Love/Hate – Ma che cavolo successe poi nella Red Room?

Non so come scriverò questo articolo sui Love/Hate perché WordPress ha deciso di mettere tutto un nuovo sistema per la creazione di articoli; questo mi impedirà di essere sciolto e spontaneo come capitava ormai da diversi anni. Insomma, davvero non so cosa accadrà. Magari al terzo paragrafo mi accorgerò che sono spariti i primi due, chi lo sa?

Va beh, sono andato a capo con invio, c’è uno spazio che segna il passaggio da un paragrafo all’altro e fino a qui tutto bene. Magari sarà il caso di cominciare a parlare dei Love/Hate. Allora, Love/Hate. Io non passo molto tempo senza domandarmi cosa sia andato realmente storto per loro. Insomma, erano grandi. Anzi, aspettate… ERANO GRAAAANDI, CAZZO! 
Ecco, così rendo di più l’idea. Vi è capitato di sentire Blackout In The Red Room? Il loro esordio, esatto. Non è un lavoro alla stregua di Appetite For Destruction, non voglio spararla tanto alta, però è un disco che ancora oggi sta lì, come un mistero di qualche civiltà ormai estinta. Funziona talmente bene che c’è dentro tutto un mondo di speranza che può contagiare l’ascoltatore, per quanto sappia bene che ormai per quella scena lì, l’heavy metal di Los Angeles, non c’è più nulla da sperare. Finito tutto. E anche i Love/Hate sono estinti. Ok, Jizzy vi risponderà “un cazzo!” ma lasciatelo blaterare. Lui è ancora con noi, la sua band no. Anche se lui usa il nome della band per i fatti suoi. Non c’è più quel prodigio di street metal che sbatté il culo peloso in faccia alle maestre nel 1991. Anzi, no, era il 1990.

In Blackout In The Red Room faccio prima a dirvi cosa non funziona. Magari alcuni pezzi sono un po’ “cortini”. E ci sono almeno un paio di passaggi a vuoto, di filler. E su Wasted In America ce ne sono molti di più. Il problema dei Love/Hate secondo me però non erano i filler. Ne facevano di buonissimi. Il loro guaio erano le hit. Perché nei primi due album la band ne scrisse almeno sette. E tutto il resto suona filler, anche se non lo è. Tumbleweed, Fuel To Run, Miss America, Tranquilizer sono pezzi che ancora oggi vi fanno dire di sì, come cavalli tartassati dalle mosche nell’afa di una scuderia in Agosto. Jizzy deborda. Lui è quasi sempre lassù, dove Sebastian Bach va a deporre le uova. Urla e urla e urla a non finire mentre sotto gli altri tre, che si chiamavano Skid (basso e mente creativa assoluta) Love (chitarra che prima o poi me ne vado) e Gold (batte batte batteria), dicevo, questi altri tre pestano e pestano e pestano probabilmente meglio dei Guns e dei Winger, tanto per citarvi due estremi di tecnica e culonerìa. 

I Love/Hate di Blackout sono semplicemente imprendibili. La Title-track dura una cosa come due minuti e un po’. E dopo non siete più voi. Un altro pezzo che ancora oggi è ricordato come fosse una scorreggia di Re Mida, è Why You Think They Call It Dope? Ma secondo me l’apice è She’s An Angel. Non so cosa accada in quel brano ma ha una presa che strugge e carica assieme. Chi è questa ennesima Albachiara bucherellata? Chi è questa ragazza sfasciata nella via Appia dell’L.A. Metal? Che ne so? Di sicuro è una che poi Angel lo diventò davvero, se continuò a vivere fino in fondo in quella coltre di inquietudine che racconta Jizzy. Per tante cose è un brano che aiuta a vivere meglio. Non lasciatevi forviare dagli yehyehyeh iniziali. Tutto si ferma e restano la chitarra e la voce. E l’arpeggio è uno  di quelli che andavano tanto all’inizio dei 90’s. Sapete, gli accordi aperti intorno al mi, il sol e il la. Poi Jizzy canta sopra una linea vocale che lascia fessi. E quando il pezzo cresce e infine vi esplode nelle mani come un orgasmo che non vi aspettavate, potete credere che nel rock and roll c’è sempre la fregatura. Non è solo fottuta energia. Non è solo fanculo a tutto. Il rock and roll vi mette le dita in punti dove nessuno ve le mette e sa come muoverle da quelle parti. E allora sì, state strani, ma vi piace. Questa cosa la sapete voi e lo sa il rock and roll. E più o meno è quello che accade se ascoltate She’s An Angel!

