La Truebrica del fantino Recensioni

Tornano i Gwar, gente! Battle Maximus (Metal Blade, 2013)

It’s not easy being green!

Ho sempre adorato questa band, al punto che non avevo neanche bisogno di sentire i loro dischi per continuare a pensarne tutto il bene possibile. Del resto, ogni volta che mi capitava una recensione di un nuovo album, l’articolo cominciava (già, bisognava sorbirsi il cabarettismo improvvisato di un metallaro, che è come sentire un componimento poetico improvvisato da un politico alticcio), con le solite frasi pseudo-deliranti su escrementi giganti venuti dallo spazio, grandi antichi a forma di fallo e gatti esibizionisti chiusi in un congelatore. Poi il tipo concludeva che musicalmente l’album  era una merda. E gli si dava 6 per la simpatia.

Il gruppo denota una certa carenza di idee che i testi deliranti non sono in grado di ravvivare, questo era sempre più o meno il succo delle lagnanze dei critici. Come se un gruppo che riempie i testi di scemenze oltre confine dovesse mantenere la credibilità suonando musica eccellente. Poi arrivò Signorelli e spiegò all’Italia i Gwar, iniziando a trattarli nel modo giusto, ovvero prendendoli molto sul serio. Se quell’uomo ha dei meriti su qualcosa è l’aver fatto notare a tutto il suo gregge metallico che America Be Destroyed è un capolavoro di cattivo gusto a livelli Sheakespeariani.

I Gwar sono sempre stati anni luce avanti rispetto a tutte le band metal che infestano il panorama estremo. Dopo tredici album, magari hanno perso un po’ di energia e guadagnato un certo mestiere (e questo disco in fondo alterna brani di sublime disgusto come Raped At Birth e They Swallowed The Sun ad altri di piattume furente, tipo Torture e Nothing Left Alive) ma ci sono anche degli autentici svarioni crossover anni 90 che mettono addosso una certa nostalgia (parlo soprattutto di Falling) e un finale di puro metallo classicone molto ispirato: Fly Now, conclusione decente un lavoro forse troppo lungo per far ridere fino alla fine. A tratti sembra di sentire gli Overkill in una fornicante jam session con Rob Zombie, e se fate attenzione, si odono le urla di disappunto del vecchio Rob per essere caduto nelle grinfie sessuali di thrasher perversi e fintamente umili e appagati.

Ci sono momenti in cui quasi finiamo per dimenticarci che dietro gli strumenti ci sono delle creature aliene sputate dal buco del culo di Frank Zappa e ci immaginiamo dei semplici, bolsi, vecchi thrasher della prima ora imbottiti di viagra metallico. Questo è il peggior difetto che si possa riconoscere a un lavoro comunque discreto e che raccomando per una gradevole seduta fisioterapica. Il disco è dedicato allo scomparso Cory Smoot, ultima incarnazione di Flattus Maximus. Al suo posto c’è il chitarrista dei Cannabis Corpse, Brent Purgason, il cui cognome sarebbe perfetto già così ma che nei Gwar è stato ribattezzato Pustulus Maximus. Volete che vi dica anche chi ha prodotto l’album? Glen Robinson. Se vi state chiedendo chi sia allora siamo in due. Se aspettate un attimo faccio una piccola ricerca e ve lo dico… ecco, è un produttore e un ingegnere del suono che ha collaborato con Voivod, Kataklysm, Queensryche e altri. Uno esperto di cose metallare, insomma. Se aggiungete una n a Glen però ecco che Google lo trasforma in un ex cestista statunitense di colore. Quindi attenzione. (Francesco Ceccamaximus)

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