La Truebrica del fantino Recensioni

OMNIUM GATHERUM – IN FINLANDIA CON IL BIANI

 
“Il discorso dei gruppi finlandesi è semplice, rappresentano in modo incredibile la loro terra. Se vai a farti una vacanza on the road di tre settimane in Finlandia come me, vai in fissa garantita…”
Ecco come è cominciata. Circa un mese fa. E devo ammettere che i primi tempi, mentre sentivo il nuovo disco degli Omnium Gatherum avevo solo quest’immagine del Biani con il suo zainetto che si aggirava per paesaggi desolati, stepposi, gaudente e sprofondato in chissà quale anfratto della propria intimità mentre ammiccava con educazione a qualche barbuto locale, con il berretto da reclamizzatore di tonno in scatola. Immaginavo le renne, le caffetterie arredate da dio con i dolci buonissimi. 

 
“A Helsinki una galleria d’arte ogni cinque negozi, musei e palazzi storici in costante ristrutturazione, i tizi sugli skateboard, poi figa ovunque e altra ancora e forse ancora un po’ se guardi bene. Il Tavastia che emana l’aura della leggenda… ma anche i palchetti improvvisati nell’angolo di un bar, Ville Valo che esce da un supermercato, lo chiami e si ferma a chiacchierare. Jussi dei 69 Eyes che fa il dj tra un gruppo e l’altro nei festival. Marco Hietala che s’ammazza di vodka al Bakkari però se gli chiedi di fare un po’ di foto, perde pure un quarto d’ora finché non vengono bene. Come faccio a descriverti la Finlandia, la Finlandia è il paradiso! I negozi di dischi pieni di edizioni limitate, vinili e le discografie RIGOROSAMENTE COMPLETE di tutti i fottuti gruppi storici. Pensavo a tutte queste cose mentre mi sparavo gli Omnium. Queste e l’insistente immagine di bambini imbacuccati con sciarpa e berretto e il naso e le guance lesse di freddo, mentre aspettano il pulmino della scuola o magari corrono verso la fermata e lo perdono e scoppiano a piangere. Intanto dicevo in giro di sentire questa band con il nome in latino, finlandese, entusiasmante, anche se priva di genio. Con Swano alla produzione, i loro ultimi due album sono stupendi. 
Chi è Swano? E io pronto a rispondere che è stato il leader degli Edge Of Sanity, anche se non li avevo mai sentiti e prima di imbattermi in questa band non sapevo neanche dell’esistenza di uno con un nome così facile da ricordare che produce un gruppo con un nome invece così difficile da memorizzare. Sono stato costretto a ricorrere a un trucco mnemonico per tenermi in testa quel cazzo di nome. Immaginavo una grossa botte di vino con la facciona paciosa che faceva ooooooom prima di andare al concerto dei The Gathering. Omnium Gatherum. Non chiedetemi il perché di una simile associazione, la mia testa funziona così e la vostra non va tanto meglio. Però, fatica a parte, mi sento di poter dire che hanno un nome di merda, da sfigati! 
 
 
Chi cacchio prende più sul serio una band metal con il nome in latino, è così dannatamente anni 90; quanto Steel Panther è anni 80. Solo che i Gatherum non vogliono celebrare con ironia un genere morto e dissepolto. Loro usano certi elementi per esprimere e suscitare emozioni. Punto. Si sente che dietro non c’è chissà quale operazione di recupero revivalistico. Usano le stesse minchionerie con cui i Dark Tranquillity ci hanno bollito i coglioni per così tanti anni, ricorrono alle tastiere spaziali con disinvoltura, sparano riffoni groovy come un tempo si dilettavano a fare i My Dying Bride e si concedono passeggiatine educate in territori progressivi. Sulla carta avrei evitato una simile minestra ma ascoltando il penultimo e soprattutto l’ultimo album 
 
this!
ho davvero creduto alle loro buone intenzioni e ho finito per innamorarmene. E siccome li amo adesso dovrei cessare ogni tentativo critico e infatti se questa è una recensione io mi chiamo Roberto Succo. No, stiamo facendo una chiacchierata senza voler giudicare niente e nessuno, anche perché se inizi a fare il critico, gli Omnium Gatherum li lasci proprio perdere: non danno spunti su cui scrivere, tranne quanto è bella la Finlandia. Sono un tentativo riuscito di continuare a fare metal in buona fede, con naturalezza, senza alcun tipo di forzatura teorica o revivalistica. La sola cosa che sento di dover aggiungere ai soliti discorsi appassionati che leggo in giro è che gli Omnium Gatherum nel nuovo disco mi hanno ricordato i Winger. Non quelli dell’88, festaioli e da classifica. Parlo di quelli più sobri e introspettivi del disco “Pull”. 
 
Che poi un giorno voglio proprio scriverci sopra un pezzo su “Pull”, cazzarola. 
Sento le urla inorridite del Biani che odia l’hair metal e non ammette certe associazioni untuose di calunnia verso una band tra le poche che riesca a entusiasmarlo in questi tempi di magrissima, ma cosa ci posso fare? Mi limito a citare la band i Kip in uno dei momenti più ispirati e meno noti della loro carriera. Potrei fare di peggio e tirare in ballo anche gli Autograph: nell’intro iniziale “Luoto” mi sono ritrovato immerso nel loro meraviglioso e sottostimatissimo “Loud & Clear”. Sono sicuro che Benbow mi darebbe ragione, vero Marco? 
 
disco-one!
 
Comunque, adoro questo disco dei Gatherum proprio perché oltre a trovarci almeno tre brani in grado di farmi aumentare la salivazione ascellare: “Nightwalker”, “Who Could Say” e “White Palace” presenta alcuni elementi class che nessuna band di quegli anni tornata alla ribalta e tanto meno i loro cosplayer attuali, è più riuscita a farmi ritrovare in modo così autentico, naturale e convincente. Quello che adoro inoltre è l’assenza di una voce femminile (di cui proprio non se ne può più) e il cantato gutturoso quasi alla stregua di una vecchia e puzzonissima death band. Non ci sono richiami a Fridén e i suoi isterismi scimmiottatori di Jonathan Davies formato Scialpi. Siamo più dalle parti di Stanne dei Tranquillity, ma con molto catarro in più. Se escludiamo alcuni momenti in pulito, sopra i giri di tastiera e i soli così raffinati e ossigenanti, ecco deflagrare il porcelloso ravanare del cantante, che si chiama… Jukka Pelkonen.
 
 
Che ficata i nomi finlandesi: Jukka, Kakko, Tikko, Mekko, Villevalo… 
Dicevo che Jukka mi titilla la parte femminile nella ballad meravijòsa “Who Could Say” dove mostra una profondità baritonale (magari scrivo una cazzata usando la parola baritonale ma spero si capisca quello che voglio dire, voglio dire che raggiunge livelli così bassi da riempirmi le narici di muffa e odor di vinello buono, capito?) Sulle parti un pulito sembra Zakk Wylde che imita Ozzy che imita sua madre ubriaca. Da non perdere.
(Francesco Ceccamea)

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