Editoriali Pascolando

Verzeni – Il Vampiro Della Bergamasca

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Prima di iniziare a uccidere, Vincenzo Verzeni aggredì una cugina e diverse altre ragazze. Tutte si salvarono ma dopo una faticosissima lotta. La cosa di per sé non impensierì i famigliari e le autorità, anche se era evidente dai segni, che Vincenzino aveva cercato di strangolare ognuna di loro. Solo che le aveva scelte troppo robuste.
Nel 1870, il Vincenzo Verzeni riuscì finalmente a compiere il suo primo delitto. Fu Giovanna Motta, una compaesana. Nascose il corpo e la passò liscia per 9 anni, tempo che gli ci volle per decidersi ad ammazzare di nuovo qualcuno. Lo arrestarono subito dopo, ma non per il secondo e né per il primo delitto. I carabinieri intervennero mentre stava cercando di far fuori una terza donna.

Nelle mani dei carabinieri dichiarò subito i due vecchi delitti e chiese di essere tenuto dietro le sbarre per il resto della vita. Altrimenti garantiva che avrebbe continuato a uccidere.

Vincenzo Verzeni non riusciva a reprimersi quando vedeva una donna, l’unica cosa che desiderava era strangolarla, strangolarla e ancora strangolarla.

Tutto qui? No. C’era dell’altro.

Il vampiro Verzeni

La morte della vittima non era il fine ultimo dei suoi sforzi. Il giovane Verzeni desiderava raggiungere il “godimento”. Così chiamava l’orgasmo tra i pantaloni. Se avveniva appena iniziava a strizzare il collo della donna, allora poteva anche fermarsi lì ma, se non succedeva subito, avrebbe continuato ancora e ancora, inseguendo lui quel piacere “venereo” oltre i cancelli della morte stessa.

Ecco perché le mutilò, le tagliò in due, per lungo. Aveva l’eiaculazione piuttosto ritardata.

Vincenzo Verzeni trafugò le viscere e le nascose intorno a casa. Non si poté dire quindi che le avesse stuprate ma solo perché asportò i loro organi sessuali e fu impossibile stabilirlo.

Gli spilli misteriosi

Di tutta quella mattanza, ci fu un particolare fisso a cui il Verzeni non riuscì mai a spiegare il senso: la presenza di lunghi spilli sul corpo delle sue vittime o nelle loro vicinanze.
E poco si capì di tutta la vicenda, anche se l’assassino si lasciò studiare dai dottori.

Verzeni cercò in più di un’occasione di descrivere l’oscuro mondo che aveva dentro di sé, i diavoli che lo spingevano al male. Spesso annacquò tutto con un’infinità di bugie, ritrattò, spergiurò e negò, fino al punto di non far capire più nulla a nessuno.

Sul perché delle sue azioni scellerate però Vincenzo fu sempre coerente e chiaro: Io – diceva – ho veramente ucciso quelle donne e tentato di strangolarle perché provavo in quell’atto un immenso piacere. Punto.
I graffi che trovarono sui corpi delle vittime erano opera sua. Non li aveva provocati con le unghie, come gli inquirenti ipotizzarono subito, ma con i denti. Il Verzeni mordeva la carne e succhiava il sangue. Tecnicamente era un vampiro.

Verzeni e Lombroso

Ecco il particolare che inorridì l’opinione pubblica, quello a cui nessuno era stato preparato.
Godei moltissimo, quando lo feci! – disse.

In Italia, a quel tempo esisteva ancora la forca, ma Vincenzo la scampò per un solo voto della giuria. Trascorse tutti gli anni che gli restarono sotto chiave, come aveva chiesto, in compagnia delle sue sanguinose smanie mai più soddisfatte.

Cesare Lombroso, il celebre psichiatra credente nell’atavismo e nella fisionomia del crimine, lo studiò personalmente. Lo definì un tipo molto intelligente, anche se si applicava poco, il che è quello che di solito dicevano a molti di noi, ai tempi della scuola, nevvero?

Il Verzeni però non fu giudicato pazzo, né dal Lombroso né da nessun altro esperto della psiche che si cimentò con quel suo cranio tribolato.

Questo perché si era sempre mantenuto perfettamente lucido prima, dopo e soprattutto durante quei momenti infernali in cui sbranava, saccheggiava, mutilava e suggeva quei corpi inermi.

La gente rimase davvero colpita, ma non solo per il vampirismo confessato con grande compiacimento, tanto meno per via delle atrocità. Poi di omicidi barbari e spietati erano piene le strade della Storia d’Italia.

Fu la totale mancanza di movente razionale. A parte l’egoistica bramosia di soddisfazione vampirica troppo contorta per essere solo vagamente capita non c’era altro. E poi l’assenza di pentimento sul viso simpatico e sbarazzino di quel tipo vestito come un contadino arricchito. Era biondo Verzeni e con il baffetto paraculo.

Signori, Vincenzino, lo strangolatore di donne; il vampiro della Bergamasca.

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