Autopsy – I tombaroli talvolta cercano solo amore

I Death hanno inventato il deathmetal, su questo credo ci si possa mettere la mano sul fuco, sul fico e sul fuego ma nessuno può negare che anche gli Autopsy abbiano dato al genere estremo il loro prezioso contributo.

È grazie a un disco come Mental Funeral se oggi si può usare il termine death/doom metal e non è poco se si bivacca costantemente nei forum e nelle metalzine. Se non fosse stato per loro oggi per esempio non avremmo Last One on Earth degli Asphyx e guarderemmo i tombaroli in modo molto più ingenuo.

Nati nel 1987 da una scissione tra Chris Reifert e Chuck Schuldiner, line-up “essenziale” dei Death di Scream Bloody Gore, il batterista formò la sua nuova band e fu subito magia nerissima.

Beh quasi, ci vollero due anni per sentire quello che è considerato oggi uno dei capisaldi del metallo da chirurgia creativa: Severed Survival.
In quel tempo c’era a chi piaceva il thrash metal, chi massacrava vecchiette impunemente dopo averle sodomizzate e chi s’iniziava un po’ ad annoiare di gente come Anthrax o Exodus.

Scream Body Gore dei Death era stata una ventata d’aria marcia nello scenario musicale più sodo. Sì, i soliti cazzoni dissero: “ma che l’è sta roba, e perché questo invece de cantà si mette a fare i versi dell’animale ferito?” ma tant’è, ancora oggi c’è gente che muove simili obiezioni anche davanti ai capolavori “satanovistici” di Nergal e i suoi Behemoth.

Chris Reifert con Severed Survival ci diede giù di brutto con l’estetica dell’horror cinematografico, sua grande passione. La copertina del disco, tanto per dire è ispirata al primo Hellraiser: si vede infatti un malcapitato le cui carni vengono lacerate da catene laminate. Il logo originale è fatto con arti legati da filo spinato. Solo i Cannibal Corpse avrebbero saputo disegnare robe più “sollazzose”.

Certo, oggi fa ridere un artwork simile ma per l’epoca bastava vedere quella copertina splatterissima per sbavare sul banchetto dei cd/vinili.
Erano altri tempi e internet non aveva ancora plagiato le giovani menti. Il death metal era quel ragazzino con cui tua madre ti diceva di non uscire. Era quella cassetta porno che nascondevi sotto il letto per paura che i tuoi genitori la sequestrassero (e magari poi ripassarsela loro quando tu eri andato a ninna). L’uscita di Mental Funeral fu l’espletazione di una nuova massima legislativa della violenza sonica.

Cosa voglio dire? Ecco: in pratica gli Autopsy ripigliavano il death dei Death, lo mescolavano al doom di Saint Vitus, Black Sabbath e Pentagram e rivelavano una verità rinfrancante e balsamica: il metal estremo poteva far male anche se rallentato. Anzi, più i colpi di batteria erano lenti, più intenso sarebbe stato il suono delle ossa che si rompevano!

Gli Autopsy concludono la prima parte della loro carriera con due album poco riusciti: Acts of the Unspeakable e Shitfun. Il primo suona ancora come un lavoro fin troppo sperimentale: a sentirlo viene da chiedersi giusto che diamine di rospo avessero leccato prima di entrare in studio la manciata di minuti in cui lo incisero? Shitfun è invece un disco stanco e sornione. Pubblicato nel 1995, l’anno dello scioglimento, si può dire che fosse già morto ancora prima di arrivare nei negozi. L’epitaffio era sporco di merda.

L’ultima cacata prima di andare a dormire, diceva. Ti giuro che ho cacato uno stronzo talmente grande che una parte mi è uscita dalla bocca, ha aggiunto un rinomato critico di Rumore.

Come molti gruppi della vecchia leva, grazie (o per colpa?!) al revival torrentiano, gli Autopsy sono tornati alla ribalta. Come tutti si sono sbrigati a rassicurare il mondo che non avrebbero prodotto nuovo materiale e poi… fanculo! anche noi abbiamo le bollette da pagare, beccatevi il disco nuovo e poi un altro e un altro ancora!
Macabre Eternal è un overdose insostenibile. The Headless Ritual è ciò che si voleva da loro a partire dagli iniziali anni 90. Infine Tourniquets, Hacksaws and Graves non è malaccio, ma è plausibile chiedersi quando toccherà pure agli Autopsy rassegnarsi all’idea di non essere più un’entità creativa sopravvissuta agli tsunami delle mode musicali bensì una posse folkloristica quanto Alamo e incapace di esistere al di fuori della retorica truista e primitivista.