I Love/Hate dopo Blackout potevano pisciare in bocca a tanti ma hanno puntato sulle proprie scarpe mettendosi controvento. Wasted In America, il secondo album, è forse il titolo più sottovalutato del 1992 insieme a Dog Eat Dog dei Warrant e The Ritual dei Testament. Eppure oggi è chiaro che non ci si è capito granché. Era un lavorone. Un po’ sotto al primo ma ancora molto in alto, cazzo. Allora, nel ’92, di pasticci intorno ai Love/Hate ne combinammo un po’ tutti. Noi del pubblico per primi, che li ignorammo per comprare Fear Of The Dark, gli Héroes Del Silencio e Sogno Ribelle dei Litfiba. L’etichetta discografica poi aveva già compromesso le cose dicendo prima: “ok, gente, avete carta bianca”. E così il gruppo portò più di venti pezzi che però andavano un po’ in una direzione alternativa e non erano molto in linea col disco precedente. Allora la Columbia fece: “ehm… che ne pensate se buttiamo a mare quasi tutto ciò che avete preparato nell’ultimo anno e mezzo e proviamo a scrivere qualcosa di ehm… più nei ranghi?” E poi la band finì la frittata girandola in aria con la padella e mandandola in terra. Prima i Love/Hate scesero a patti con l’etichetta e scrissero canzoni più hard rock, trasformando Wasted In America in un ibrido che non andava né avanti né indietro e poi visto che le vendite si mostrarono subito scarse ebbero la pensata del secolo. Mettetevi comodi perché se non la conoscete, questa è una delle più belle fiabe di tutto il rock and roll, da mettere vicino a quella dei Led Zeppelin, lo squalo e la groupie e l’altra di Charles Manson, la fica, i Beach Boys e il White Album. Allora, andiamo a capo.

Jizzy pensò: “cazzo, se non facciamo qualcosa per vendere ‘sto disco, qui va tutto a puttane” . E dopo molto rimuginare gli venne l’idea: “mi faccio crocefiggere sulla Y di Hollywood, sulle montagne dove sta la scritta, che ne dite?”. Gli altri risposero: “Uff, amico, sei sicuro?” E lui: “Ma certo. Cosa stiamo aspettando? Ecco quello che ci vuole. Ora ve lo lancia il vostro Jizzy l’album del cazzo!”. E così fu. Pearl si fece legare sulla Y. 

Cosa successe poi? Nulla. Nel senso che lui pensava: “appena mi vedono succede un casino, arriva la TV, le autorità, Gesù, i pompieri a liberarmi. Poi mi farò intervistare e avrò posto in tutti i notiziari. A quel punto dirò che se vogliono conoscere il vero significato del mio gesto, possono scoprirlo comprando il nuovo album dei Love/Hate. In tutti i migliori negozi di dischi e via così”. Ma non successe nulla. Passarono delle ore e di Jizzy crocefisso sulla Y di Hollywood non si accorse nessuno. Solo che gli amici erano andati a farsi un giro e lui era solo, lì, in attesa che il mondo se ne accorgesse. Rischiò di essere un Darwin Award ma alla fine giunse tutto il carosello dei Media, arrivarono i pompieri, la polizia e chi altri  in queste occasioni. Pearl dopo così tanto tempo era messo talmente male che stava morendo. Biascicò qualcosa ai microfoni ma la gente capì solo che “bhrhb rr eca”.

Risultato della trovata: l’album non vendette una copia in più e la Columbia, già depressa dai risultati ottenuti nei negozi, esasperata dalle bizze da rocker di Pearl, colse l’occasione dichiarandosi offesa da un simile comportamento e ruppe il contratto con i Love/Hate.

Da lì praticamente la band è stata la più longeva e fallimentare tra tutti i nomi di punta del metal melodico americano di inizio anni 90. Fece altri 4 dischi in 7 anni, nell’indifferenza mondiale. Solo in Inghilterra continuarono a dar retta ai Love/Hate, ma questo non bastò a far sopravvivere la band. 

In ogni caso, recuperate i primi due album e sentite che diavoli nel culo avevano i Love/Hate tra il 1990 e il 1992. Anche se sono morti fisicamente, in quei due lavori restano eterni a vita.