Portal – NON DI QUESTO MONDO

Il sound dei Portal vuole essere la colonna sonora del retto di Nyarlathotep durante una logorrea fecale apocalittica che precipita sull’umanità, tipo una pioggia squaglialava.

Come è evidente da questa introduzione, parlare dei Portal significa diventare inesprimibili, incomprensibili. È musica che esula qualsiasi raffronto critico, gusto, canone. È follia, un rumore iper-tecnico, un paradossale ordine nel caos.

I Portal sono quanto di più vicino all’abominio che sale dal profondo fino alle calcagne della nostra logica razionale sia mai stato inciso. È l’universo Lovecraftiano nella trasposizione musicale più fedele e devota. Sembra di ascoltare i Morbid Angel mentre le pile del walkman si stanno scaricando e il suono sbanda in una serie di rallentamenti alcalinici e digressioni metronomiche nauseanti.

Anzi, sono i Morbid Angel allo stadio successivo. Come se il discorso di Trey Azagtoth fosse spinto oltre il limite a cui lui non ebbe mai il coraggio di andare, neanche quando beveva e si drogava di brutto.

Male Inconcepibile, Filtrato dalle stelle, Procede dalle profondità dell’oceano… Il Fetore del Mare … L’uomo ridotto a semplice bestiame.

È tutto talmente incomprensibile che pezzi come La Frese potrebbero essere dei normali brani death mandati al contrario, accelerati con qualche trucco da studio e sposati con le registrazioni di un cesso scozzese otturato. Chitarre a otto corde, sperimentazione sonora a palla, aggiunta di ingredienti strumentali assurdi… Non si sa cosa possiate trovare nella zuppa produttiva di un lavoro dei Portal. Sarebbe come infilare le mani in un pozzo d’acqua nera inspiegabilmente agitata.

La loro musica sprigiona oscure e umidissime visioni. Ci si ritrova in gocciolanti corridoi pieni di sospiri e muggiti e mani che emergono all’improvviso per masturbare ogni nostra protuberanza. È il metal estremo ricondotto alla sua iniziale filosofia di respingimento, indomabilità, anti-commercialità. Semplicemente essere estremi non può significare assimilazione, consuetudine.

Noia?, Oh, quella sì. Fa parte del dolore che i Portal vogliono infliggerci, la noia. Cosa c’è di più orrendo? C’è gente che si ammazza tutti i giorni nel tentativo di sfuggirle, quindi ben venga anche la noia!

Forse il successivo passo evolutivo di questa sbobba sonica chiamata Portal (non possiamo parlare di band) potrebbe essere quello di spingersi verso strutture più ambiziose e progressive: tracce che mantengono una costante, indigeribile, fluida commistione di rantoli, blast beat, fraseggi discromici, senza pause. Tipo delle mega-suite stravinskyane inviate telepaticamente dall’oltremondo.

I testi sono per lo più sommarie descrizioni di scenari assurdi, dove il cosmo respira, guarda e mulìna. Sono un misto di latino, parole francesi, ingegneria marittima, sproloqui matematici e ampollose frasacce lovecraftiane. Sembrano le trascrizioni di qualche relitto umano recuperato a largo in preda al delirium sifiliticum e da cui è impossibile cavare indizi su cosa sia capitato all’intero equipaggio e alla nave con cui è salpato.

L’austero tisico… Anticipazioni dei deformi, Dilata Juncture avaro, Xspectrents aviaria invadere
Umbilicus plasma…

In mezzo a tutto l’elenco di termini incomprensibili può esserci anche la lista della spesa della mamma di Horror Illogium (l’essere che tormenta la chitarra) per quanto ne sappiamo, ma non conviene spingere l’immaginazione fino a  definire anatomicamente la genitrice di quel tizio, per il nostro bene.

Nel caso dei Portal è come se dietro gli strumenti ci siano delle “cose” e non uomini. Si tratta del grind con un afflato cosmico. Siamo in un baccano tritacervello insopportabile ma via via che la discografia si allunga è un po’ più messo a fuoco. Abysmill per esempio (da Outre’, 2007) è doom, con il basso e la batteria che arrancano dietro a delle chitarre black con l’Alzheimer. Heirships è sempre il solito rumore ma puntellato di melodie e ritmi più marziali (sempre da Outre’).

I pascoli non prosperano mai per coloro che li seminano…

A volte, come nel caso di Sourlows (ancora da Outre’) c’è un andazzo quasi jazzato. Immaginate una big band costretta a improvvisare una jam per sedare l’ira infante di una montagna di carne borbottosa che avanza dal profondo di una vecchia cantina. La musica dei Portal sembra il sottofondo di qualche orgia innominabile o la liturgia sonora di una messa consumata sotto le tettoie genitali di uno Chtulhu in procinto di fondere la carne umana e gli strumenti tecnoillogici della sua incandescente fosforescenza spermatica.

Al contrario della musica, i testi si riducono, nel corso degli anni, a qualcosa di sempre più indecifrabile e da passaggi “canonici” come questo: 

Evoca la macchina, onnipotente caos strisciante. Apri le nostre menti per il vuoto. Porta avanti il nostro desiderio. Che noi partecipiamo nei sogni di follia – (tratto da Omnipotent Crawling Chaos, il brano forse più morbidiano della loro intera produzione).

Si passa a roba praticamente insondabile:

Nebulous Pedigree Curious Anomalous Stimuli, Administer Inextricably, Amalgam Fissures, Substantia Grisea, Deep Keep Echo Fortoken Heed

Dopo cinque anni dal loro ultimo Vexovoid, esce ION ma le cose sbrodano sempre più nel golfo delle pustole di Chtulhu. Sembra un’improvvisazione fatta da gente che prima si tappa le orecchie con la cera fusa, si flagella la schiena fino a non ricordarsi più chi sia, poi suona per circa 40 minuti, abbandona al mixer un infermo di mente sottratto a qualche istituto psichiatrico e lascia che sia lui a gestire la post-produzione. Oppure è ancora di più l’armonizzazione del caos, la teoria cromatica dietro il buio. Ridicoli siamo noi a usare un linguaggio umano, dei parametri che possono andar bene per Dokken e Vomitory ma non per i Portal.

Ogni volta che esce un loro nuovo album io lo ascolto e pur sforzandomi di non voler capire, finisco per correre dietro a qualsiasi barlume di senso possano lanciarmi le disarmonie e il caos percussivo. Anche negli scarabocchi di un folle si trova qualche indizio di logica, ma è sempre una falsa pista, un vicolo cieco. Eppure il senso di minaccia è inequivocabile e in ION forse lo avverto anche di più. Ogni loro album sembra quasi una lettera d’avvertimento che non posso capire. Sento che dovrei decifrare quello che la loro musica mi vuol dire, ma non ho la chiave per farlo. Magari è per avvertirmi che quando dio arriverà sulla terra non sarà piacevole e di sicuro avremo tutti un’idea definitiva di cosa sia il meraviglioso, onnipotente padre che ha spinto uomini al martirio, aiutato i dittatori a salire al trono e realizzare i loro progetti apocalittici e riversato virus, follia e violenza dentro gli asili, le chiese, l’arte.

Un giorno mi sveglierò e tutto il mondo suonerà ininterrottamente come un brano dei Portal. Niente più uccellini, macchine, voci di passanti, vento. E non avrò il coraggio di scostare la tenda della finestra per guardare cosa, là fuori, potrà produrre un concerto simile. Amenema!