La Truebrica del fantino Recensioni

PASSEGGIANDO PER I CIMITERI CON GLI ENTOMBED

Mi ricordo la prima volta che riuscii a rimanere in piedi davanti alla tv fino a mezzanotte senza che mia madre mi rompesse i coglioni. Era per vedere la trasmissione di Videomusic dedicata all’heavy metal. Non si chiamava ancora “Sgrang”, ma “Hard ‘n’ Heavy” e come sigla aveva “Jesus Christ Pose” dei Soundgarden mescolato con l’inizio di “The Unforgiven” e, anche se non sembra a dirlo così, era proprio una ficata. 

 I video di quella puntata (che registrai su una vecchia vhs) erano la solita roba che passavano in rotazione durante il giorno, solo concentrata in poco più di cinquanta minuti: c’era l’hair metal agli sgoccioli: Firehouse, Kix, Kingdom Come, poi Danzig con “Dirty Black Summer”, “Enter Sandman” dei Metallica e gli Extreme già in caduta libera dopo il successo planetario di “Pornograffiti”. Inutile dire che ero deluso e incazzato, ma quando mancavano cinque minuti all’una, la trasmissione stava per finire e c’era giusto il tempo per un ultimo video, la mia speranza che non si trattasse dei Faith No More o dei Megadeth fu esaudita. Il video che partì era qualcosa che non avevo mai visto in precedenza. Se mi piacque? Non proprio. Diciamo pure che mi sconvolse e solo la terza volta che lo vidi inizai a gradirlo. Era una cosa amatoriale,  una band dentro a un locale schifoso in controluce, con la gente che si azzuffava davanti al piccolo palco, tutto intervallato da headbanging molto ravvicinato dei chitarristi in contesti estranei all’esibizione (tipo che erano in camera loro) e immagini prese da “La villa accanto al cimitero” di Lucio Fulci; cosa che mi fece pensare si trattasse per forza di un gruppo italiano visto che non erano ancora arrivati gli apprezzamenti internazionali e il regista romano sonnecchiava in preda al diabete nella sua villa, snobbato da tutti noi.


E invece in Svezia la tetralogia gore di Fulcione mandava ai pazzi un pugno di giovinastri. Si chiamavano Entombed, il brano era “Left Hand Path” e la mia vita cambiò. 
Suonavo la chitarra da quasi un anno e la prima cosa che feci, appena pochi giorni dopo, fu abbassare il più possibile la tonalità, alzare a mille i medi del mio amplificatoretto Samick e tentare di ricreare quel suono così brodoloso e agonizzante. 

Non solo il video era amatoriale, anche il modo di suonare di quei pischelli lo era. Il batterista andava spesso fuori tempo e gli assoli che si innalzavano sulla seconda parte del brano (pochi lo sanno ma tutta la seconda parte non è una composizione originale degli Entombed, bensì, la colonna sonora del film cult “Phantasm” di Don Coscarelli (1978), ripresa pari pari e incollata in coda al brano con un assemblamento che non giudico geniale ma di sicuro avanguardistico.

Phantasm o Fantasmi!, avete presente? Ma come no, cacchiarola!

Con quegli assoli, dicevo, così incerti e in alcuni momenti fuori  scala, gli Entombed rompevano ogni barriera possibile tra il mondo del rock ed il sottoscritto. Erano delle pippe come me, avevano due o tre anni di più e incidevano dischi ispirandosi agli stessi film che avevo in fiera esposizione su uno scaffale della mia cameretta, cazzo! 
Però suonavano una cosa mai sentita prima. Il cantante non cantava, vomitava cose incomprensibili dal microfono. Che era quella roba? 
Era death metal, lo scoprii poco tempo più tardi, e ne ero già innamorato. 

Una delle copertine più belle di sempre.

Nel 1992, dalle mie parti (la poco ridente Vetralla) non era così semplice procurarsi un disco underground. Provai a ordinarlo nel negozio di videonoleggio, ma quelli non sapevano neanche cosa fossero i Black Sabbath, figurati gli Entombed. Così dovetti accontentarmi del videoclip, che mi rividi così tante volte da imparare a memoria la camminata “bogartiana” di tutta la band mentre si allontana verso un orizzonte plumbeo. 


