La Truebrica del fantino Recensioni

SAXON FOREVER… (E’ UNA MINACCIA?)

Immarcescibili, sempiterni, highlanders, insensibili al richiamo della pensione INPS, i Saxon di Saxonia (che in metallichese sta per Albione, patria della nwobhm, quindi del Metallo) non mollano manco se il geriatra gli prescrive la fine delle ostilità ed il ricovero presso la casa di cura di Villa Fiorita nel South Yorkshire, loro terra natia (quando ancora la battaglia del fuoco infuriava, ed i tirannosauri disboscavano ettari di foreste a morsi). Solo gli album in studio sono 20, se poi ci aggiungete live, raccolte, ristampe, dentiere, cazzi e mazzi, il computo sale a millanta mila titoli in 35 anni di carriera. Praticamente quando avevo 4 anni è uscito il debutto ominimo, io ed i Saxon abbiamo quasi la stessa età (e se questo mi deve dare uno spunto di riflessione, appena chiudo il post mi metto alla ricerca della mail di Villa Fiorita).

Ora, i Saxon sono la Storia del metal, hanno più ammiratori che detrattori (ma poi, detrattori dei Saxon ne esistono?) e questo fondamentalmente per due motivi:
1) numerosi ottimi album in carriera;
2) una riconosciuta integrità, onestà e dedizione alla causa della borchia.
Quest’ultimo punto perché? Perché da anni, anni e anni i nostri pubblicano album tutti uguali coerenti, che se ne strafregano delle mode e tengono in alto il vessillo del metal tradizionale e ortodosso.
A ben vedere, i Saxon di fasi ne hanno attraversate tante in tutto questo tempo, non sono stati poi così immobili. “Saxon” nel ’79 era un album rivolto prevalentemente all’hard rock settantiano, con retaggi più vicini a Deep Purple e Led Zeppelin che agli Iron Maiden. E’ solo dal successivo “Wheels Of Steel” (’80) che la band si metallizza, fa quadrato del proprio sound, indossa senza indugi la veste della cosiddetta nwobhm e tira dritto fino al 1982 pubblicando un disco migliore dell’altro. “The Power And The Glory” (’83) mantiene le insegne dell’Uncle Jack, anche se complessivamente azzecca qualche ritornello in meno, e con “This Town Rocks” un po’ di torcicollo verso Oltreoceano si comincia a intravedere (e l’album col quale i Saxon partono alla volta dell’America, di supporto ai Maiden). “Crusader” (’84) spinge verso gli States, e ancor più fa “Innocence Is No Excuse” (’85).

(Saxon giovani e belli…. vabbè tranne uno, quello dei Ricchi e Poveri)

