Editoriali Pascolando

POPPORNO – SECONDO MOVIMENTO: I CANTAUTORI SONO LA PARTE RICATTATORIA DEL MALE

 

Ora, io non ce l’ho con i cantautori, anche se una certa avversione nei confronti di chi ci sciala dalla mattina alla sera sparandoseli in ogni dove, dallo stereo della macchina all’mp3, insomma sì, sono diffidente verso costoro. Sono diffidente verso Morgan che li esalta in tv neanche fossero Milton, Musil o Joyce, ma lasciamolo perdere, fa solo spettacolo come Mourinho fa calcio, con intelligenza, sfacciataggine e culo. 

Quando parlo di cantautori non posso evitare di pensare a un mio ex-amico di qualche anno fa. Lui pur non avendo un briciolo di sensibilità musicale mi chiedeva di continuo nomi di band rock da provare. Si era messo in testa che doveva piacergli il rock. Era una sorta di indomita ricerca che mi prese il cuore. I Queen gli piacevano e anche “Noccking’ on Hevensdor” dei Guns ‘n’ Roses (!) e quindi ne voleva ancora, di rock. Sentivamo musica in macchina per ore ma alla fine non gli andava bene niente. Fingeva di sì, ma non me la bevevo. Ci provava a sentire i Doors, gli Stones, gli Who, ma continuava a non cagarseli. Se mettevamo una band, dopo cinque minuti abbassava il volume e ci parlava sopra. Se stavamo ascoltando i Jethro Tull, i Rolling Stones, lui era capace di intonare a gran voce da barilottono, un brano dei Beatles con le parole inventate. Capivo che era un pezzo dei Beatles non dalla melodia, visto che il mio amico era stonato come un cane, ma solo perché cominciava sempre con Heujuud e poi proseguiva sull’aria di Let it Be e non gliene fregava niente. Era frustrante perché cercavo di trovargli io per primo qualcosa che potesse piacergli sul serio: provavo con il meglio che ci fosse in giro, l’abc della musica rock dai Cream ai Dire Straits, ma niente. 

 

Per un po’ si fissò con la musica lirica, ma anche lì appena poteva urlava ridiiiiipaliacccccioooooo e spegneva lo stereo. Poi un giorno gli capitò sotto mano De André. Per lui fu l’eldorado. Non gli importò più di nulla né del rock e tanto meno di Leoncavallo. All’inizio ne fui sollevato e ne approfittai anche io per approfondire: De André non era niente male, le sue canzoni mi toccavano ma col tempo finii per odiarlo perché questo mio amico passò da lui a tutta la sfilza di Guccini, Vecchioni, Branduardi e Pierangelo Bertoli e così via. Li cantava di continuo e ogni volta che entrava lui in macchina mia e io avevo su i Machine Head o i Ratt, ecco che iniziava dopo un minuto a intonare un brano di Guccini, musicalmente più orrido di una scoreggia di Sid Vicious, ma con un testo meraviglioso che lo commuoveva. Si torceva, sbuffava, sbadigliava e mi toccava spegnere lo stereo. Il rock era rumore e gli dava fastidio come un martello pneumatico sotto casa alle due del pomeriggio. Ma i Queen? I Queen non sono rock e nemmeno Bob Dylan, anche se gli sarebbe piaciuto tanto esserlo.
Va bene, se non altro ora sapeva che “Noccking…” non era dei Guns.
Quindi o andavamo in giro senza musica o mettevamo una delle sue raccoltissime che faceva apposta per me, con dentro dei pezzi che voleva io ascoltassi. “Ecco, senti questa di Guccini!”
Hail! Hail! Hail and Kill!

Io gli dicevo, “sì, bel testo, ma cazzo, senti questi arrangiamenti, sembrano quelli dello zecchino d’oro!” 
Lui non mi capiva: “le parole, ascolta le parole, cazzo”

“Belle le parole, ma questo sax da film porno con Serena Grandi rovina tutto. Non riesco, toglilo” 
Meglio De André, almeno negli anni 70 usava i suoni dei gruppi progressive, anche se alla fine, pure lui si rese colpevole di certe distorsioni di chitarra da far schifo. Ma De André fu quello che sperimentò con la musica, che non trascurò la base d’accompagnamento, come i Nomadi. Oddio, i Nomadi…
Per inciso, io odio i Nomadi

Insomma, era mortificante per un appassionato di musica vedere la parte strumentale ridotta a una discreta filodiffusione per i versi da poeta del “poeta”. Il colmo fu la P.F.M., a servizio da De André.

De André, il poeta e loro che lo accompagnavano mansueti.

Poco prima della morte di De André, più o meno da quando Fernanda Pivano decise di far scoreggiare il cervello fino al rischio di ictus, erano tutti diventati poeti: nuovi geni della letteratura, i cantori della modernità. De Gregori, De André, Tenco (l’anima blackster, estremista, del genere), Vecchioni, Conte, Capossela, Branduardi e Guccini. Ma anche Ligabue, Jovanotti, Niccolò Fabi e Vasco Rossi. Poeti, cazzo. E Battiato? Lui, no, era quanto meno un sospettato, ma forse si trattava di fuffa. Già, con quella continua intrugliante commistione tra alto e basso e quella simpatia che gli veniva dalle giovani leve del centro destra, non poteva andare con il resto della ciurma di ex sessantottini e nuovi simpatizzanti repubblichini (nel senso del quotidiano). E poi c’era Gaber, che poco ricordò a tutti che i dischi di canzoni li sapeva fare ancora, poi morì uscendo dal teatro e il suo posto lo presero Iacchetti e Marcoré per i secoli seculorum. 

Highway to heeeeeell! Highway to heeeeell!

Al resto della beatificazione pensò La Repubblica con le sue pagine culturali degne del Fazio più sperimentale e coraggioso. Iniziarono ad applicare il canone Hikmet, Kavafis, Edga Lee Masters, Emily Dickinson, De André e Vecchioni come modelli di qualità e di poesia inamovibili.

Quel mio amico intanto iniziò a spararmi in vena i Modena City Remblers e la P.F.M., perché almeno mi divertivo pure io, visto che musicalmente erano dei grandi. Forse i secondi, ma non certo in un disco come “Suonare Suonare” che non era “Impressioni di settembre” ma cosa potevo aspettarmi? Per lui la musica era tutta sempre e comunque una spezia esaltante per quei testi esistenzialistico-anarchici che gli piacevano tanto. Che bello esaltare gli emarginati: Gesù, il nano e il matto, dire che la guerra è solo una montagna di merda fumante su cui degli scarafaggi cercano di sbudellarsi a vicenda, parlare d’amore senza usare mai la parola amore, ripercorrere i capolavori della letteratura sulla fiducia, visto che Guccini ci raccontava il Don Chichotte e il Cirano o i Modena erano fissi su Cent’anni di solitudine, che noi non avevamo letto e forse nemmeno loro. Se poi ci mettevi un goccio di vinello, ecco che l’effetto era come quello delle canne con gli Amon Duul II. Annichilente, per me. Catartico per quel mio amico. Io però in fondo lo sapevo che sdoganare De André nell’olimpo della grande letteratura, avrebbe creato un effetto domino alzando il livello della marea su tutto quello che veniva dopo.
Ne parliamo alla prossima e ultima puntata.Quella interamente dedicata a Biagio Antonacci.
(Francesco Ceccamea)

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