I video death metal erano fatti di gente capellona che cammina o che sosta dentro a qualche cimitero e anche se oggi la cosa mi fa ridere, allora era una ficata e anche io volevo farmi crescere i capelli e comprarmi una giacca di pelle e trovare altri capelloni dinoccolati con cui camminare verso lo sfondo sgranato di una pellicola 9 millimetri.

Intanto che io crescevo con questa passione per i cimiteri, le professoresse coscione e il Necronomicon, anche il death cresceva. Ancora prima che potessi ascoltare l’intero album di esordio della mia death band preferita (che poi era anche l’unica che conoscevo) ecco che uscì il loro nuovo album.


Lo scoprii leggendo il secondo speciale del Marzorati dedicato all’horror rock, pubblicato per l’esattezza sul terzo almanacco della paura di Dylan Dog (quello dedicato ai vampiri, ricordate?).
“Clandestine” si intitolava e nonostante fosse Nicke Andersson a cantare (dato che Go-Go-Goran Petrov aveva lasciato a sorpresa la band, cacciato da Nicke perché sospettato di averci provato con la sua ragazza), secondo il Marzorati, c’era un evidente, prodigioso miglioramento tecnico e d’assemblaggio riffing. Quindi erano diventati bravi in poco tempo e tenendo presente i disastrati presupposti dell’esordio, c’era speranza per chiunque. La cosa mi incoraggiò non poco a continuare a dannarmi sulla mia chitarra, anche se la suonavo da quasi due anni e non riuscivo ancora a eseguire nemmeno “Trilogy” di Malmsteen in modo decente. Però la canzone “Left Hand Path” mi veniva abbastanza bene e l’aria che tirava in quel pezzo, malsana, putrida, era qualcosa che mi aveva davvero stregato e che avrei tanto voluto riproporre in un brano tutto mio, magari ispirato al film Spiritika. 

Intanto nel negozio del videonoleggio, nell’angolino dei dischi hard rock e metal iniziarono a spuntare nomi impensabili fino a pochi mesi prima: c’erano gli Obituary, i Morbid Angel, i Death ed i Pestilence. Cazzo quanto mi piacevano quelle copertine, sembravano incubi a metà tra un’autopsia finita in bisboccia e Lovecraft sotto acido. Era roba che mi esaltava, anche se nessuno dei miei amici capiva perché (anche i più convinti sostenitori degli Slayer) e spesso ero costretto a togliere “The End Complete” degli Obituary dallo stereo della macchina di mio padre per non beccarmi qualche calcio nel culo.  

Anche questa copertina è spettacolare.
“The End Complete” era l’unico disco puramente death che fossi riuscito a procurarmi. Ricordo che me lo mettevo in cuffia e passeggiavo tra le tombe del cimitero del paese con i miei capelli lunghi al vento e la giacca di pelle e intanto fingevo di ascoltare gli Entombed. 
Mi sentivo comunque realizzato, sebbene nessuno dei miei amici fosse abbastanza scemo da seguirmi. Non arrivai mai a depredare cadaveri, quella era roba da blacksters. 
Ricordo che c’erano già delle interviste a Burzum ed Euronymous sulle riviste. I due facevano a gara a chi la sparava più cattiva. Nessuno avrebbe potuto dire che presto ci sarebbe stato un omicidio e poi un altro e un altro ancora. 
Il death metal per quanto sia stato un genere incentrato sulla morte e la violenza più splatter, non ci fece scappare mai un solo morto ammazzato. Giusto qualche tumore al cervello, ma anni e anni dopo. 

