Editoriali Pascolando

SCRIVIMI UNA CANZONE – PRIMA PARTE: “Campaign for musical destruction”

 

L’heavy metal contemporaneo avrà tanti pregi ma certo non quello dell’accessibilità. I gruppi acclamati come i più validi, evoluti, originali, innovativi emersi nell’ultimo decennio non hanno il proprio punto di forza nella maestria compositiva alle prese con la forma-canzone. Gojira, Kylesa, A Life Once Lost, Sikth, The Sword, Between The Buried And Me, Norma Jean, Intronaut, giro Relapse, giro Prosthetic … per tutti si potrebbe parafrasare quanto lo scrittore François Mauriac ebbe a dire del poeta Paul Éluard: “Eccellente, ma chi ne ricorda un verso?”.
Avevano fatto ben sperare i Killswitch Engage con “Alive Or Just Breathing” ma poi si sono persi, i Mastodon di “Leviathan” sono stati sul punto di mettere d’accordo tutti ma in seguito hanno rilasciato una serie di dischi interessanti (‘interessante’ è forse aggettivo lusinghiero per un disco metal? Più di emozionante, trascinante, coinvolgente, sconvolgente, annichilente?).

ti stiamo ascoltando, vai avanti…

 

L’impressione è che, nella fase ormai decennale apertasi dopo il nu metal (il cui lascito storico andrà un giorno riesaminato oltre la damnatio memoriae che lo accompagna al momento), ben poche canzoni abbiano saputo non già sostituire, ma neppure affiancare nella memoria collettiva metallica i classici di epoche precedenti.
 
A rendere ancor più problematico il tutto, il fatto che spesso i pezzi più memor(izz)abili del periodo in questione siano arrivati da reduci delle generazioni precedenti: ancora freschi di 2012 viene subito da dire Testament o Accept, ma si possono fare anche i nomi di gruppi spesso ingiustamente bistrattati quali Paradise Lost, Machine Head e Slipknot, oppure i Ministry della trilogia anti-Bush (che quando i Metallica pubblicavano “Kill ‘Em All” erano dediti al synth-pop). Persino cariatidi come Scorpions e Saxon hanno mostrato una rinnovata freschezza nei lavori recenti. Oppure, forse ancor più preoccupante, le canzoni più azzeccate sono venute da giovani che programmaticamente hanno scelto di imitare stilemi anni ottanta quali Municipal Waste, Enforcer, Bullet, In Solitude (sui Lamb Of God vale un discorso simile, riferito però agli anni novanta); per non parlare di vere e proprie esercitazioni filologiche quali “I Am The Fire” dei Trivium o “Blow” degli Atreyu.
I Trivum. Perché nessuno li ama?
E la falange innovativa? Coloro che, anziché affidarsi all’archeologia, hanno scelto di correre dei rischi cercando una strada personale, in questo scenario che ruolo hanno avuto? Riflettiamoci un attimo: ve l’immaginate, che so, la pur magistrale “Break Those Bones Whose Sinews Gave It Motion” dei Meshuggah entro una panoramica sulla Long Beach Arena fremente di sing-along e pugni in aria come ai tempi di “Aces High”? Direi di no, con buona pace del nostro mentore Luca Signorelli. Sarà anche per questo che gli headliner ai festivaloni continuano a farli sempre i soliti vecchioni?
Il metal ‘al passo coi tempi’ di questi anni sconta un deficit di immediatezza che ha un effetto respingente su molti metallari pur potenzialmente interessati alle novità; non crea i presupposti di quell’immedesimazione pre-razionale capace di renderlo popolare su larga scala. Ciò è causato da un eccesso di intellettualità, da una mentalità che dalla notevolissima lezione dei succitati Meshuggah arriva fino all’attuale djent, metal per Ph.D. in ingegneria aerospaziale, ultimo e più indigeribile frutto di questa deriva elitaria.
La situazione storica attuale discende dallo stratificarsi di diverse linee stilistiche che hanno postulato un superamento della forma-canzone pop che ancora caratterizzava il metal nella prima metà degli anni ottanta.
che… cosa…?
Dopo che il thrash e poi il grind hanno veicolato un generale indurimento sonoro tendente a espellere le strutture melodiche che contribuivano ad aiutare la memorabilità, si sono affermate: da un lato, correnti che puntano sulla complessità tecnica (techno-thrash, prog metal, math-grind alla Dillinger Escape Plan), dall’altro scuole che, in modo diverso tra loro, privilegiano l’iteratività e l’effetto ipnotico (stoner-doom psichedelico, sludge, a suo modo il black metal, post-core neurosisiano, fino al drone-metal).
pace fratello!
Talvolta per incapacità, più spesso per sincero disinteresse, la forma-canzone è rimasta sacrificata in tutti questi orientamenti concettuali. Paradossalmente, nell’era degli mp3 e di I-Tunes il metal si è riscoperto più album-oriented che mai: la carenza di grandi canzoni, infatti, non si traduce automaticamente in carenza di grandi album, giacché certamente di questi ne sono usciti. Ad esempio i lavori degli High On Fire, probabilmente il miglior gruppo metal degli ultimi anni: anche in essi, tuttavia, in continuità con il lascito degli Sleep il focus è più sul suono (dinamico, compatto, spietato, senza respiro) che sulle – pur buone – canzoni.

(Fine prima parte. Nella seconda parleremo dei Baroness)

(Alessandro Viti)

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