PUNGENT STENCH – IL CLISTERE È LA LORO TAZZA DI TÈ

C’è nei Pungent Stench una voglia evidente di far incazzare il mondo a tutti i costi ma rispetto alle altre band death di inizio anni 90, quando le cronache dei giornali se ne occupavano molto più delle riviste musicali specializzate, nel trio austriaco emerge la “scafatezza”, l’intelligenza e la cultura dietro alle mosse provocatorie. Una su tutte la scelta di usare due delle più controverse opere del fotografo Joel-Peter Witkin, sia per la copertina dell’album d’esordio che per quella del successivo Been Cought Buttering: arti decomposti su un vassoio o due teste mummificate che limonano sono potute passare tra le forbici censorie perché riconosciute come opere d’arte a tutti gli effetti e mostrate già nei grandi musei, al contrario delle schifezze inedite dei Cannibal Corpse e Dismember, cassate senza pietà.

La voglia di rivoltar lo stomaco dei Pungent Stench non è una riottosa, irruenta smania ragazzina di far vomitare qualche mamma e smuovere la sottana di un prete particolarmente malato. La band è smaliziata, lucidissima nella sistematica rivolta al buon gusto e al moralismo cancrenoso della società.

Tra “perversionismi” freak, Extreme Deformity, serial killeraggio scatenato, necrofilia ruggente e dipendenza acuta dai clisteri, i Pungent Stench sono riusciti a dare vita a una mostra delle atrocità umane variegata e in grado di far inorridire e divertire allo stesso tempo.

Inevitabile soffermarsi su brani come For God Your Soul… dove l’incedere borioso di un riffone doom accompagna l’accorante confessione di un maniaco innamorato dei corpi disfatti. Just Let Me Rot è invece un altro sproloquio tombale di un uomo che si decompone mentre è ancora in vita. Eccone alcuni versi potenzialmente immortali:
«Se solo potessi mi piacerebbe finirla qui / ma sono già troppo debole per muovermi / così sto sdraiato nelle mie secrezioni / e aspetto che il mio corpo si liquefaccia / non sono in grado di alzarmi e farmi un po ‘di cibo / perciò devo mangiare la mia stessa cacca / spero di essere liberato presto, non voglio compassione / lasciatemi marcire!»
Impressionante il ritornello ripetuto ogni volta più lento e dilatato, come un incubo immerso nella broda putrida della schifosità corporea.
Anche la critica sociale (che a poco a poco ucciderà i Pungent Stench come un cancro punk da rincoglioniti hippies nei loro ultimi dischi) mantiene i toni surreali e grotteschi del cinema underground della Troma e dei suoi figli illegittimi Buddy Giovinazzo, Frank Henenlotter e Jim Van Bebber. Roba come un feto che si vendica dei soprusi chimici a cui l’ha sottoposto la madre durante la gravidanza (il brano Pungent Stench) sarebbe stato un soggetto ideale per quei cineasti dall’umorismo particolarmente malato.

Poi c’è la voglia di mettersi dalla parte del mostro, del pazzo, del violentatore di cadaveri o del mangiatore di bambine; è una caratteristica saliente che conduce a numeri di cabaret vomiturium irresistibili, tipo il blues cannibalico di Blood, Pus And Gastric Juice, il ritratto dell’uomo scatarro in Happy Re-birthday o il cannibalismo da buon vicinato di Sputter Supper:
“Torno a casa a tarda notte / chiedo a mia moglie cosa ha cucinato / lei mi sorride e risponde: “Ho messo il nostro vicino nella padella”

Molti fanatici del death ripudiano i Pungent Stench dal loro terzo e scatenato disco Club: Mondo Bizzarro per i vistosi rallentamenti, il crossover tra death e slapstick rock irriverente, con testi che spingono verso le più immonde e miserevoli perversioni sessuali.

A sentirlo oggi senza i paraocchi di quegli anni oltranzisti, risulta forse il lavoro più audace, fresco e divertente, con inni da cesso infestato come Klyster Boogie, che è la cosa più vicina a una hit commerciale che i Pungent Stench abbiano mai realizzato:
“Il sapore anale è la mia terapia / il suono delle sue scoregge è come una dolce melodia / Aspetto la sua materia fecale calda e fresca / per non parlare del sapore che ha / Sì, la mia lingua penetra / Sì, guarisce ogni costipazione / Sì, è proprio la mia tazza di tè / Sì, i suoi escrementi mi coprono”

Di certo a questo punto la voglia di prendere per il culo diventa troppo sfacciata e tanti deathsters la rifiutano, preferendo più l’understatment dei Dismember o gli Obituary. Innegabili però alcuni picchi di insana macelleria affogata nel moralismo all’americana di I’m A Family Man, interessante anche sul piano musicale, con un cantato che metaforizza il binomio schizofrenico di un maniaco dalla doppia personalità: l’interpretazione “canora” parte come un penoso Ozzy Osbourne strafatto e afflitto dalla quotidiana sconfitta e finisce posseduta dal demone growl di un mostro che ci aggredisce con i particolari più insopportabili delle torture e le morti inflitte alle figlie disubbidienti.