Editoriali Pascolando

POPPORNO! PER UNA SANA DEMONIZZAZIONE DEL POP/ROCK ITALIANO IN QUATTRO MOVIMENTI – Primo movimento: I musicisti metal donati al regno del Pop Italiano

 

Prima o poi bisognerà farlo un articolo su tutti i musicisti ‘talli prestati al mondo del pop italiano, dagli anni 70 fino a oggi, no? Quasi tutti questi grandi cantanti e cantantesse da classifica sfoggiano sul palco, di solito per fargli suonare tre assoli micragnosi su un campionario di quindici brani, un chitarrista solista con i capelli legati, l’abito elegante e una posa inoffensiva. Costretto a lasciarsi andare a smorfie sessuomani giusto quando arriva il momento fatidico, ovvero nell’attimo in cui quelle quattro note stiracchiate su un giro di DOo di RE gli permettano di esprimere l’animalaggine che imperversa dentro un energumeno da rock vero. Inutile citare Solieri e Braido, che nel repertorio di Vasco possono divertirsi e fare ciò che gli pare, io penso al chitarrista della Pausini (in certi periodi sempre Braido), quello di Raf o il poveraccio che deve suonare un intero concerto al fianco di Marco (innominable) Masini. Si guadagnano da mangiare, è giusto, direte voi. Ma a che prezzo? Conosco la maggior parte di questi poveri turnisti dell’acciaio che dopo aver tentato di far strada con una band heavy metal negli anni 80 e 90, si sono ritrovati a fare la musica che più odiano, davanti a quella gente esaltata e sbraitante che detesta il metal e che li fischierebbe se solo sapesse quale passione li accenda davvero. 
Mi ha sempre dato fastidio il fatto che gente come Cristicchi o Nek assoldino strumentisti mostruosi per fare quelle cose da quattro quarti e al limite della prima puntata del corso per chitarra sponsorizzato da Red Ronnie. 

È come se io per portare a passeggio mio figlio nella grande tenuta in cui abito, comprassi una Maserati.

Un altro che ha sempre fatto musica di merda avvalendosi di grandi musicisti tallici è Jovanotti: Mario Riso alla batteria, Saturnino al basso solo per dire al mondo che nonostante le analisi lui si sente positivo! 
Ma tanti ce ne sono che hanno cominciato con il metal e che hanno ripiegato su Giorgia. E come possiamo giudicarli, poverini? La colpa è del nostro paese (e di abberlusconi!).
Ci sono tanti cantautori come Enrico Ruggeri o Eugenio Finardi che hanno sempre amato il rock e vogliono che sia un elemento presente nella loro musica, quindi sono comprensivi verso i poveri chitarroni che li guardano impassibili come sturafogne alla riscossa, dall’angolo del palco. 
Ci sono quelli come Francesco De Gregori o Francesco Guccini invece, che continuano a pretendere gente che sappia suonare davvero per i loro giri e rigiri acustici da comune sessantottina. De Gregori poi tiene il grande chitarrista solo perché anche Bob Dylan ne ha uno. Lui farebbe qualsiasi cosa se anche Bob Dylan la facesse. È sempre stato un suo punto di riferimento, anche se durante le interviste, dove le palle iniziano immancabilmente a girargli neanche fossero iscritte alle prove del Grand Premio di Monza, dice che lui se volesse potrebbe comporre in due minuti la nuova Satisfaction e conquistare il mondo, ma preferisce di gran lunga passare su Videoitalia in notturna. 
Anvedi, ma che esiste davero?

E poi abbiamo quelli davvero bravi che però fanno musica di merda perché devono pur mangiare. Partiamo da coloro che almeno ‘na risata ce la fanno scappare: Elio e Le storie tese. Grandissimi, bravissimi, mostruosissimi, ma se dobbiamo aggrapparci a un gruppo di pagliaccioni simpaticosi per sentire un cazzo di assolo come si deve o se siamo costretti a raccomandarci a una versione Lounge di Tapparelle per sentire un bel progghettone come non capitava da quando Nocenti cadde dal palco uccidendo tre signore delle prime file, allora siamo messi di merda, amici miei, non ci prendiamo per il culo!