Questa è la mia foto preferita degli Entombed

Torniamo agli Entombed. Nel 1993 fu la volta di “Wolverine Blues”, con il ritorno di Petrov alla voce. Su Metal Shock pubblicarono un’intervista, in cui il giornalista anticipava che il death metal non sarebbe stato lo stesso dopo quel lavoro e che il merito o la colpa di questo sarebbe stata degli Entombed i quali  avevano preso una strada inimmaginabile e bla bla bla. Era vero che sarebbero cambiate le cose, ma non per via degli Entombed. Era il genere che stava tirando le cuoia. Gli Entombed furono i primi a capirlo e sterzarono, gradualmente ma neanche tanto, verso una specie di hard metal punk che fu ribattezzato death’n’roll, in barba ai puristi che già mugugnavano dopo aver sentito le prime dichiarazioni di Nicke Andersson. 
Fino  a “Wolverine Blues” gli Entombed erano stati il mio gruppo death preferito, anche se avevo sentito solo un brano. Da lì in poi  poi non posso più parlarne perché paradossalmente ho smesso di sentirli.

Nel senso che non ho più cercato di comprare i loro dischi. Riuscii a recuperare i primi tre, ma a dieci anni dall’uscita nei negozi e grazie a Top Ten (vendita cd a prezzi stracci direttamente a casa). Mi piacquero molto e rimpiansi di non averli ascoltati al tempo in cui amavo la band e immaginavo il contenuto di quegli album basandomi su una sola canzone. Di certo il pischello tafofilo del ’92-’93 sarebbe impazzito per quei brani. Erano ciò che volevo che fossero. Eh, però non si può tornare indietro. Se un giorno uno scienziato pazzo bandito dal mondo mi concedesse di tornare indietro nel tempo per rimediare a qualcosa, mi farei catapultare nel 92 con tutti e tre i dischi degli Entombed. Chiamatemi scemo ma è quello che penso.

Gli Entombed successivi non li ho mai sentiti nemmeno via You Tube, I Tunes o nello stereo di qualche compagno di sventura. A dire il vero non li ho mai più sentiti nominare a qualsiasi metallaro che ho incontrato in tutta la mia vita. L’importanza della band svedese per i puristi del genere death si riduce ai primi due album e un ep: “Hollowman”, con la cover del “main theme” di Hellraiser. 

“Wolverine Blues” è per loro e in parte anche per me, una lettera d’addio troppo lunga e per nulla commovente. 
Oggi mi rendo conto che quel disco fu uno dei più originali e significativi degli anni 90 ma sarei un bugiardo se dicessi anche che lo amo. “Clandestine” è per me un traguardo impensabile rispetto a questa cosa. 
Il mio amore per gli Entombed però non finì con l’ascolto di Wolverine Blues dato che al tempo non riuscii a sentire nemmeno quello. Anzi, basandomi sulle recensioni entusiastiche delle riviste metal mi immaginai una roba molto fica. No, fu qualche anno dopo e sempre grazie a un video. 

Basta passeggiare per i cimiteri, adesso è tempo di far festa, yeeep!

La trasmissione stavolta era su MTV, nel 1997. Il mastodonte psico-catodico era giunto anche in Italia per trattare la “nuova carne”, accomodandosi sul canale Rete A. C’era un programma dedicato al Rock. Si intitolava Rock qualcosa, non ricordo. Su un letto c’era una baldraccona che introduceva in inglese e senza sottotitoli, le nuove “sensations” del mondo del rock duro e quindi vai con i Marylin Manson e i Prodigy, i Nine Inch Nails e altra roba alternativa di cui non ricordo davvero più il nome. Quando a un certo punto ho letto Entombed, se non altro ho provato un piacevole senso di familiarità, ma il video, tratto dal loro nuovo album: “To Ride, Shoot Straight…”, era una cosa abominevole. Era finto amatoriale, con Petrov in bermuda e a pancia all’aria che corre sulla spiaggia e poi se ne va sulle giostre tutto contento come un imbecille. La musica è un rocketto del cazzo senza infamia e senza lode e devo dire che non mi sono mai del tutto ripreso da una simile oscenità. 
Altro che “Quella villa accanto al cimitero”.  (Francesco Ceccamea)

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