Cavalli al bar – Amore, depressione, bariste e ancora amore!

Ed eccoci a un’altra domenica, anche se scrivo di venerdì sera, sono stanco morto e non ho la più pallida idea di cosa dirvi. Perché scrivi se non sai cosa scrivere? Se nessuno avesse mai fatto come me ora, probabilmente non avreste letto il 69 per cento dei capolavori della letteratura. Non dico che il mio pezzo sarà uno sballo ma insomma, avete capito.Sapete cosa penso? Che non c’è più posto per le emozioni nella nostra vita. La gente implora di amare ed essere amata ma ignora un fatto decisivo: amare significa soffrire. Non solo, certo. Si sta bene, da dio, alla grande ma… i principi vanno tutti a puttane, l’orgoglio va a puttane, la coerenza va a puttane. E a quel punto sono cazzi. E uno vorrebbe rimettere ogni cosa nel vaso e chiuderla lì per altri mille anni di routine noiosa e sesso ginnico e andare a puttane nel vero senso della parola. Ma l’amore è una pioggia metastasica che ti fotte da capo a piedi ancora prima che tu abbia capito il bi e il ba. E a quel punto vai di post sofferenti che implorano like! Certe volte, sapete, la mia sola consolazione è che tra cento anni sarà tutto finito. Io, voi, noi tutti non ci saremo più e al nostro posto la terra sarà occupata da altra gente, altre puttane, altri cavalli e si spera altri amori. Spero che almeno tra cento anni si ami un po’ meglio di ora. Non so se ovunque è così ma io mi ritrovo solo gente che vive l’amore, che vive le emozioni come una sorta di impiccio. Sono tipo delle biciclette, sapete, una stesa infinita di ruote e manubri abbandonati lungo una spiaggia deserta. Perché parlo delle biciclette? Perché prima le vogliono e poi scappano in preda al panico anziché pedalarle! Sono biciclette metaforiche.

Vi è mai capitato di amare qualcuno a cui non freghi una cippa di voi? A me sì, tante volte. Con la mia psicologa siamo arrivati alla conclusione che questa mia tendenza a innamorarmi (in stile Francesco Baccini della canzone Ho voglia di innamorarmi), di nascosto, con la paura di aprir bocca e parlare all’oggetto dei miei sospiri, sia una condizione adolescenziale che non ho mai abbandonato. E che non abbandono. Mi capita almeno una volta al mese di invaghirmi di una barista. Una roba più forte di me. Inizio a fantasticare e ogni giorno che passa, ogni caffè che prendo in quel bar e ogni mio sguardo finisce per legarmi mani e piedi all’immensità di una bella ragazza che mi sorride solo per dirmi: tu cosa prendi? Oppure: “tu caffè?”

“Io Tarzan!Tu Jane!”

Già, bella domanda. “Caffè?” Neanche c’è bisogno che parli perché tanto lo sai che prendo il caffè. Del resto è quello che ordino tutti i giorni, anzi che tu mi spingi a ordinare. Potrei volere un cappuccino ma tu sei lì che già metti il piattino piccolo e il cucchiaino con il buco al centro, utile solo a girare lo zucchero e poi mi guardi e ammicchi. Perché il problema delle bariste più carine è che ammiccano. Per quel microsecondo ci sei solo tu e pare abbiano una predilizione per te. Ma non è vero. Sono stato sposato a una barista e lei mi ha spiegato che una brava barista ha la capacità di far credere a ogni cliente che potrebbe anche dargliela. Così lui torna e torna e torna e intanto consuma e consuma e si consuma, cazzo. Io mi consumo in un bar di merda, per uno sguardo ammiccante di una barista che non ha la più vaga idea di quale povero schizofrenico figlio di una cavalla dopata sia quello che ha davanti. Uno che le bacerebbe i calzini sporchi e non tanto per feticismo. Lo farei per dimostrarle la mia adorazione. A lei. Barista. Caffè? Caffè, certo.