Poi ci si deve rivolgere ai momenti sboronissimi di Alex Britti, ex rastamanno bleusettone che si faceva salire le pulci al culo nei locali alternativi di provincia e che un giorno scoprì l’esistenza della vasca, oppure c’è Giggione D’Alessio che crea musica così italianamente nefasta, certo, ma si sta facendo il culo sulle partiture di Carosone e prima o poi vedrete i risultati, cazzo…

Ma che è overo?
Insomma, non diciamoci balle, questo posto non è per noi. Perché amiamo i Celti Frost e i Motorhead nella terra dei cachi e dei cantautori e condividiamo la cittadinanza con gente menomata acusticamente e con un livello di cultura che non va oltre il cazzo di ghepardo che se magna la cazzo di gazzella e le piramidi d’Egitto. Bisogna essere sordi per continuare a sorbirsi la stessa canzone da circa vent’anni, dai, (altrimenti come spiegare Eros gatto mannaro Ramazzotti, che vi giuro, tra l’altro, sempre per rimanere in tema, se prende in mano la chitarra elettrica fa il pelo e il contro pelo al chitarrista dei Domine, ma per questo è ancora più colpevole o sbaglio?) Ma c’è Pino Daniele e ‘o blues, Edoardo Bennato e o’ blues e gli Avion Travel e non si capisce che cazzo di musica vogliano sfanculare in nome della pagnotta, ma alla fine siamo sempre al solito ritornello che si ripete e si ripete fino a sfinirci i coglioni. 
Eh, dirà qualcuno, non è più il tempo di quando c’era la musica bbbona anche in Italia. 
Ma di chi parli: Verdi, Paganini, Leoncavallo? 
Ma no, gli anni ’70. O cazzo… è vero. Quando avevamo Ivan Graziani, Rino Gaetano, Antonellone Vendittillilillilillilillilillillllillilli Bang! Bang! Bang!

Vai Antonelloooo!

 

Macché, c’erano il progressive Roack e c’erano i cantautori. Quelli sì che erano anni in cui la musica italiana valeva qualcosa.
 
Ehm…
Ok, ci penso io a fare l’elenco: PFM, Banco, Orme, New Trolls, Balletto di Bronzo. All’inizio i Pooh e i Dik Dik, pensa un po’. E poi i Rovescio della medaglia, Biglietto per l’Inferno, Consorzio della porchetta, Premiata Ditta Caciotta eccetera eccetera.
Come direbbe il grande Pino: grandi band, grandi artisti, grandi canzoni… veramente, ragazzi! Hai gabito?
Sì, chi dice niente, ma anche in quegli anni, mentre da noi c’erano questi grandi, là fuori c’erano I GRANDI e non ha senso chiudersi nel passato come fanno tanti e non alzare la testa oltre il 1982, perché se facessimo tutti così, anche Alan Sorrenti era un artista intransigente, sperimentale e genialoide. 
Ma cosa rimane di tutta quella roba? Che eredità hanno lasciato? Ve lo dico io, un centinaio di artisti datati che si aggirano per le sagre di paese e continuano a riproporre quel passato glorioso, magari esponendo il formalina il corpo dell’unico membro fondatore, di fianco agli amplificatori. Per dire, sono andato a vedere Le Orme e c’era il batterista de Le Orme più una cinquina di ragazzi talentuosi. Posso dire di aver visto Le Orme? 
No. 

 

Ma i nostri coetanei che fanno il rock in Italia non sono messi molto meglio. Abbiamo gli amici di Rock TV: che vanno dal Pinone nazionale a Mario Riso, Cristina Scabbia e gli Extrema e D.J. Ax. Sono una cricca milanese che se la canta e se la suona dai microfoni della rete del figlio di Galliani, che la aprì per sponsorizzare i Settevite, band di cui è rimasta solo la voce fuoricampo della cantante quando presenta lo sponsor delle varie trasmissioni. Rock TV avrebbe potuto essere un nuovo inizio per l’Italia ma ha portato solo qualche decina di gruppi mediocri nelle case dei ggggiovani e con loro il grande Pino, fatidico rincoglionitore di menti traviabili.
E mi mando affanculo da solo, ok. 
Poi? 
Ci sono varie consorterie, squadrette, villaggi dei puffi, in cui o sei dentro o sei fuori. Per esempio gli alternativi, quelli che tra la fine degli anni 90 e la prima metà degli anni 2000 avrebbero dovuto riportare il rock in classifica e che oggi stanno invecchiando senza maturare, rappresentando una specie di fungosa e impolverata new sensation del rockorollo itaiota. Sono snob, sono chic, sono intellettuali ma non se la tirano tirandosela e se per caso gli dici di Sanremo, loro ti rispondono giammai, poi ci vanno, si piazzano ultimi e poi si sciolgono. 

