La Truebrica del fantino Recensioni

L’ENTUSIASMO DEGLI HELLOWEEN! STRAIGHT OUT OF HELL!

 

 
Quando gli Helloween si ripresentarono con l’ex cantante dei Pink Cream 69 nessuno avrebbe scommesso su di loro, specie dopo un disco ambivalente come “Master Of The Rings”, dove a brani potenti e ispirati in puro stile power (tipo “When The Rain Grows” e “Sole Survivor”) si alternavano canzoncelle alleger degne di una sagra tirolese. “Perfect Gentleman” e “The Game Is On” in realtà erano irresistibili siparietti di hard rock crucco spensierato ma drammaticamente fuori luogo nel plumbeo 1994 dove persino la più autorevole delle party band, i Motley Crue, se ne uscirono con il secondo miglior disco della loro carriera disconoscendo se stessi e rivelando un’anima dark, cupissima e profonda.

Amai quel disco degli Helloween, “Master Of The Rings”, dico. Devo averlo sentito così tante volte da poter indovinare quante volte si ripete il riff ossessivo di “Mr.Ego”; capolavoro ostico che gli Helloween elessero provocatoriamente a singolo, traendone un video degno degli Alice in Chains, e che girò almeno un paio di mattine domenicali su Videomusic, facendomi cadere dal letto.
Tutto questo preambolo per dire che c’è stato un tempo in cui io amai gli Helloween e soffrii insieme a loro. Nel 1994 suonavano davanti a poche centinaia di persone e dopo il concerto scendevano in mezzo ai fan incalliti a farsi una birra e firmare due o tre autografi. Erano finiti. Così dicevano tutti. Non sto qui a dire che “Time Of The Oath” e “Better Than Raw” siano album fondamentali della storia del metal, ma due ottimi esempi di metallo tradizionale sì, con alcune canzoni splendide e una indiscutibile progressione: un’evoluzione nei suoni (sempre più pesanti) e una crescita costante nella scrittura dei brani e nella coesione generale da parte della band, sempre più… band!
Oggi siamo nel 2013 e gli Helloween hanno un nuovo disco da promuovere. Uno dei tanti, troppi album congedati con fare serafico dopo “Better…” e varie defezioni superate con eccessiva spavalderia.
 
 
Si intitola “Straight Out Of Hell” e non è proprio un gran disco.
Nel senso che ripete in modo sempre meno convinto le solite due o tre cose. I detrattori mi diranno che loro lo sapevano ancora prima che la band di Amburgo, ormai in buona parte trapiantata a Tenerife, entrasse in studio a sprecar soldi e tempo. Però cazzo, io mi aspettavo almeno una cosa decente, invece questi neanche ci provano più. 
Qualche velleità progressiva posta all’inizio, “Nabataea” per approfittare della buona disposizione d’animo da parte del pubblico fresco d’orecchio. “World Of War” è un pezzo power classico dal ritornello che si canterà tutti in coro al prossimo tour e che riprende la melodia di “Forever As One”, mettendogli sotto l’acceleratore, tanto non se ne accorge nessuno. Se fossi un fedele fan degli Helloween, uno dei cinque che ancora compra i dischi originali, mi sentirei insultato perché questi qui mi trattano come fossi un vecchio zio rincoglionito che al pranzo di Natale, in attesa di ricevere la paghetta, viene spazzolato dai nipoti ruffiani che pensano basti rifilarmi le due solite frasette carine per procurarsi il budget e andarsi a spaccare su un tavolo da poker per il resto della notte. 
Terzo pezzo? Il singolone, ovvero una specie di serenata di training autogeno che Deris si concede praticamente in ogni disco. Una roba tipo “Io ho il potere, ho la forza, ho le palle ellallallà” oppure “Io posso, ioooo posso, iiiioooo posso” e qui invece esorta tutti noi con il classico e dannosissimo esortazio dell’Orazio: Carpe Diem, eddai cazzo! “Live Now!”, dal ritornello davvero fico, devo concederlo, vuole metterci addosso un’energia che i nostri corpi tarati dalla depressione espellono con le successive orazioni dentali. Il resto del disco è così così. Ci sono alcuni episodi interessanti “Wanna Be God” “Waiting For The Thunder” e “Asshole” che nell’assolo sembra uscita da “Bad Bad Bad Girls” dei Fastway e qui chiedo a Benbow di accertarsi immediatemonte che io stia dicendo il vero o una castroneria presenile! Poi ci sono dei momenti che sembrano gli Stratovarious e forse questo dice molto più di tutto il resto che ho detto sopra… 
Eeeeeeeeh! Permettetemi di sospirare, cari amici degli Helloween.
Sinceramente, lo dico senza voler offendere o provocare nessuno ma in questo disco si avverte un senso di spossatezza che mette a disagio. Senilità?
Senilità. Diciamo un po’ così.
Persino la ballad non è niente di speciale, a partire dal titolo “Hold Me In Your Arms”. È tutto così fiacco, blando. Insomma questa gente si annoia e vi odia tutti, ecco cosa sembra. Immagino la faccia di Weikath che cola bile dagli occhi pesciolosi verso lo zoccolo duro del proprio pubblico, sempre lì a chiedere un altro inno alla vita e alla resistenza coatta. Che poi gli Helloween ci provano a scrivere cose positive, allegrotte e ottimistiche, tirolesi ancora, ma non c’è la tensione, la provocazione. Questi suonano metal come un impiegato sbriga le sue pratiche da vent’anni, pensando al fine settimana lontano, il culo della collega e il telefilm del dopocena. Però sono punti di vista, per esempio l’illustre Sandro Buti ne è entusiasta e sull’ultimo Metal Maniac gli concede un grassissimo 8; anche se non riesco a capire perché… eppure lui lo spiega. Sono io che non ricevo.
(Francesco Ceccamea)

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