground metal è pieno di dilettanti che pasticciano con gli strumenti e i suoni, (i suoni cazzo), come bambini con i colori. A volte viene fuori qualcosa di creativo, ma ci sono momenti in cui lo stupore che “accada” un senso, un che di retoricamente poetico, è più il loro che il nostro.

Ed è un peccato che sia così pieno di incompetenti che si nascondono dietro al dito dei Darkthrone o Venom e Bathory perché sul serio c’è un pubblico pronto a seguire la visione di qualche audace, folle, artista in grado di dominare la fiamma nera senza bruciarsi, ma con tutti sti pecioni che tirano la corda un giorno l’underground si ritroverà a suonare nel vuoto siderale della rete, uccidendo di noia se stesso.