 

Ci sono quelli del primo maggio, che si fanno vedere al mondo solo al primo maggio e sono i Modena City Remblers, la Bandabardò e tutta quella specie di zecche ecologiste che ancora leggono il Manifesto e si sentono detentori dei solo momenti di vera libertà musicale, quella di quando tutti insieme si canta Bella Ciao bella ciao bella ciao ciao ciao e poi si aspetta l’arrivo di headliner esteri che neanche sanno chi fossero i partigiani o italiani mostri sacri della musica leggiera italieana che votano DS epperò nascondono la mano.

E tra i giovanissimi? Ci sono i pischelli di RTL, foruncolosi con il look mezzo emo, pur non essendo emo, che cantano canzoncine amorose con un piglio punk schitarrato, ma hanno lo stesso groove e la stessa carica eversiva di Rita Pavone. Sono i Finley, i Darii, che vengono sdoganati da XL e Rolling Stones assieme al povero De André, cadavere metaforicamente più martoriato di Aldo Moro. Idolo dei giovini e unica speranza di redenzione per le ultime generazioni italiane, ammaestrate da sistemi scolastici propedeutici a Claudio Cecchetto.

Là fuori ci sono Federico Zampaglione che ha deciso di fare quello che faceva con la sua musica usando un altro strumento di espressione artistica, il cinema. Sempre di horror si tratta e ciò che avviene alle mie orecchie ogni volta che entro in un supermercato e sento una canzone dei fottutissimi Tiromancino è puro e insostenibile torture porn come non arriverà mai a crearne in un film checché ne dicano quei rincoglioniti di Fangoria.
Là fuori ci sono i Negroamaro e i Modà, ultima incarnazione della canzona nazzzzional popolare a uso e consumo dei figli geneticamente modificati di quei fan che andavano a vedere i Camaleonti, i Giganti e l’Equipe 84. E i ragazzi di Maria o quelli di Morgan e la Ventura, che hanno una scadenza biologica a stretto giro di posta, ma non vi preoccupate, tanto sono biodegradabili. Là fuori c’è ancora il vecchio Celentano, con le sue porcate retoriche che piacciono tanto ai DS, quando è al governo Berlusconi. C’è Gianni Morandi, altro grande antico che mantiene la sua luciferina sembianza giovanile senza ricorrere alla cirurgia plastilinizzante. C’è ancora Mina, anche se non si vede e c’è ancora Gino Paoli, anche se per ora non si sente. E noi siamo stufi perché se è tutta una striscia di merda puzzolentissima dai tempi di Nilla Pizzi e Claudio Villa fino a oggi, la fila non scorre. Sono ancora tutti lì e la cosa ci soffoca. Battisti. Salviamo almeno lui, anche se i suoi motivi mi ricordano gite scolastiche terribili dove compagni di classe idioti mi trapanavano le orecchie con i loro cori per l’acquazzura acquachiara in cui mentalmente io pisciavo dentro. Anche se Battisti mi fa venire in mente tutte quelle terribili trasmissioni della RAI che la TV di oggi ha trasformato in intrattenimento di grande qualità. Battisti è colui che ci ha liberato da Modugno, anche se ha sempre lasciato la parola a quel Mogol che è ancora il virus che ogni inverno ci raggiunge dalla bocca di un nuovo vecchio interprete della canzone italiana. E Baglioni? Con quel vocione da venditore ambulante di frutta e verdura a Trastevere e quell’aspetto cazzuto che continua a essere più fico di me a qualsiasi età, anche se non si sa più quanti anni abbia. Quanti orrendi film con Mauro Di Francesco mi fa tornare in mente? Quante estati passate a tirarmi le seghe, nella casa al mare, mentre mia madre e mia sorella erano in spiaggia? Inutile che sparavo i Black Sabbath dalla mattina alla sera, la mia vita era e sarà sempre contaminata da questa musica che non mi piace, che non voglio ma che mi appartiene come l’inutile basilico sulla pasta caapummarola!
Continuiamo la prossima volta ripartendo da un’altra piaga del nostro paese canterino. I cantautori. Ovvero musica leggera per coloro che non possono fruirne ma vorrebbero tanto.
(Francesco Ceccamea)

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