Se lo scrittore è impresentabile – Riflessioni ingrate sulla presentazione letteraria

Una band fa un disco, poi parte in tour a promuoverlo. Il disco potrebbe essere suonato ovunque ma la band deve portarlo in giro, eseguirlo davanti a una platea che paga per assistere. Non so da quanto tempo è nata l’usanza di spingere gli scrittori a fare una cosa simile dopo aver pubblicato il proprio libro ma così è. Credo arrivi dall’America… e come ti sbagli? Quando c’è da vendere, loro… Va beh, oggi più che mai gli autori devono alzare il culo e andare per librerie o biblioteche, nei salotti televisivi, in radio, su you tube a promuovere ciò che hanno fatto. E non è una cosa semplice.

Tempo fa a Viterbo, durante una delle prime edizioni di Caffeina, vennero la Mazzantini e il marito (Castellitto, esatto). Non fecero però quello che tutti gli autori facevano a Caffeina: sedersi su una poltrona e parlare del proprio libro assieme a un interlocutore. Loro leggevano. Assieme, la coppia eseguiva una performance. E basta. C’era il pienone. Erano inquietanti e me ne andai ma di sicuro furono la cosa più coerente che uno scrittore potesse fare. Anche lei aveva un passato da attrice e insieme a Castellitto leggeva capitoli del libro con gran disinvoltura e mestiere. Forse gli scrittori dovrebbero tentare questa via: fare un bel corso di lettura, dizione, teatro.

Non sto scherzando, perché la realtà è che a volte uno scrittore è un disastro se messo su un palco anche solo a parlare. Se va a braccio magari si incarta e diventa una noia totale, se si prepara le risposte potrebbe fare anche peggio e spegnere il pubblico per colpa di un tono estremamente monotono e basso. Più di tutto dovrebbe usar la fantasia per creare un personaggio su misura per lui e interpretarlo. Così hanno fatto Bukowski, il nostro Erri De Luca e tanti altri.

Forse dovremmo pensare al modello J.T. Leroy, inventarci il libro e senza fermarci nemmeno seguitare con lo scrittore stesso, tralasciando noi dietro le quinte, dargli corpo scritturando un figo capace di schiavizzare la folla con gli sguardi e le pose giuste. Che ne pensereste se venisse fuori che lo scrittore quattrocchi nerd che ha firmato decine e decine di best-seller horror fosse la moglie Tabitha King? Non mi dite, farebbe lo stesso, cambierebbe tutto. Stephen King è quel tizio sfigato che fa milioni rintanato in casa a raccontarci le cose che gli danno più strizza. Questa è tutta la storia, capite?

Un ragazzo che si occupa per lavoro di intervistare scrittori ha detto che ce ne sono di bravissimi a scrivere e che sono pessimi promotori di se stessi, non spiccicano quasi una parola, non hanno la faccia giusta, il ritmo da conferenzieri, l’attitudine da predicatori o da professori in stile Attimo fuggente. Non hanno la voce giusta, la faccia giusta, le scarpe giuste. Altri fanno libri di merda ma sanno vendersi alla grande. Risultato? Alla fine, i lettori comprano più i libri dei secondi che i primi.

Il problema principale di uno scrittore è la timidezza. Se fosse un buon comunicatore sociale non sarebbe uno scrittore. Pensate a Franz Kafka o a H.P. Lovecraft, a Moravia o Baudelaire. Il primo, in punto di morte chiese all’amico Max Brod di bruciare tutto ciò che aveva scritto. Uno così masochista come se la caverebbe in una libreria Feltrinelli? H.P. Lovecraft che si siede su una poltroncina assieme ad Al Elkan e quello che gli chiede, “allora, signov Lovcrvaft, cosa voleva divci in pavole semplici: il cosmo ci divovevà al momento che vitevvà oppovtuno? Che ne savà di Abvasino, mi domando?” Ho citato poi Moravia e Baudelaire per la faccia tremenda che si ritrovavano. Personalmente non ho mai letto un libro dell’autore di Agostino e Racconti romani fino a 34 anni, a causa del suo viso da preside sfibrato dagli scioperi dei termosifoni.

Purtroppo oggi un autore deve saper vincere la propria difficoltà a chiacchierare in pubblico delle proprie pudenda (personalmente per il mio primo romanzo Silenzi vietati dovetti affrontare fisicamente i lettori in una piazza di Sassari affollata e parlare del mio problema di impotenza sessuale con le donne ma non le biciclette senza manubrio. E con il nuovo romanzo Tombini in fuga ho parlato a una trentina di persone, nella biblioteca comunale del mio paese, della mia esperienza con le pompe funebri. In prima fila avevo un mio ex insegnante che sta per morire a causa di un tumore e che mi guardava con evidente, sofferto, disappunto, una delle sue ultime uscite faticosissime giusto per vedere me e io invece di distrarlo con qualche argomento vivace gli parlo di decessi e di speculazione funeraria).

Lo scrittore oggi però deve saper vendere un prodotto, punto. Vi basta mettere piede in una casa editrice con il vostro romanzo, incontrare un editor e capire che lì, si fanno prodotti, non libri. O meglio, per chi deve venderli, i libri sono merce. E anche le vostre mutande emotive lo diventeranno, in un modo o nell’altro.

