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Tutti i colori del buio – Sergio Martino (Ita, 1972)

Siamo nel 1972 quando Sergio Martino pensa bene di declinare diversamente il Rosemary’s Baby di Polanski uscito quattro anni prima. Tutti i colori del buio però non è un remake né vi sono furti intellettuali di sorta. Più semplicemente Martino è, in genere, particolarmente sensibile al mutamento del gusto e imbastisce così la sua vicenda sulla base di un complotto satanista. Ma se la scelta estetica del regista da un lato vuole rispondere alle esigenze di mercato, dall’altro cerca di svincolarsi dignitosamente dalle proprie fonti grazie alle brusche virate del soggetto che alla fin della fiera rendono lo sfondo satanista come meramente pretestuoso.

Il film parte alla grande. Non sarò certo il primo a menzionare i silenziosissimi e granitici titoli di testa seguiti a ruota da un colpo bassissimo di Martino. Intendo la repentinità con la quale si passa da una compostezza crepuscolare ai deliri di un incubo/ricordo distorto dalle inconfondibili scenografie “italiane”. E parimenti repentino è il passaggio che ci tira fuori da quell’incubo per regalarci una Edwige Fenech che è un sogno e che sembrerebbe avere orgasmi multipli sotto una doccia. Grazie Martino, io le apprezzo queste cose. Ad ogni modo il film si lascia guardare bene, nonostante il pretesto di fondo, (mi riferisco all’aura satanica, che coincide poi con l’oggetto thrillerizzante) regga pochissimo. Perché questa necessità di looneytunizzare le cose quando le stesse potrebbero essere risolte con semplicità?

Eppure, chissene dell’intreccio quando poi ci vengono regalate le nudità della Fenech, satanismo, rituali orgiastici, Ivan Rassimov in versione slasher killer, sbornie di sangue e visioni espressionistiche. Ma ancora di più, il vero pregio di Tutti i colori del buio consiste in un tecnicismo sorprendente. Capita di imbambolarsi davanti a campi e controcampi simultanei all’interno di una profondità di campo (il dialogo nell’ambulatorio tra la Fenech e George Rigaud, anticipato da un’altra spintissima profondità di campo inquadrante Rassimov) o tramite l’ausilio di specchi (il dialogo tra George Hilton e Susan Scott) e di rimanere affascinati più dalla camera che dalla sceneggiatura.

Ancora da cineteca il ralenti dell’avambraccio pugnalante, isolato, di Rassimov con quel movimento ossessivo e reiterato. Occorrerebbe togliersi il cappello davvero molte volte davanti agli eruditismi tecnici di Martino. Grandangoli ed effetti caleidoscopici forniscono un punto d’osservazione in prima persona e sarà difficile non immedesimarsi nella Fenech di fronte all’ottusità di quei volti che vorrebbero sfondare lo schermo per dispensare viscidi baci non richiesti. Affascinanti dettagli immortalano gli occhi terrorizzati dell’attrice; agili sfumature tra campi ci assicurano coerenza spaziale. E poi il divino dialogo a tre (tra la Fenech, la Scott e Rigaud) in piano sequenza, nel quale il regista ci offre un’indimenticabile interpretazione della regola dei 180°. Tutti i colori del buio è un film che dà a Martino l’opportunità di salire in cattedra per declamarci la sua lectio magistralis sul cinema.

(Santo Premoli)

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