Ma non solo le bariste. Ci sono state anche le commesse, le cassiere, le agenti immobiliari, le cameriere, le infermiere. Tutte le donne che lavorano. E quando lavorano le donne, beh, hanno un modo di fare che esisti e non esisti. Ti sorridono, ti servono, ti danno qualcosa ma in realtà sei il nulla. E loro per te diventano via via tutto. Si tratta di un mio problema. So di non stare bene ma chi ci sta? Secondo gli psicologi l’amore a senso unico è una patologia. Punto. Non è un dramma in sette atti o un poema in diciottomila endecasillabi. No, è solo una malattia.

Capirai, per gli psicologi è tutta una malattia. Per dire, quelli che vanno in palestra e si gonfiano e scolpiscono e si guadagnando la tartaruga e tutto il resto, beh, quelli sono matti. Secondo gli psicologi non del tutto ma gli psichiatri non hanno dubbi: pazzi. Che tipo di pazzia? Fobici. Cosa centrano le fobie con i manubri di 8 chili? Beh, in pratica sono alla stregua di quelli che si fanno venire le crisi d’ansia. Si sottopongono a prove di potenza ogni giorno, pur di crescere, aumentare la massa, tirare su pesi sempre più elevati e avere conferma di non si sa bene cosa. Ma dentro ci sono dei mingherlini che si mangiano le mani in preda a crisi d’angoscia che nemmeno Woody Allen a una convention di rabbini. Ecco. A questo proposito ricordo di un mio amico ormai lontano che andava in palestra ed era tipo Conan il barbaro. Una sera mi confidò che dentro quella montagna di carne spesso si sentiva terrorizzato. E sperava solo che non se ne accorgesse nessuno.

In ogni caso stavo parlando d’amore. E di quelli che come me si innamorano di chi neanche li caga di striscio. E che dai, non sono un pazzo completo. Perché non si può accettare il discorso che la sola forma sana d’amore sia quello dove c’è una corrispondenza. Come si fa ad averla? Eppure c’è. Per dire, tornando a me e la mia ex moglie. (Sì, ex, non ristiamo insieme, stavolta è finita sul seria o forse no, non faccio più proclami). Dicevo, per esempio io e la mia ex moglie ci amavamo segretamente. Poi ce lo siamo detto. Chi sa il primo che ha cominciato? Magari è l’amore che chiama amore. Chi lo cantava, Zarrillo? Non può essere stata una cosa in contemporanea. I colpi di fulmine per dire sono soltanto delle portentose combinazioni a incastro di sistemi biologici prodigiosamente compatibili. “Io Jane! Tu Tarzan!”

Eppure quello era un amore sano. Tra me e la mia ex-moglie, dico. Finito dopo dieci anni. Perché le cose sane poi si ammalano e muoiono. L’amore malato, quello a senso unico, beh, quello… vive malato e forse non muore mai. Per dire, io amo ancora in quel modo malato e fuori da ogni corrispondenza la mia prima compagna di classe delle elementari. Se la incontro mi sento ancora impacciato, angosciato, euforico e timidissimo. Come allora. Ma non è amore, quello! Ah no? E allora perché mi tremano le mani e ho il fiato corto, il cuore mi batte come a una qualsiasi Lucia Mondella? Insomma, siamo arrivati a questo punto? Nella nostra epoca per capire cos’è l’amore dobbiamo fidarci dei saggi di Morelli, Alberoni e Crepet, anziché Dante, Baudelaire o Piero Ciampi? Io ho un harem di stronze che non hanno mai voluto il mio cuore. E le amo ancora tutte perché certe cose non finiscono. Almeno io non posso dire che finiscano. Non finisce nulla. Chi ama, amerà sempre. Ma l’amore non è la risposta. Non basta amare per vivere assieme, fare progetti, costruire qualcosa, ritrovare l’armonia perduta. E sapete perché? Perché quando due si innamorano e poi decidono di andare a vivere insieme e di crescere insieme, i fattori in ballo sono anche altri. C’è una specie di proiezione l’uno sull’altra. Io vedo non la persona che amo ma una mia proiezione di lei. E viceversa. Se poi questa persona si rivela diversa dalla mia proiezione gliene faccio un torto. Ho smesso di desiderare di vivere con mia moglie quando ho capito che le nostre idee su certe cose sono inconciliabili. Non quando ho iniziato a sentire che mi infastidisce l’odore o il rumore che fa a tavola quando mangia.