E infatti la curva ascendente verso lo zio Sam trova conferma con “Rock The Nations” (86), secondo album su Capitol, che avvia la nuova fase, quella ammeregana, vituperatissima dai fans del metallo che non deve chiedere mai (figuriamoci allo zio con la tuba a stelle e strisce). Un paio di titoli, “Rock The Nations” e “Destiny” (’88), accolti come se si trattasse di due cover album della Pausini e Biagio Antonacci (Biff imbellettato col rossetto, da bravo hair metaller, faceva un po’ ridere, un operaio come lui!).
Vabbè, ai Saxon prende lo sconforto, pare che la loro era sia già finita, sono già tra le cariatidi di un sound che ha fatto il suo tempo. Ma gli eroi hanno sempre l’asso nella manica, e i Saxon lo calano nel ’91, tra la sorpresa generale, con “Solid Ball Of Rock”, un disco che – chi l’avrebbe mai detto – mette in fila una serie di canzoni spettacolari, ed una grinta ritrovata da lasciare a bocca aperta. E non è un fuoco di paglia, perché le release successive si mantengono su livelli discreti con “Forever Free” (’93) e “Dogs Of War” (’95), fin troppo sottovalutati; non dei capolavori certo, ma migliori – per quanto mi riguarda – di qualche album degli ’80 (e sicuramente di tutti quelli del XXI° secolo, a scatola chiusa). E nemmeno finisce lì, perché nel ’97, mentre intorno ai Saxon il metal è morto e sepolto da un pezzo, loro tirano fuori uno dei migliori lavori di sempre, “Unleash The Beast”. Per me quello è l’ultimo grande disco dei Saxon, perlomeno l’ultimo senza filler.
(Saxon col ciuffo)
Per oltre un lustro i Saxon sono riusciti a riaccendere la scintilla e tener viva la fiamma, niente male. Al nuovo millennio però ci arrivano spompati; a partire da “Metalhead” (’99) inanellano una serie di album di medio lignaggio, ora riusciti un po’ meglio, ora meno brillanti, che alternano sistematicamente tracce valide a pezzi mediocri (appunto, filler). Dal ’99 al 2006, limitandosi a prendere in esame gli studio album, i Saxon pubblicano dischi quasi interscambiabili, caratterizzati da uno spostamento del sound dall’Inghilterra alla Germania. A livello produttivo non c’è molta differenza tra i Saxon e i Risk, per dire, e sebbene il riffing possa mantenere qualche traccia di Bretagna, nel complesso i dischi dei Saxon sembrano proprio rivolti prioritariamente al mercato che tira e li mantiene in vita (Giappone a parte, dove vende pure Gianni Drudi), cioè la Germania. “Lionheart”, “Inner Sanctum”, etc., sono album carucci, la band ha mestiere ed esperienza, ed un disco almeno da 6 in pagella lo sa portare a casa, però insomma, sono finiti i bei tempi; sono dischi di sopravvivenza, di testimonianza, “alimentari” (per stessa ammissione di Biff, che dice che la band DEVE pubblicare dischi a scadenza regolare per non soccombere finanziariamente e non essere dimenticata dai fans). Possono bastare ai difensori del Santo Sepolcro, che digerirebbero anche le pietre di Gerusalemme al posto dei vinili, ma non si tratta certo di album che rimangono nella storia della band e/o del metal.
(Saxon ufficiali da collezione)
Nel 2009 i Saxon fanno ancora peggio, pubblicando uno dei titoli più brutti in assoluto del loro curriculum, quell’ “Into The Labyrinth” pieno di fetecchie, come “Battalions Of Steel” (ma chi sono….i Gamma Ray??) o “Valley Of The Kings” (e questi però sono i Freedom Call….no??), con autoscimmiottature maldestre (“Live To Rock”) e palle disumane (“Voice”). Dopo un album rovinoso del genere – accolto però da stampa e fans sempre nello stesso imperturbabile modo, come a dire che tutta sta gran differenza tra un disco e l’altro…. – non si poteva che risalire, ed infatti “Call To Arms” pare la Nona di Beethoven al confronto. Caruccio pure quello, non dico di no, se non altro perché, inaspettatamente, ripesca un po’ di genuino sound inglese, affrancandosi dalla Merkel (ma sarà solo una parentesi), però devo anche dire che tutto ‘sto capolavoro a me non è sembrato. Anzi, direi pure un tantino sopravvalutato, giustificabile col fatto che negli anni precedenti i Saxon non è che avessero fatto vedere questa grandissima vitalità artistica (contrariamente al marketing, che li vedeva e li vede sempre sul pezzo, a venderti qualcosa, dischi, dvd, magliette, spillette, biografie).
Nel 2012 arriva un faraonico live in 27 cd/dvd autografati pure dalla nonna bicentenaria di Biff, per poi ammollarci quello che ad oggi (e per i prossimi 5 minuti a partire dalla fine della lettura di questo articolo) è l’ultima release in ordine di tempo dei Saxon, il 20esimo titolo, quello del 35ennale, “Sacrifice”…tranquillamente inseribile nella scia dei dischi post 1999, cioè quelli modesti con qualche bel pezzo random e tanti riempitivi. Però il suono è quello “giusto” (…se vi piacciono krauti e kartoffeln), le copertine sono quelle “giuste”, l’atteggiamento è quello “giusto”, i titoli delle canzoni sono quelli “giusti” (“Warriors Of The Road”, “Stand Up And Fight”, “Walking The Steel”) e allora tutto torna, il defenderismo oltranzista è accontentato.
(…volevo entrare nei Def Leppard, embé?)
Io mi reputo un fan dei Saxon, di riffa o di raffa i loro album li posseggo tutti, e me li riascolto sempre volentieri; non tutti tutti però, perché di roba “molle” i nostri ne hanno prodotta, e non mi riferisco necessariamente al periodo americano. Anzi, non comprendo perché due dischi più hard rockeggianti sarebbero più disonorevoli di tutti quegli album prodotti nel 2000, che hanno ridotto i Saxon a Stato satellite della Germania. Svendersi ai crucchi va bene, mentre agli Usa no? E perché? Bah, son le solite logiche del talebanesimo metal. Io francamente mi augurerei che i Saxon la smettessero di pubblicare dischi come orologini svizzeri e si limitassero a comparsate episodiche, quando di idee buone ne hanno veramente, ed in numero sufficiente da riempire un cd senza mezze tacche. Ma certo, finché il pubblico li acclama come fossero i salvatori della Patria, quelli che non sbagliano mai un colpo, gli eterni creativi (ho visto pure un 9 assegnato a “Sacrifice”, giuro!), c’è poco da sperare.
 
E sull’integrità e l’onestà a prescindere dei Saxon, beh comincio a nutrire qualche dubbio. Alla fine, apprezzo di più gli Iron Maiden, che fanno dischi da schifo ma hanno almeno avuto il coraggio di cambiare, avventurandosi in quello sciagurato progressive barboso che adesso amano tanto. I Saxon sono fermi al palo da troppo tempo, più che coerenza la chiamerei incapacità a fare altro, ottusità aggravata dall’alzheimer. Prima almeno avevano il tocco magico, adesso hanno una pigrizia che li divora, secondo me i dischi li registrano andando direttamente col pigiama in studio e inframezzando le sessions con delle lunghe maratone di dvd de La Signora In Giallo. Me li vedo: “Dai Biff, alza il culo flaccido dalla poltrona e portami un tamarindo, che adesso la signora Fletcher ne smaschera un altro!
(Marco Benbow)

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