E di conseguenza voi sarete venditori di quella merce. Diventerete, volenti o no, dei Vanna Marchi della letteratura. E rivaluterete la venditrice televisiva e ripenserete con un misto di orrore e di rispetto quando fissando le telecamere si autoproclamò non più spacciatrice di sòle assieme al mago Donascimiento ma “scrittrice!”

E per vendere un prodotto, come insegnano a tutti quelli che entrano in un qualsiasi piramidale di prodotti cosmetici o di cialde per il caffè, bisogna crederci. Dovrete credere che il vostro libro valga l’acquisto e che la gente davanti a voi ne abbia un assoluto bisogno. Bando alla modestia, le crisi esistenziali e i dubbi atroci sul vostro talento: fuori le unghie e sbattete in faccia al mondo il salvagente indispensabile alla vita di milioni di persone… il vostro ehm, libro, sì.

Ovvio che vi domanderete se sia tanto utile un romanzo e a chi. Se sia sufficientemente buono, al punto che il mondo lo debba preferire ai centinaia di centinaia di titoli vecchi e nuovi. Se per un lettore sia più giusto spendere dodici euro per il vostro romanzo anziché per Twain, Stendhal, Proust, Ammanniti… no, aspetta, va bene i primi tre ma se devi comprare Ammanniti allora tanto vale che prendi me, cazzo!

Se ci siete passati e non avete manie narcisistiche, vi anticipo che sentirete di non meritare tanto spazio, tanta attenzione, tanta fiducia. Il vostro libro è stato pubblicato, ok, voi siete riusciti in un’impresa ma sperate che il mondo non si accorga dei tanti difetti che il vostro libro ancora possiede, delle evidenti debolezze, le idee non così originali. Confidate sull’ignoranza e sulla superficialità dei lettori più che sul loro cuore e la loro capacità di riconoscere la buona letteratura dalla pessima. Siete proprio vigliacchi e questo forse vi renderà un giorno dei grandi scrittori, già.

Pretendere che uno scrittore creda alla bellezza di ciò che scrive è come pretendere che una donna creda alla propria avvenenza fisica. Può sentirsi fica un giorno e un cesso il resto della settimana. E come per le donne, anche gli scrittori hanno il ciclo. Tutta la vita.

Personalmente, riflettendo sul fatto di dover credere all’importanza di vendere il proprio libro ai lettori, ho capito che un motivo ce l’ho. Lo stesso che mi spinge a scrivere le cose imbarazzanti e oscene che poi posto qui: voglio tirar fuori ciò che trovo dentro di me, nel bene e nel male. Voglio che la sincerità sia la base di partenza di qualsiasi forma di comunicazione. I miei libri sono degli esempi di come uno scrittore dovrebbe usare il proprio talento per rovinarsi i rapporti sociali e famigliari, morire di fica e anche aprire se stesso al mondo e fargli sapere che tutto quello che c’è in lui, nel lettore, è ciò che trova anche in me. Solo che io lo dico meglio.

Vi sembro presuntuoso? Vaneggio? Come minimo, ma è inevitabile se si deve fare la fine dei chitarristi rock, imbracciare lo strumento e agitarlo davanti a una prima fila di femmine obese e dal trucco che cola, come se lo strumento fosse un grosso uccello piumato. Yeah!

Se gli scrittori devono esibirsi, avranno bisogno di quella carica egotica e parossistica del musicista su un palco. Dovrà agguantare il proprio libro, agitarlo, aprirlo a caso e buttarsi a testa bassa in lettura con rabbia, fame sessuale, disperazione, euforia, sprizzando sudore, sferrando un pugno nell’aria e sputando fuori le parole come se fosse la più cazzuta verità infilata nel buco di culo del mondo prevaricatore e avvilente. Lo facevano i beat e si drogavano tosto per riuscirci. Forse anche quelli del piramidale cosmetico si dopano, chissà… ma uno scrittore in una biblioteca. O dalla Dandini… non ce lo vedo che sbava e si massaggia la pelvi con una copia del suo ultimo capolavoro, facendo le boccacce verso la telecamera.

Se bisogna vendere un libro come un prodotto, occorre domandarsi quale sia la sua utilità sociale. I testi per l’infanzia hanno messaggi, lavorano per migliorare i piccoli lettori, per rassicurarli, accompagnarli, spronarli ad accettare la propria diversità, a scegliere la via in salita, assicurandogli premi e successi. Una mia cara amica, autrice sia di racconti noir che di romanzi per ragazzi mi ha ribattuto che secondo lei la narrativa per adulti non dovrebbe possedere un intento così pedagogico, con un messaggio da cogliere e tutto il resto.

Io penso invece che dovremmo offrire agli adulti lettori lo stesso trattamento che offriamo ai ragazzi lettori. Perché i primi li trattiamo con intelligenza, calore, comprensione e complicità mentre ai secondi rifiliamo le più atroci verità, gli insulti, i pugni nello stomaco, le viscere, il sangue, il sesso becero e li trattiamo come fossero idioti consumatori di “prodotti”? Mentre ai bambini vendiamo “libri” a quegli stessi bambini una volta grandi diamo “prodotti” e questo credo sia il segnale che a un certo punto del tragitto, perdiamo qualcosa di importante per strada, sia noi scrittori che soprattutto gli editori.