Eppure l’amore è malato. Tutto. Amare è una malattia mentale. Si sa. Non può essere altro. E non lo dico io. C’è chi insiste a dare certificati di ricovero e sospensione dal lavoro al dipendente che viene lasciato dalla moglie e viceversa. C’è chi equipara una delusione d’amore a un lutto. E chi equipara un lutto a una pratica da sbrogliare in un paio di giorni fatti di fiori, pacche e abbracci, sorrisi di circostanza e “coraggio, Jane! Sii forte, Tarzan!” “Caffè?”

Perché è in uno stato mentale di grande squilibrio e su questo non ci piove. Per dire, il pilota di non ricordo più quale paese che andò a schiantarsi con tutto l’aereo e l’equipaggio ignaro in mare. Sapete che problemi aveva? Era stato lasciato. So che persino Gino Paoli tentò il suicidio per amore. Anche se lui dice per noia, ma Paoli è un povero fellone, si sa. Del resto aveva tutto, la Sandrelli minorenne per amante e il successo discografico. Si sparò perché si era rotto i coglioni che tutto gli andasse tanto bene. Il proiettile è ancora lì nel cuore ma non lo uccise e per quanto ne sappia in questo momento, non lo uccide nemmeno ora.

Anche la gloria è una malattia, evidentemente. Prendete Robbin Crosby dei Ratt. Lui aveva successo con la sua band ma era perennemente vittima dei demoni della depressione e dell’inadeguatezza. Diceva agli amici: “non sono abbastanza bravo per i Ratt, faccio schifo come chitarrista, mi sa che li lascio”. Alla fine ha optato per restare e massacrarsi di droghe e alcol. Poi è arrivata l’AIDS ed è finita ancora peggio. Eppure era solo un problema di successo. Ne aveva e non sentiva di meritarselo. Se fosse stato un fallito come il leader dei London ora sarebbe qui con noi. Nick Holmes dei W.A.S.P. è un altro. Sid Vicious era pure lui la stessa incasinata merda.

Ma tutto, tutto quello che ci fa prendere in esame, per quanto in modo cauto l’opzione exit, è pazzia. Come se vivere fosse la sola via possibile alla salute mentale. La sola cosa sana da fare. Facile, così. Ma mica è dimostrato. DA chi? Non c’è più un dio a levarci le castagne dalle mani. Per dire, non tutti i vivi sono sani. Molti vivono in mezzo ai propri escrementi in manicomi per cinquant’anni e schiattano per motivi esterni alla propria volontà. Non ce l’hanno più, una volontà. Allora aspettate, il problema è “voler” vivere. Se non vuoi vivere allora sei pazzo. Ma per vivere in questo casino, a volte bisogna essere folli. Dei veri folli, cazzarola!

Io so cosa si prova a pensare che non val la pena insistere. Che nulla e nessuno può salvarci dal casino. Non ci sono canzoni, né amici, né libri, né progetti che possano afferrarci quando scivoliamo troppo giù, dentro di noi. Là sotto davvero non arriva nulla. E fa freddo. E si sta vivi a fatica in mezzo a quel freddo e quel buio. “Presto, una canzone, un libro, un amico! Tiratemi fuori di qui!” Perché la solita solfa retorica che se non ti salvi da solo non ti salva nessuno non è vera. Non del tutto. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci ami e che ci ami bene. Un  matto innamorato. E abbiamo bisogno di credere che gli altri sentano il bisogno di noi. Altri matti che non possono vivere se noi non viviamo. Soprattutto a tenerci in vita è la sensazione di non essere soli. Chi muore, chi si ammazza è perché quella sensazione non ce l’ha più. E credetemi, la cosa è più spaventosa di quanto possiate sopportare. Perché quel gelo, quella profondità è alla portata di tutti.

Ma torniamo a parlare d’amore. Perché… e chi ha mai smesso?